Il libro L’Ostaggio, scritto nel 2022 dal giornalista e vicedirettore de L’Espresso Enrico Bellavia, è stato lo spunto per il dibattito che si è svolto ieri pomeriggio presso la Sala Mattarella dell’ARS Assemblea Regionale Siciliana a Palazzo dei Normanni in Piazza del Parlamento a Palermo.
L’incontro ha offerto l’opportunità di approfondire i temi e le riflessioni proposte nel volume in un dialogo diretto con illustri interlocutori e con il pubblico presente. E’ stata rilanciata anche la petizione “Sostenere Renato Cortese in nome della giustizia” promossa sulla piattaforma www.change.org con l’obiettivo di sostenerlo nella battaglia legale che al momento lo ha visto condannato.
Accanto all’autore sono intervenuti il professore emerito di Diritto penale Giovanni Fiandaca, il presidente della Camera Penale di Palermo Vincenzo Zummo e il giornalista Riccardo Lo Verso. Ad aprire i lavori, il vice capogruppo del PD dell’Assemblea Regionale Siciliana, Mario Giambona.
La premessa

Da cacciatore dei più pericolosi latitanti di Cosa nostra a protagonista di una delle vicende giudiziarie più discusse degli ultimi anni. Una vicenda kafkiana quella di Renato Cortese, oggi direttore centrale delle specialità della Polizia di Stato, che ha guidato alcune delle più importanti operazioni antimafia degli ultimi decenni, tra cui gli arresti di Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza e, soprattutto, Bernardo Provenzano, catturato nel 2006 dopo quarantatré anni di latitanza e che oggi si ritrova condannato in appello.
Il nome di Renato Cortese oggi è legato anche al caso Shalabayeva, la vicenda dell’espulsione dall’Italia della moglie del latitante kazako Mukhtar Ablyazov e della figlia, avvenuta nel 2013. Dopo un lungo percorso processuale, segnato da assoluzioni, annullamenti e nuovi giudizi, l’ex questore di Palermo è stato nuovamente condannato in appello a cinque anni di reclusione per sequestro di persona. Una decisione arrivata nonostante la Procura Generale avesse chiesto l’assoluzione. La sentenza è ora al vaglio della Corte di Cassazione. Una vicenda che continua a dividere il mondo giuridico.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Cortese avrebbe avuto un ruolo determinante nella gestione dell’espulsione. La difesa sostiene invece che il Prefetto Cortese si sia limitato a coordinare un procedimento amministrativo, senza alcuna volontà di privare della libertà personale Alma Shalabayeva e la figlia.
Proprio attorno a questa vicenda si è sviluppata una mobilitazione trasversale. Magistrati, giuristi, rappresentanti dell’antimafia, sindacalisti di Polizia, familiari di vittime di mafia e giornalisti hanno sottoscritto una petizione pubblica a sostegno di Renato Cortese, chiedendo che la sentenza venga rivista e sostenendo che la sua figura rappresenti uno dei simboli della lotta dello Stato contro Cosa nostra.
Nel corso dell’incontro di Palermo è stato proiettato anche un videomessaggio di Enrico Bellavia che rilancia proprio questa iniziativa, invitando i cittadini a conoscere la vicenda e, per chi lo riterrà, ad aderire alla petizione, che ha già raggiunto 8596 firme verificate.

