L’ America Latina nel mirino: l’imperialismo non si accontenta mai (Editoriale di Luciano Vasapollo)


C’è una lezione che la storia del Novecento e di questi primi decenni del XXI secolo continua a riproporre con impressionante regolarità: l’imperialismo non conosce compromessi stabili. Ogni concessione viene interpretata non come il punto di arrivo di una trattativa, ma come il punto di partenza per una richiesta ulteriore. È una logica che, secondo la lettura antimperialista, si è ripetuta dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Africa all’Europa orientale: si cede un’unghia e vengono reclamate la mano, il braccio e infine l’intero corpo. In questa lettura, le tensioni con l’Iran, il Venezuela e Cuba non rappresentano vicende separate, ma tasselli di un’unica strategia geopolitica. Ogni volta che un fronte sembra raffreddarsi, un altro torna immediatamente al centro dell’agenda internazionale. La logica è quella di impedire l’esistenza di governi che perseguano modelli economici e politici alternativi rispetto all’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. E uno alla volta cadono governi che negli anni scorsi hanno riacceso la speranza nel Continente Americano: Argentina, Colombia, Perù, Honduras, Bolivia… Ognuno di questi paesi ha subito una conquista da parte degli USA attraverso strategie giudiziarie, brogli elettorali, campagne di odio.

Ed ora destano forte preoccupazione le nuove dichiarazioni attribuite al presidente statunitense Donald Trump, che ha nuovamente indicato Cuba come uno dei prossimi obiettivi della politica estera americana, sostenendo che, dopo altri fronti internazionali, Washington sarebbe pronta a “mettere a posto” anche la situazione dell’isola.


Le parole del presidente americano vengono lette da molti osservatori come l’ennesima conferma di una strategia che non considera conclusa alcuna partita geopolitica. Mentre nelle ultime settimane l’attenzione internazionale è stata monopolizzata dalla guerra con l’Iran e dall’enorme richiamo mediatico dei Mondiali di calcio, sullo sfondo sembrano riaffacciarsi le storiche pressioni contro Cuba.

Da una prospettiva antimperialista, non si tratta di episodi isolati, ma di una continuità storica. Cambiano i presidenti, mutano gli strumenti – embargo economico, sanzioni, isolamento diplomatico, operazioni di influenza, minacce militari – ma l’obiettivo rimarrebbe sostanzialmente immutato: favorire un cambiamento di governo pienamente allineato agli interessi strategici degli Stati Uniti.

La storia delle relazioni tra Washington e L’Avana, dall’embargo iniziato negli anni Sessanta fino alle più recenti restrizioni economiche, viene spesso richiamata come esempio di una pressione permanente esercitata nei confronti di un Paese che continua a rivendicare il diritto di scegliere autonomamente il proprio sistema politico ed economico.

È proprio questo il motivo per cui molti movimenti antimperialisti sostengono che non possa esistere una mediazione fondata su rapporti di forza così asimmetrici. Secondo questa impostazione, l’esperienza storica dimostrerebbe che ogni arretramento viene interpretato come un segnale di debolezza e produce richieste sempre più ampie, fino a mettere in discussione la stessa sovranità nazionale.

Le recenti dichiarazioni di Trump riaccendono quindi il dibattito internazionale sul futuro di Cuba e sulla stabilità dell’intera regione caraibica. Al di là delle diverse valutazioni politiche, resta evidente che un ulteriore aumento della tensione rischierebbe di aggravare un quadro internazionale già segnato da numerosi conflitti aperti.


Per chi guarda agli equilibri mondiali con una prospettiva antimperialista, la difesa della sovranità dei popoli resta il principio fondamentale: nessun Paese dovrebbe poter imporre con la forza, con le sanzioni o con la pressione economica il cambio di governo di un altro Stato. È una convinzione che continua ad alimentare il dibattito internazionale e che torna con forza ogni volta che nuove minacce sembrano affacciarsi all’orizzonte.

Il caso del Venezuela, conquistato con un’ incursione criminale e occupato con la scusa del terremoto, un dramma reale che viene utilizzato per scopi sordidi 

Il Venezuela rappresenta, in questa lettura, il precedente che alimenta oggi le preoccupazioni su Cuba. La vicenda venezuelana viene infatti interpretata come il laboratorio di una strategia che punta a ottenere un cambiamento degli equilibri politici attraverso una combinazione di pressione economica, isolamento internazionale, sanzioni e dimostrazione di forza militare. Secondo le ricostruzioni riportate dalla stampa internazionale, lo stesso Donald Trump avrebbe evocato il cosiddetto “modello Venezuela” come possibile riferimento anche per Cuba, sostenendo che l’isola potrebbe essere il prossimo obiettivo della politica estera statunitense.

Da una prospettiva antimperialista, quanto avvenuto in Venezuela non rappresenta un episodio isolato ma la conferma di una linea di lungo periodo. Dall’America Latina al Medio Oriente, gli Stati Uniti avrebbero perseguito l’obiettivo di riportare sotto la propria influenza governi considerati ostili ai loro interessi strategici ed economici, facendo leva su strumenti differenti: embargo, sanzioni, pressione diplomatica, campagne mediatiche e, quando ritenuto necessario, anche il ricorso alla forza.

È in questo quadro che vengono lette le recenti dichiarazioni di Trump su Cuba. Terminata la fase più acuta della crisi con l’Iran e concluso il grande evento mediatico dei Mondiali di calcio, l’attenzione di Washington sembrerebbe tornare sul Mar dei Caraibi. Lo stesso presidente statunitense ha lasciato intendere che, dopo il Venezuela, Cuba potrebbe essere il prossimo dossier da “chiudere”, evocando la possibilità di replicare una strategia analoga a quella adottata nei confronti di Caracas.


Secondo questa interpretazione, l’obiettivo non sarebbe semplicemente modificare alcuni aspetti della politica cubana, ma favorire la nascita di un governo pienamente allineato agli interessi di Washington. È proprio per questo che il caso venezuelano viene indicato come un monito: quando una potenza imperiale ritiene di aver ottenuto un primo risultato, raramente considera concluso il confronto. Al contrario, ogni successo apre immediatamente un nuovo fronte. Da qui la convinzione, sostenuta da molti ambienti antimperialisti, che ogni concessione venga interpretata come un segnale di debolezza e che la storia dimostri come, ceduta un’unghia, vengano poi reclamate la mano, il braccio e infine l’intero corpo.

Le dichiarazioni pronunciate da Trump, secondo cui entro pochi mesi anche la questione cubana dovrebbe trovare una soluzione favorevole agli Stati Uniti, vengono quindi lette come il segnale di una strategia che non si limita al Venezuela ma investe l’intera America Latina. Cuba rimane il simbolo più evidente di questa contesa geopolitica: un Paese sottoposto da oltre sessant’anni a embargo economico e che continua a rappresentare, per molti movimenti antimperialisti, il banco di prova del principio di autodeterminazione dei popoli.

 

 

 


Luciano Vasapollo


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