TORINO La strada che via via si fa sempre più stretta, le case si addossano l’una all’altra come un presepe a luci spente. E, poco oltre, l’inizio definito di un territorio dove, di colpo, le regole cambiano completamente. Siamo in Brasile, nel cuore criminale di Rio de Janeiro. All’ingresso della favela la polizia resta ai margini. Dentro, invece, ci sono uomini con i fucili in mano, scarcerati controllati attraverso il braccialetto elettronico e sentinelle pronte a osservare ogni movimento.
A raccontarlo è Vincenzo Pasquino, condannato a 10 anni di reclusione nell’ambito del processo “Samba” della Dda di Torino, celebrato col rito abbreviato. Pasquino, 35 anni, era considerato un membro di spicco della ’ndrangheta. Già condannato in via definitiva nel processo “Cerbero” per associazione mafiosa, in qualità di appartenente alla locale di Volpiano, fu catturato il 24 maggio 2021 in Brasile insieme al più noto latitante Rocco “Tamunga” Morabito. Dopo la consegna all’Italia, avvenuta nel marzo 2024 a seguito della domanda di estradizione, ha avviato formalmente il suo percorso di collaborazione con la giustizia. Poi il procedimento “Samba”, fino alle condanne in abbreviato.
È in questo scenario che il broker italiano sostiene di essere entrato, portando con sé Carlo Pezzo per una riunione legata agli affari del narcotraffico. Questa volta le motivazioni della sentenza del rito abbreviato dell’operazione “Samba” conducono direttamente nel cuore criminale di Rio de Janeiro, in un’area descritta come sottratta al controllo ordinario dello Stato e presidiata da uomini vicini al Comando Vermelho. Una scena che, nelle parole del collaboratore, avrebbe impaurito lo stesso Pezzo davanti alla vista dei fucili e di una polizia costretta a fermarsi fuori.
Secondo quanto emerge dalle motivazioni, Pasquino racconta di essere entrato in una favela di Rio de Janeiro per una riunione collegata agli affari di narcotraffico. A introdurlo in quel contesto sarebbe stato un suo referente italiano, indicato come Emanuele, soggetto che, nel racconto del collaboratore, avrebbe avuto rapporti con ambienti criminali locali e con uomini vicini al Comando Vermelho. La scena descritta è quella di un territorio sottratto al controllo ordinario dello Stato. Pasquino parla di soggetti armati di fucili, di persone in libertà con il braccialetto elettronico e di una presenza costante di uomini riconducibili al contesto criminale brasiliano. Un quadro che, nelle sue parole, restituisce il livello di penetrazione delle organizzazioni attive in quel quadrante del narcotraffico sudamericano.

Tra i passaggi più forti del suo racconto c’è quello relativo alla presenza delle forze dell’ordine. Pasquino riferisce infatti che la polizia si sarebbe fermata ai margini dell’area, senza entrare nella favela. È un’immagine che, al di là del singolo episodio, serve a dare la misura del contesto nel quale si muovevano i broker italiani trapiantati in Brasile e dei contatti che erano in grado di attivare. Il collaboratore collega quel contesto alla rete di relazioni costruita durante la sua permanenza in Sudamerica, dove il narcotraffico non era fatto soltanto di carichi di cocaina e telefoni criptati, ma anche di presidi territoriali, protezioni armate e ambienti criminali capaci di imporre regole proprie.
Nel racconto richiamato nelle motivazioni compare anche Carlo Pezzo, che Pasquino sostiene di avere portato con sé in una di quelle occasioni. Sempre secondo la sua versione, Pezzo sarebbe rimasto colpito, se non spaventato, dalla vista degli uomini armati e dall’atmosfera che si respirava all’interno della favela. Il dettaglio è rilevante perché aggiunge concretezza alla ricostruzione. Non siamo più soltanto sul terreno dei messaggi criptati o delle trattative a distanza, ma davanti a una scena vissuta in prima persona da soggetti che, secondo la ricostruzione giudiziaria, orbitavano stabilmente in un sistema internazionale di approvvigionamento e movimentazione della cocaina.
Proprio su questo punto, però, Pasquino introduce una distinzione importante. Pur descrivendo contatti indiretti e ambienti riconducibili al Comando Vermelho, precisa di non avere mai lavorato direttamente con quell’organizzazione. La forza del passaggio sottolineata dal gup nelle motivazioni del processo abbreviato “Samba” sta nel mostrare quanto fosse profonda l’immersione del gruppo nel contesto criminale brasiliano. Pasquino si muoveva in un ambiente nel quale le organizzazioni locali erano presenza visibile e armata, anche se lui distingue nettamente quel mondo dai rapporti diretti che invece rivendica con altri interlocutori del narcotraffico.

Nelle motivazioni il quadro brasiliano si arricchisce anche di un altro episodio, richiamato dallo stesso Pasquino, relativo a 75 chili di cocaina sequestrati su una barca dalla Polizia federale. Il collaboratore attribuisce quel carico all’organizzazione di Carlo Pezzo, in collegamento con un referente napoletano e con interlocutori brasiliani. È un passaggio che rafforza la dimensione internazionale della rete, perché suggerisce un sistema capace di usare non solo i canali marittimi tradizionali dei container, ma anche modalità diverse di movimentazione dello stupefacente.
Aspetti che, nelle motivazioni del gup, assumono rilievo «perché aiutano a comprendere il livello dei rapporti intessuti da Pasquino e dai suoi interlocutori in Sudamerica» e contribuiscono a definire il contesto in cui si muoveva una parte dell’organizzazione. Dopo la spedizione punitiva progettata in Colombia e il fallito recupero dei 440 chili di cocaina a Malaga (NE ABBIAMO SCRITTO QUI), il racconto della favela aggiunge un altro tassello alla parabola criminale di Vincenzo Pasquino elevatosi nel tempo da broker che tratta partite milionarie a «uomo capace di entrare nei luoghi più sensibili del narcotraffico brasiliano», portando con sé uomini del proprio giro e osservando da vicino le regole imposte dai cartelli nei territori che controllano. Con tutti i rischi che ne conseguono. (g.curcio@corrierecal.it)
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Redazione Corriere
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