Sampierdarena riscopre un tesoro di tredici secoli: Asef accende la chiesetta che custodì le reliquie di Sant’Agostino


Dopo il recupero della facciata e della pavimentazione, un nuovo impianto elettrico e un’illuminazione studiata per valorizzare architetture, decorazioni e arredi restituiscono fascino alla Chiesetta di Sant’Agostino della Cella. Un luogo la cui storia affonda nell’Alto Medioevo, nel viaggio delle reliquie del Santo dalla Sardegna a Pavia, attraversa la nascita del convento, sopravvive ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e arriva fino al progetto contemporaneo di recupero del chiostro

Una nuova luce si accende sopra una storia lunga più di tredici secoli. Nel cuore di Sampierdarena, quasi nascosta all’interno di un tessuto urbano profondamente trasformato dal tempo, la Chiesetta di Sant’Agostino della Cella torna progressivamente a mostrarsi nella sua bellezza.

Dopo il restauro della facciata e della pavimentazione, l’antico edificio protoromanico è stato dotato di un nuovo impianto elettrico e di un sistema di illuminazione interna capace di mettere in risalto murature, nervature, intonaci, decorazioni e arredi.

L’intervento rappresenta un nuovo tassello di un progetto molto più ampio, nato con l’obiettivo di recuperare uno dei luoghi più antichi e carichi di memoria di Sampierdarena e, progressivamente, restituirlo pienamente alla città.

Il restauro conservativo è coordinato dal Gruppo Culturale Amici della Cella. La Fondazione Carige ha sostenuto gli interventi sulla parte muraria, mentre Asef ha contribuito alla realizzazione della nuova illuminazione. Il progetto complessivo, elaborato dal laboratorio di architettura e urbanistica Braghieri, prevede anche il recupero del chiostro dell’antico complesso religioso.


L’accensione delle nuove luci, inaugurata venerdì sera, permette oggi di leggere con maggiore chiarezza le stratificazioni di un edificio che non rappresenta soltanto un luogo di culto, ma una vera pagina di storia genovese.

La vicenda della Chiesetta della Cella comincia molto prima della Sampierdarena industriale, delle grandi fabbriche, delle trasformazioni ottocentesche e novecentesche e perfino della città moderna che oggi la circonda.

Secondo la tradizione religiosa, nell’area esisteva già un edificio sacro dedicato a San Pietro. Nel 725 dopo Cristo quella piccola costruzione sarebbe stata ricostruita o profondamente trasformata in occasione di un avvenimento destinato a segnarne per sempre l’identità: il passaggio delle reliquie di Sant’Agostino.

Le spoglie del grande Padre della Chiesa si trovavano allora in Sardegna. Il re longobardo Liutprando ne dispose il trasferimento verso Pavia, con l’obiettivo di sottrarle al pericolo delle incursioni saracene. Durante quel lungo viaggio, secondo la memoria tramandata nei secoli, le reliquie raggiunsero la costa genovese e furono accolte proprio alla Cella, nell’attuale Sampierdarena.

Per la piccola comunità dell’epoca dovette trattarsi di un avvenimento eccezionale. Quelle mura, fino ad allora legate alla dedicazione a San Pietro, divennero per un breve ma decisivo momento custodi delle spoglie di uno dei protagonisti assoluti della storia del cristianesimo.


La tradizione vuole che proprio da quel passaggio abbia avuto origine la successiva dedicazione a Sant’Agostino.

Il nome stesso della “Cella” richiama una dimensione antica, raccolta, monastica. Nei secoli, attorno a quel piccolo edificio sacro crebbe una realtà religiosa più vasta. La chiesetta venne progressivamente inglobata nella fabbrica di un convento, diventando parte di un complesso che accompagnò per lungo tempo la vita spirituale e sociale del territorio.

Mentre tutto intorno cambiava, il piccolo sacello continuava a custodire la memoria del passaggio delle reliquie.

Sampierdarena, nei secoli, sarebbe diventata qualcosa di completamente diverso. Il paesaggio agricolo e costiero avrebbe lasciato sempre più spazio alle trasformazioni urbane, alle attività produttive, alle infrastrutture e a una crescita che avrebbe modificato radicalmente il rapporto tra il quartiere, il mare e le sue testimonianze più antiche.

Eppure la Chiesetta di Sant’Agostino rimase.


Il momento più drammatico arrivò nel Novecento.

Durante la Seconda guerra mondiale Genova fu ripetutamente colpita dai bombardamenti. Anche il complesso religioso della Cella subì pesanti distruzioni. Parte del convento nel quale la chiesetta era stata inglobata venne devastata dalle bombe.