Il vice capogruppo del PD dell’Assemblea Regionale Siciliana, Mario Giambona ha inaugurato i lavori affermando: “Faccio da padrone di casa e dò il benvenuto ad un pubblico che è accorso numeroso, nonostante il caldo. Non stiamo parlando solo di un libro ma di una storia di riscatto anche per la nostra terra. Renato Cortese e la sua storia ci ricordano il suo grande contributo nella lotta alla mafia. Oggi, con gli esperti affrontiamo i tanti aspetti della sua vicenda giudiziaria. Affrontiamo questo tema in questa sala intitolata a Piersanti Mattarella, vittima di mafia”.
L’autore Enrico Bellavia ha raccontato il suo lavoro: “Questo libro l’ho concluso nel 2022 perché pensavo fosse doveroso che nella memoria di questo Paese dovesse rimanere il caso Cortese, allora assolto. Purtroppo la vincenda non si concluse lì, perché ci fu una volontà di rivalsa contro le motivazioni della sentenza d’appello. Ed ora siamo arrivati alla condanna che deve andare al vaglio della Cassazione. Così si è arrivati alla petizione alle più alte cariche dello Stato. I gradi di giudizio sono di solito una garanzia ma la contraddizione su fatti analoghi disorienta e ci fa pensare che ci sia una personalizzazione della giustizia ed espone il nostro Paese alla deriva. C’è stata una mistificazione nel nostro Paese che fece passare per dissidente un latitante”.
Il professore Giovanni Fiandaca ha aggiunto: “E’ una vicenda giuriridica che ha aspetti discutibili. In particolare, è difficile configurare un reato di sequestro di persona. Ammesso che ci sia stata nella procedura di rimpatrio qualche violazione di regola formale, questo non equivale a configurare una volontà di sequestro anche in relazione al contesto. Non mancano altri casi di ingiustizia. Come diceva qualche anno fa il Presidente Mattarella in un incontro con i giovani magistrati, l’autonomia della magistratura va di pari passo con una sentenza comprensibile. Questa sentenza non lo è”.
Ha dato il suo contributo al dibattito anche il presidente della Camera Penale di Palermo Vincenzo Zummo:”E’ un processo simbolo di un certo populismo giudiziario che si è inserito nella nostra società. Un atto dovuto come quello della ricerca di un latitante diventa un sequestro di persona che non si è mai verificato. Renato Cortese si era limitato soltanto ad eseguire la ricerca di un latitante secondo le direttive dell’Interpol”.
Il giornalista Riccardo Lo Verso ha moderato gli interventi e ha detto: “E’ una storia processuale controversa quella di Renato Cortese, anche per le verità giudiziarie opposte a cui sono arrivati i processi. Condannato in primo grado per quello che fu definito “sequestro di Stato”, assolto in appello, la Cassazione ora ha stabilito che bisogna rifare il processo e si attende adesso il nuovo verdetto in appello. Nel frattempo, la petizione ha sposato il caso Cortese come caso di ingiustizia: da una parte c’è il poliziotto, dall’altro l’uomo che deve subire una vicenda giudiziaria iniziata nel 2013 ed ancora aperta dopo 13 anni. In mezzo ci sono carriere che vanno in frantumi, vite e affetti che vengono segnate”.

Nel libro edito da Zolfo si ripercorre come una vita contro la mafia, come quella di Renato Cortese, sia rimasta intrappolata nella ragnatela di una spy story molto italiana. Renato Cortese è finito suo malgrado al centro dell’intrigo internazionale che ruota intorno alla figura dell’oligarca kazako Mukhtar Ablyazov. Un ricercato da catturare, fuggito all’estero con una borsa piena di miliardi di euro o un sedicente oppositore che manovra per deporre il regime nell’ex Repubblica sovietica? O, come è più probabile, entrambe le cose. Nel gorgo di una bufera politica, nella tempesta di una campagna mediatica, in una giostra di paradossi diplomatico-giudiziari, la vicenda kafkiana che ha sconvolto la vita dell’investigatore più famoso d’Italia. Fermato da un’accusa infamante a un passo dal raccogliere i frutti di una carriera in prima linea.
Bellavia, giornalista di Repubblica e vicedirettore de L’Espresso, ha collaborato con Micromega. Come autore di libri, ha scritto con Salvo Palazzolo Falcone e Borsellino, mistero di Stato, Edizioni della Battaglia, 2002, Voglia di mafia. La metamorfosi di Cosa Nostra da Capaci a oggi, Carocci, 2004 e con Silvana Mazzocchi, Iddu. La cattura di Bernardo Provenzano, Baldini Castoldi Dalai, 2006. Per BUR ha pubblicato, con Maurizio De Lucia, Il cappio, 2009, e Un uomo d’onore, 2010.Assieme al procuratore dell’antimafia Pietro Grasso da alle stampe nel 2011, per Dalai edizioni, Soldi sporchi. Come le mafie riciclano miliardi e inquinano l’economia mondiale.
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Isabella Napoli
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