REGGIO CALABRIA Trenitalia lo aveva allontanato dall’appalto già nel marzo 2019, esercitando formalmente la clausola di “non gradimento” prevista dal contratto proprio a causa dei suoi precedenti per mafia. Sulla carta, da quel momento, Gioacchino Riedo, detto “Jack”, non avrebbe più dovuto avere alcun ruolo nell’impianto di Calamizzi. Nella realtà ricostruita dagli inquirenti, non se n’è mai andato: ha continuato a gestire da remoto, con mail schermate e responsabili di comodo, l’intero appalto di pulizia e manutenzione dei convogli ferroviari a Reggio Calabria, imponendo tangenti mensili alle imprese appaltatrici e ricorrendo a minacce e sabotaggi — fino al proiettile lasciato sul tergicristallo di un funzionario Trenitalia colpevole di aver segnalato i treni sporchi. È il filone più corposo — undici capi d’imputazione, dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Sabato Abbagnale, nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria guidata dal procuratore capo Giuseppe Borrelli, che attribuisce il controllo dell’appalto al locale di ‘ndrangheta di San Giovannello, federato alla casa madre De Stefano-Tegano. Ed è lo stesso procuratore Borrelli, durante la conferenza stampa sugli arresti dell’Inchiesta Epicentro 2 ad affermare che la manutenzione e della pulizia dei treni presso il polo ferroviario di Reggio Calabria è settore “strategico” per la consorteria: “Questo condizionamento si sarebbe manifestato attraverso rapporti con le imprese affidatarie del servizio. Un servizio di manutenzione e di pulizia affidato ad un esponente dell’organizzazione criminale che avrebbe gestito sia le assunzioni del personale, sia il rapporto lavorativo. Questo anche attraverso l’infiltrazione delle organizzazioni criminali nelle dinamiche sindacali, ritenute funzionali a garantire l’influenza criminale sul comparto e ad assicurare utilità economiche alle cosche”. Così ecco che nell’ordinanza scrivono gli stessi inquirenti nella premessa, «da lungo tempo sottoposto al condizionamento della famiglia Tegano e tuttora interessato da dinamiche mafiose in atto»: un condizionamento sopravvissuto, secondo la ricostruzione investigativa, a ogni cambio di appaltatore, da Service Key S.p.A. e Zenith Group S.p.A. (titolari del contratto DPLHSU9 stipulato con Trenitalia il 16 maggio 2018) fino all’ATI subentrata composta da CMF Consorzio Stabile e I.F.M. Italiana Facility Management, con i lotti reggini affidati a Rekeep S.p.A., Profer Soc. Coop. e Dussmann Services. A restare costante, in ogni passaggio di mano, è un solo nome: quello di Riedo, già figura apicale del locale di San Giovannello, rimasto fedele alla fazione riconducibile a Demetrio Logiudice dopo l’ascesa di Antonio Ambrogio alla reggenza. Per gli inquirenti diventa il «dominus di fatto» dell’appalto, il referente occulto delle cosche De Stefano-Tegano all’interno della commessa Trenitalia, a prescindere da quale impresa la gestisse formalmente sulla carta.
Il dipendente “non gradito” che continua a comandare
Il cuore del meccanismo, ricostruito nei capi 15, 16, 17 e 23 (contestati a titolo di truffa aggravata ai danni di Trenitalia), è a suo modo paradossale: Trenitalia, esercitando la clausola contrattuale di non gradimento prevista dall’Accordo Quadro, aveva imposto già nel marzo 2019 l’allontanamento di Riedo dall’appalto proprio a causa dei suoi precedenti per mafia. Secondo l’accusa, però, Riedo non se ne sarebbe mai andato davvero. Gli artifici contestati sono elencati in dettaglio: false comunicazioni a Trenitalia su un presunto trasferimento di Riedo a Cassino; un accordo sindacale siglato nel giugno 2019 tra le società e le sigle sindacali — mai comunicato alla stazione appaltante — che gli avrebbe permesso di continuare a gestire l’appalto in telelavoro; un ufficio preso in affitto fuori dal perimetro dell’impianto di Calamizzi per operare “da remoto”; l’inserimento di Riedo in copia conoscenza occulta nelle mail con Trenitalia o l’uso di indirizzi di posta elettronica che ne mascheravano l’identità; infine l’interposizione fittizia di altri dipendenti nominati “responsabili di servizio” solo per interfacciarsi con l’azienda, senza però che al nome corrispondesse un potere reale, rimasto sempre nelle mani di Riedo. Al capo 16 si aggiunge un tentativo di truffa più articolato: l’inserimento occulto nelle liste del personale, in vista della gara pubblicata in Gazzetta Ufficiale UE nel luglio 2020, anche di altri nominativi non graditi, e l’assunzione — tramite la società ZR Srl, controllata al 50% da Zenith Group e quindi, scrive l’accusa, “in conflitto di interesse” — di 24 nuovi dipendenti scelti da Riedo tra soggetti vicini alla cosca Tegano, ai quali sarebbe stato affidato in subappalto il 15% del valore del contratto di pulizia del materiale rotabile.
Il certificato medico falso e il “responsabile” psichiatra
Per blindare la propria posizione quando Trenitalia tornò a chiedere la sua rimozione, secondo il capo 19 dell’imputazione Riedo si sarebbe procurato un certificato medico falso, retrodatato all’ottobre 2020, che attestava fittizi attacchi di panico e crisi depressive. A formarlo, in concorso, sarebbero stati Nicola Burlin (rappresentante di Service Key), l’avvocato Marco Ambesi a cui Riedo si rivolgeva, Michele Ambesi (in qualità di determinatore) e Pasquale Romeo, medico psichiatra qualificato come pubblico ufficiale. Il certificato, si legge nell’ordinanza, serviva a impedire la rimozione di Riedo “in quanto collocato in malattia” — uno stratagemma che si sarebbe rivelato funzionale a mantenere il controllo dell’appalto per conto della cosca Tegano.
