MILANO Dopo 49 anni trascorsi ininterrottamente dietro le sbarre, Domenico Papalia, conosciuto come “Micu”, ha lasciato il carcere. Il Tribunale di sorveglianza di Bologna ha accolto l’istanza presentata dai suoi difensori (gli avvocati Annarita Franchi, Rosa Martino e Ambra Giovene) concedendo all’81enne la detenzione domiciliare per motivi di salute. Papalia, da tempo affetto da una grave patologia oncologica, era detenuto nel penitenziario di Parma e sconterà la pena ai domiciliari, almeno per il momento lontano dalla Calabria. Si chiude tuttavia una detenzione iniziata nel 1977, quando Papalia aveva poco più di trent’anni, e diventata una delle più lunghe nella storia penitenziaria italiana.
Originario di Platì e fratello di Antonio e Rocco Papalia, Micu è stato indicato per decenni come una delle figure più autorevoli della ’ndrangheta calabrese e lombarda. Una sorta di “papa” delle cosche, capace, secondo investigatori e collaboratori di giustizia, di conservare il proprio peso anche durante la lunghissima detenzione. La storia dei Papalia è legata soprattutto a Buccinasco e all’hinterland milanese, la cosiddetta “Platì del Nord”, diventata dagli anni Settanta uno dei principali avamposti della criminalità organizzata calabrese. Rapporti con i De Stefano, sequestri di persona, traffici di droga e omicidi hanno accompagnato l’ascesa della famiglia, mentre Micu diventava un riferimento riconosciuto anche fuori dalla Lombardia. Il collaboratore Annunziato Romeo lo aveva definito un «Giano bifronte»: referente della ’ndrangheta di Platì e, allo stesso tempo, rappresentante dell’organizzazione su scala nazionale. Papalia era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio del boss Antonio D’Agostino, avvenuto a Roma nel novembre del 1976. Quella sentenza, però, fu ribaltata nel 2017 dalla Corte d’Assise d’appello di Perugia al termine di un processo di revisione: assoluzione per non aver commesso il fatto. La scarcerazione non arrivò, perché sul boss gravavano altre condanne, tra cui quella definitiva come mandante dell’omicidio di Umberto Mormile.
Mormile aveva 34 anni ed era un educatore del carcere di Milano-Opera. La mattina dell’11 aprile 1990 stava andando al lavoro quando, nelle campagne di Carpiano, la sua automobile venne affiancata da una moto di grossa cilindrata. I killer esplosero sei colpi di pistola, uccidendolo. Per l’omicidio sono stati condannati come mandanti Antonio Papalia, Franco Coco Trovato e Domenico Papalia. Gli esecutori materiali individuati nelle sentenze sono Antonio Schettini e Antonino Cuzzola, entrambi collaboratori di giustizia. La condanna definitiva di Micu Papalia arrivò nel 2011. Ma il processo ai mandanti e agli esecutori non è mai riuscito a dissipare tutte le ombre sulla reale causale dell’agguato. Al centro delle diverse ricostruzioni giudiziarie ci sono il rifiuto di Mormile di agevolare Papalia nell’ottenimento di benefici penitenziari e, soprattutto, ciò che l’educatore avrebbe scoperto durante il suo servizio nelle carceri di Parma e Opera.
Secondo quanto riferito dal collaboratore Antonino Cuzzola, Mormile sarebbe stato a conoscenza degli incontri «abusivi» tra Domenico Papalia ed esponenti dei Servizi segreti nel carcere di Parma. L’educatore aveva lavorato nell’istituto emiliano dal gennaio 1979 all’ottobre 1987, in un periodo segnato da irregolarità, violazioni dei regolamenti e da un’ispezione conclusa con la rimozione del direttore e il trasferimento di parte del personale. Cuzzola raccontò che Antonio Papalia avrebbe ordinato la morte di Mormile per conto del fratello Domenico, proprio perché l’educatore aveva parlato di quei colloqui riservati. Una versione affiancata, nei vecchi processi, da quella secondo cui Mormile avrebbe rifiutato di continuare ad agevolare il detenuto nella concessione di permessi e benefici. L’omicidio venne poi rivendicato attraverso la sigla “Falange Armata”, destinata a comparire negli anni successivi in alcuni dei capitoli più oscuri della storia italiana. Secondo le dichiarazioni confluite nel processo “’Ndrangheta stragista”, la sigla sarebbe stata utilizzata per depistare le indagini e allontanare i sospetti dai Papalia.
Nel 2022 il gip di Milano respinse la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura e dispose nuove indagini, accogliendo l’opposizione presentata dalla famiglia Mormile attraverso l’avvocato Fabio Repici. L’obiettivo era approfondire il ruolo della Falange Armata, le dichiarazioni emerse nel processo “’Ndrangheta stragista” e l’eventuale coinvolgimento di uomini appartenenti agli apparati dello Stato. Il nuovo procedimento portò nel marzo 2024 alla condanna in primo grado a sette anni dei collaboratori Vittorio Foschini e Salvatore Pace. Nelle motivazioni, la gup Marta Pollicino considerò la tesi secondo cui Mormile fosse stato ucciso perché conosceva i rapporti tra criminalità calabrese e Servizi segreti «non irragionevole» e «concretamente prospettabile». Pace è stato poi assolto in appello perché il fatto non sussiste, mentre la condanna di Foschini è diventata definitiva dopo la rinuncia all’impugnazione. I giudici d’appello hanno riconosciuto che non è stato possibile identificare eventuali mandanti appartenenti ai Servizi, lasciando però aperta la possibilità di nuove indagini qualora dovessero emergere ulteriori elementi.

Già nel 2021 il Corriere della Calabria, ricostruendo gli equilibri criminali di Buccinasco, aveva raccontato l’attesa per la possibile uscita dal carcere di Micu Papalia. Una prospettiva seguita con attenzione dagli investigatori per il prestigio e l’autorità che, secondo numerose informative, il vecchio boss avrebbe continuato a conservare dentro e fuori la ’ndrangheta. Negli anni si sono moltiplicate anche le campagne per la concessione della grazia o del differimento della pena, sostenute da associazioni radicali e garantiste alla luce dell’età e delle condizioni cliniche del detenuto. Le istanze erano rimaste senza esito fino alla decisione del Tribunale di sorveglianza di Bologna. A 81 anni, Micu Papalia lascia dunque la cella, ma non la pena. E con la sua uscita dal carcere torna inevitabilmente in primo piano una storia che attraversa mezzo secolo di ’ndrangheta al Nord. (g.curcio@corrierecal.it)
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Redazione Corriere
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