Il piccolo edificio, però, sopravvisse.

Una sopravvivenza quasi simbolica: mentre attorno cadevano porzioni del complesso costruito nei secoli, quelle mura antichissime riuscirono a superare anche la distruzione della guerra.

Terminato il conflitto, la città aveva altre urgenze. Bisognava ricostruire case, infrastrutture e quartieri. Sampierdarena cambiava ancora una volta volto e la piccola Chiesetta di Sant’Agostino finì progressivamente ai margini dell’attenzione.


Per decenni rimase quasi dimenticata.

Non scomparve, ma diventò una presenza silenziosa, conosciuta soprattutto dalla comunità parrocchiale, dagli studiosi, dagli appassionati della storia locale e da chi continuava a conservarne memoria.

È proprio da questa lunga fase di oblio che nasce il significato del recupero avviato negli ultimi anni.

Non si tratta semplicemente di restaurare muri antichi, ma di ricucire un legame interrotto tra un quartiere e una parte della propria storia.

La Chiesetta di Sant’Agostino rappresenta infatti una testimonianza rara della profondità storica di Sampierdarena. Dietro la città contemporanea, dietro le strade, il porto, le infrastrutture e gli edifici moderni, sopravvive un luogo che rimanda direttamente all’Alto Medioevo e alle grandi rotte che attraversavano il Mediterraneo e collegavano Genova all’Europa.


È questo aspetto che ha sottolineato anche l’amministratore unico di Asef Paolo Scovazzi, ricordando la natura storicamente policentrica e cosmopolita di Genova e il ruolo dei suoi approdi.

Il passaggio delle reliquie voluto da un re longobardo e la loro accoglienza a Sampierdarena raccontano, secondo Scovazzi, una città che già molti secoli fa era un punto di incontro tra mondi diversi. «È una vicenda straordinaria, ricca di nobili suggestioni, in cui siamo fieri di avere un ruolo attraverso il nostro contributo», ha sottolineato.

Per il parroco di Santa Maria della Cella Matteo Firpo, l’accensione della nuova illuminazione ha un significato che va ben oltre l’aspetto tecnico.

Le nuove luci devono contribuire a rendere nuovamente la chiesetta un punto di riferimento per la comunità parrocchiale, per Sampierdarena e per chi entrerà in questo spazio cercando bellezza, pace e ricchezza spirituale.

Matteo Firpo ha ringraziato Fondazione Carige e Asef per avere sostenuto concretamente il percorso, insieme al Gruppo Culturale Amici della Cella e alle persone impegnate nel progetto.


Alla cerimonia ha partecipato anche Margherita Pardini, assessora alla Cultura del Municipio II Centro Ovest, che ha sottolineato come restituire la Chiesetta di Sant’Agostino al territorio significhi riportare alla vita un luogo capace di custodire secoli di identità.

Fondamentale è stato il lavoro dei volontari.

Tra loro Mirco Oriati, stretto collaboratore del parroco e sostenitore del progetto insieme al Gruppo Culturale Amici della Cella, vede nel nuovo intervento un altro passo verso il recupero completo dell’edificio.

Quelle pietre, ha ricordato, raccontano una storia più che millenaria fatta di spiritualità, tradizioni e vicende umane. L’auspicio è che la nuova luce possa diventare anche simbolicamente il punto di partenza per raggiungere altri traguardi.

Il percorso, infatti, non è terminato.


L’obiettivo più ambizioso rimane il recupero complessivo del chiostro e la valorizzazione dell’intero complesso superstite, così da restituire definitivamente alla città un monumento che ha attraversato oltre un millennio di storia.

All’inaugurazione erano presenti anche Rossana Rizzuto, vicepresidente del Gruppo Culturale Amici della Cella, e Stefano Ferrajoli, titolare della ditta che ha realizzato il nuovo impianto elettrico e di illuminazione. Hanno inviato i propri saluti l’architetto Alessandro Braghieri, autore del progetto, e Grazia Di Natale, coordinatrice dell’Ufficio diocesano per i Beni culturali e l’Edilizia di culto.

Oggi la Chiesetta di Sant’Agostino è visitabile, anche attraverso visite private o di gruppo organizzate contattando il Gruppo Culturale Amici della Cella.

Entrarvi significa attraversare, in pochi metri, tredici secoli di storia: un antico edificio dedicato a San Pietro, il passaggio delle reliquie di Sant’Agostino, la devozione medievale, la crescita del convento, le bombe della guerra, decenni di silenzio e infine la lenta rinascita.

Una piccola chiesa sopravvissuta praticamente a tutto. E che, con le nuove luci accese grazie anche ad Asef, torna finalmente a farsi vedere.



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