«Ogni evento è una storia da raccontare. Il mio obiettivo? Realizzare quello perfetto»


Dietro ogni grande evento c’è un’idea, ma soprattutto c’è qualcuno capace di trasformarla in emozione. È questo il filo conduttore della storia di On Stage, azienda veronese che nel 2026 celebra i trent’anni di attività e che, nel tempo, è diventata un punto di riferimento nazionale nella progettazione di convention, anniversari aziendali, assemblee e grandi eventi corporate. Una storia iniziata quasi per caso, alimentata dalla curiosità di un giovane affascinato dal mondo dello spettacolo e cresciuta fino a conquistare il riconoscimento più prestigioso del settore: il Bea Italia, considerato l’Oscar della meeting industry. A raccontarla è il fondatore e presidente Giorgio Bonamini.

Presidente Bonamini, On Stage compie trent’anni, ma la sua storia professionale nasce ancora prima.

È vero. On Stage nasce ufficialmente nel 1996, ma il mio percorso inizia nei primi anni Ottanta. Avevo un caro amico, Mauro Micheloni, che venne scelto per condurre Discoring sulla Rai. Lo accompagnavo negli studi televisivi senza immaginare che quelle giornate avrebbero cambiato la mia vita. Mi ritrovavo a osservare da vicino grandi registi, conduttori e artisti come Pippo Baudo, Raffaella Carrà e tanti altri. Frequentavo gli studi Rai e, successivamente, quelli di Mediaset. All’epoca ero semplicemente un ragazzo curioso, ma inconsapevolmente stavo assorbendo un patrimonio di conoscenze che mi sarebbe stato prezioso negli anni successivi.

Come nasce invece On Stage?

In realtà con un progetto completamente diverso. Avevo già organizzato alcune edizioni di Automoda Show, uno spettacolo che univa automobili e moda nelle piazze italiane. L’idea era quella di costruire un’azienda attorno a quel format. Dopo il primo anno, però, ci siamo resi conto che dipendere completamente dalle condizioni atmosferiche era troppo rischioso. Bastava la pioggia o il vento per compromettere mesi di lavoro. A quel punto arrivò quasi per caso l’occasione di organizzare una grande convention aziendale al Palasport di Bologna per ottomila persone. Oggi penso di essere stato incosciente ad accettare, perché non avevo ancora l’esperienza necessaria. Ma proprio quell’evento ha cambiato la nostra storia.

Da lì avete abbandonato gli spettacoli di piazza per dedicarvi agli eventi aziendali.

Esattamente. Le aziende iniziarono a chiederci qualcosa di diverso rispetto alle classiche presentazioni. Ricordo, ad esempio, il lancio della Ford Ka. Il concessionario mi disse che fino a quel momento aveva semplicemente aperto il salone mostrando la nuova automobile ai clienti. Io provai a trasformare quella presentazione in uno spettacolo. È stato uno dei primi esempi di quello che sarebbe poi diventato il nostro modo di lavorare: usare creatività e intrattenimento per raccontare un’azienda.

Oggi On Stage è considerata una delle realtà di riferimento del settore. Lo dimostra anche il premio nazionale vinto con l’evento del cinquantesimo anniversario di Pedrollo.

È stato sicuramente uno dei momenti più importanti della nostra storia. L’evento era estremamente complesso perché non esisteva un luogo capace di ospitare tutti gli invitati. Insieme all’azienda abbiamo quindi deciso di costruire il contenitore. Abbiamo realizzato una struttura temporanea di circa settemila metri quadrati, completamente climatizzata, allestita con scenografie, impianti audio, luci e tecnologie di alto livello. È stata una sfida enorme che ci ha richiesto mesi di lavoro.

Una sfida che vi è valsa il Bea Italia, considerato l’Oscar della meeting industry.