La tangente mensile e le minacce ai responsabili aziendali
Le contestazioni riguardano anche la gestione dell’appalto affidato nel 2018 alle società Service Key e Zenith Group Services. Secondo gli investigatori, dopo l’allontanamento disposto da Trenitalia, Riedo avrebbe continuato a dirigere l’attività attraverso responsabili formalmente incaricati, indirizzi di posta elettronica occultati, uffici esterni agli impianti ferroviari e accordi sindacali che avrebbero consentito una gestione da remoto. In questo modo, sostiene la DDA, Trenitalia sarebbe stata indotta a credere che il dirigente estromesso non avesse più alcun ruolo operativo. Lo stesso schema, sempre secondo la Procura, sarebbe stato riproposto durante il cambio degli appalti tra il 2020 e il 2022, con l’inserimento negli elenchi del personale di lavoratori già destinatari del provvedimento di non gradimento e con tentativi di ottenere la loro assunzione presso le nuove imprese aggiudicatarie. L’accusa configura una vera e propria estorsione, distinta dagli artifici truffaldini: tra il maggio 2018 e il maggio 2022, in Calabria e in provincia di Messina, Riedo avrebbe costretto Santi Bruno (rappresentante di Zenith Group) e Nicola Burlin (Service Key) a versare tangenti mensili non inferiori a 20mila euro, minacciando che il personale fedele a lui non avrebbe eseguito le prestazioni di pulizia, esponendo le due società al rischio di penali contrattuali da parte di Trenitalia, e paventando — si legge — «azioni di sabotaggio e altre azioni violente» derivanti dall’appartenenza alla cosca Tegano. Un copione che, secondo l’accusa, si sarebbe ripetuto a ogni cambio di appaltatore: contro Dussmann Services, subentrata nel maggio 2022 sui lotti “intercity giorno” e ambiente, con la minaccia esplicita che l’appalto “era gestito da lui” e che gli operai fedeli non avrebbero lavorato; e contro Rekeep Rail, con pressioni dirette sulla direttrice generale Camilla Senzani e sui responsabili Valerio Villano e Mario Carannante, accompagnate — secondo la contestazione — dal taglio di cavi elettrici nell’impianto come atto dimostrativo di sabotaggio. In entrambi i casi le assunzioni dirette di Riedo non si perfezionarono, perché le imprese subentranti fecero valere ancora una volta il non gradimento imposto da Trenitalia. Ma, scrive l’accusa, Riedo sarebbe comunque riuscito a farsi assumere in modo occulto attraverso la Cooperativa Portabagagli, controllata da Profer Soc. Coop., altra impresa subentrata nell’appalto.
Il funzionario Trenitalia, l’auto graffiata e il proiettile sul tergicristallo
C’è ancora l’episodio più duro della vicenda giudiziaria, quello contro un dipendente della stessa Trenitalia. Giuseppe Filippo Marraffa, incaricato di controllare la qualità delle pulizie sui treni, aveva elevato ripetute contestazioni per prestazioni non rese, con decurtazioni del corrispettivo fino al 27% a carico della società Dussmann. Secondo l’accusa, Vincenzo Dascola — responsabile sull’impianto per conto di Riedo — avvicinò Marraffa lamentando che quelle segnalazioni lo mettevano in cattiva luce con i vertici aziendali. Alle parole seguirono i fatti: l’auto di Marraffa venne prima graffiata, poi gli fu lasciata sul tergicristallo una mascherina agganciata “a simulare un bavaglio” e infine, a ottobre 2022, un proiettile calibro 7.65. Una progressione intimidatoria che, per gli inquirenti, mirava a costringere il funzionario ad astenersi da ulteriori contestazioni sulla mancata pulizia dei treni.
Il ruolo attribuito ai sindacati
Uno degli aspetti centrali dell’indagine riguarda il presunto utilizzo delle organizzazioni sindacali come strumento di gestione dell’appalto. La Procura contesta che alcuni rappresentanti sindacali avrebbero svolto un ruolo funzionale agli interessi del gruppo. Tra questi viene indicato Bruno Nicolazzo, rappresentante della FAST Confsal, inizialmente ritenuto referente per la predisposizione di pratiche fiscali sfociate in un’ipotesi di estorsione aggravata ai danni di due lavoratori. Successivamente, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, gli equilibri sindacali sarebbero mutati. Giovanni Trunfio, rappresentante della UGL, avrebbe assunto un ruolo determinante nella gestione delle relazioni sindacali durante i cambi di appalto. L’inchiesta sostiene che numerosi lavoratori sarebbero stati indotti ad abbandonare la FAST per iscriversi alla UGL, rafforzando così una sigla ritenuta più favorevole agli interessi del gruppo riconducibile a Riedo. Tra gli episodi contestati compare anche l’intimidazione ai danni dello stesso Nicolazzo, che avrebbe rifiutato di sostenere alcune operazioni legate ai subappalti. Secondo la Procura, sulla sua autovettura furono lasciate due cartucce inesplose e, contestualmente, numerosi lavoratori avrebbero abbandonato la FAST aderendo alla UGL. Per gli inquirenti tale passaggio avrebbe consentito di utilizzare il peso della rappresentanza sindacale nelle trattative con le imprese subentranti, facendo leva anche sul rischio di scioperi, blocchi operativi e sabotaggi.
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Redazione Corriere
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