Sì, ed è stato un riconoscimento particolarmente significativo perché assegnato dagli operatori del settore, quindi dai colleghi e dai competitor. Ricevere un premio votato da chi conosce davvero questo lavoro ha un valore speciale. Significa che il progetto è stato apprezzato non soltanto dal cliente, ma anche da chi ogni giorno si confronta con le stesse difficoltà organizzative.

Quanto conta la creatività nella costruzione di un evento?

È fondamentale, ma da sola non basta. Il cliente va accompagnato e guidato. Spesso arriva con un’idea molto affascinante, ma non sempre è consapevole dei costi o delle difficoltà tecniche necessarie per realizzarla. Il nostro compito è trovare il giusto equilibrio tra sogno e fattibilità. Dico spesso ai clienti che preferisco rimandare un evento piuttosto che realizzarlo in maniera mediocre. Se un evento rappresenta un’azienda, deve valorizzarne l’immagine e non compromettere anni di lavoro.

Ogni evento è quindi un progetto costruito su misura.

Assolutamente sì. È un lavoro quasi sartoriale. Ogni azienda ha obiettivi diversi, pubblici differenti e messaggi specifici da trasmettere. Bisogna capire chi saranno gli ospiti, da quali Paesi arriveranno, quale linguaggio utilizzare, quale tipo di spettacolo proporre. Se il pubblico è internazionale, ad esempio, non posso costruire un evento basato esclusivamente sulla lingua italiana. Tutto deve essere pensato affinché ogni partecipante si senta coinvolto.

Anche eventi apparentemente più istituzionali, come le assemblee di categoria, oggi richiedono un approccio completamente diverso.

È vero. Quando Confindustria ci ha affidato l’organizzazione della propria assemblea generale, la richiesta era proprio quella di superare il tradizionale schema del congresso. Oggi anche un’assemblea deve diventare un’esperienza. Le tecnologie utilizzate sono le stesse dei grandi spettacoli: scenografie, ledwall, regia video, luci e contenuti multimediali. Cambia il linguaggio, ma l’obiettivo rimane identico: coinvolgere il pubblico.

Verona, però, sconta ancora una carenza di spazi adeguati per eventi di grandi dimensioni.

Purtroppo sì. È un tema sul quale insisto da tempo. La nostra città dispone di straordinarie competenze professionali, ma manca di contenitori adeguati per ospitare eventi corporate di grandi dimensioni. Questo significa perdere opportunità importanti e, spesso, essere costretti a portare fuori Verona manifestazioni che potrebbero generare valore economico e turistico per il territorio.

Dopo trent’anni quali sono le soddisfazioni più grandi?

Sicuramente il rapporto con i clienti. Molte aziende lavorano con noi da venti o addirittura trent’anni. È il riconoscimento più bello perché significa aver costruito un rapporto di fiducia basato sulla serietà, sulla correttezza e sulla capacità di offrire risultati concreti. Un cliente può scegliere un fornitore una volta, ma se continua a farlo per decenni significa che il lavoro è stato apprezzato.

Ha ancora un sogno professionale da realizzare?

Sì. Vorrei riuscire a creare l’evento perfetto. Può sembrare strano, ma non mi è ancora capitato. Ogni volta il cliente è soddisfatto, riceviamo complimenti e tutto sembra funzionare alla perfezione. Poi però io torno a casa e continuo a pensare a quel dettaglio che avrei potuto migliorare. Nessuno se ne accorge, ma io sì. È probabilmente questo che continua a spingermi a fare sempre meglio.

Trent’anni dopo, che cosa rappresenta oggi On Stage?

Mi piace pensare che sia un laboratorio creativo. Un luogo nel quale ogni progetto nasce dall’ascolto, cresce attraverso le idee e prende forma grazie a un grande lavoro di squadra. Dopo trent’anni continuiamo ad affrontare ogni evento con lo stesso entusiasmo degli inizi. Forse è proprio questa la ragione per cui il nostro viaggio continua ancora oggi.


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Matteo Scolari

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