Burnham nuovo Premier britannico. Sì all’AI, ma con regole nuove


Burnham a Downing Street: “Un piano decennale per la Gran Bretagna”. Che posto avranno digitale e AI?

L’arrivo di Andy Burnham a Downing Street apre una nuova fase della politica britannica. Non soltanto perché il Regno Unito cambia ancora una volta primo ministro, ma perché cambia il profilo politico della leadership laburista.

Entro la fine dell’anno presenterò un nuovo piano per la Gran Bretagna, un piano decennale che delineerà un percorso da dove siamo ora a dove credo che tutti noi vogliamo che la Gran Bretagna sia, a prescindere dal nostro punto di partenza e dal partito che sosteniamo. Ma posso fare qualcosa per dare alle persone un po’ di respiro ora, un aiuto con il costo della vita. E da domani illustrerò alcune di queste misure, compreso il modo in cui le finanzieremo“. Queste le prime parole pronunciate da Burnham a Downing Street.

Dopo due anni in cui Keir Starmer aveva costruito il proprio racconto attorno alla crescita economica trainata da innovazione, intelligenza artificiale (AI) e investimenti tecnologici, Burnham sembra voler riportare al centro dello Stato una domanda diversa: non quanto velocemente innovare, ma a beneficio di chi. Si inizia con il tema dell’energia.

Il Primo ministro Andy Burnham e Re Carlo III d’Inghilterra

Partire dall’energia per costruire una nuova economia

Porteremo l’energia da qui a ogni codice postale del paese – ha continuato il nuovo Premier – in modo che possano fare di più e, facendo di più, costruire una nuova economia in cui rimetteremo i beni di prima necessità sotto un controllo pubblico più forte, rendendoli di nuovo accessibili a tutti”. Partire dall’energia significa affrontare, per il momento indirettamente, anche il tema dell’economia digitale, che non scindibile dall’altro tema che sta a cuore del nuovo Premier: “reindustrializzare il Paese” e “sostenere le industrie nazionali“.

Una politica impostata alla pragmaticità. Il nuovo premier, che ha ricevuto da Re Carlo l’incarico di formare il nuovo Governo, eredita un Paese che ha già scelto di puntare sull’AI, sui data center, sulle infrastrutture cloud e sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione. Tornare indietro sarebbe economicamente e geopoliticamente impossibile, è sottolineato sul Financial Times. La vera incognita è un’altra: quale modello di sviluppo tecnologico intende costruire in questo piano decennale che sarà presentato nei prossimi mesi.

Fino a pochi mesi fa, Burnham, ancora prima di diventare parlamentare del Regno, dichiarava da sindaco di Manchester: “Per proteggere i nostri figli bisogna regolamentare i social media, l’intelligenza artificiale e le grandi aziende tecnologiche“. Un messaggio programmatico chiaro per il suo passaggio a Londra.

Non una rivoluzione contro Starmer, ma potrebbe cambiare il rapporto tra Governo e tecnologia

Chi si aspetta una rottura radicale con il governo precedente rischia di restare deluso. Burnham difficilmente metterà in discussione gli investimenti nell’intelligenza artificiale, né il ruolo del Regno Unito come uno dei principali poli europei dell’innovazione digitale. Le aziende continueranno a trovare un ambiente favorevole, il governo continuerà a utilizzare l’AI nella pubblica amministrazione e Londra resterà in competizione con Stati Uniti ed Europa per attrarre talenti e capitali.

La continuità, tuttavia, finisce qui. La differenza potrebbe riguardare soprattutto il modo in cui la tecnologia verrà governata. Burnham ha costruito la propria carriera politica insistendo sul tema delle disuguaglianze territoriali, della devolution e della crescita regionale. È quindi probabile che anche l’AI venga inserita all’interno di una strategia industriale più ampia, dove produttività, occupazione, energia e sviluppo locale avranno un peso almeno pari all’innovazione tecnologica in sé.

Keir Starmer e Andy Burnham

Il primo segnale: il possibile ridisegno del governo, maggior controllo sull’AI

Il dossier che più di ogni altro viene osservato dagli operatori del settore riguarda l’assetto della macchina governativa. Secondo indiscrezioni pubblicate dalla stampa britannica, Burnham avrebbe chiesto ai funzionari di valutare l’abolizione del Department for Science, Innovation and Technology (DSIT), creato proprio per dare autonomia politica ai dossier tecnologici.

Le sue competenze potrebbero essere redistribuite all’interno di un ministero economico più ampio, mentre alcune responsabilità sull’intelligenza artificiale verrebbero ricollocate direttamente nel centro del governo. Le stesse indiscrezioni parlano però anche della possibile nomina di un ministro dedicato all’AI, segno che il tema non sarebbe affatto destinato a scomparire dall’agenda politica. Al momento, tuttavia, nessuna decisione definitiva è stata annunciata.

Se questa riforma dovesse concretizzarsi, il significato sarebbe soprattutto simbolico. Con Starmer la tecnologia aveva conquistato un proprio spazio istituzionale, quasi una cabina di regia autonoma. Con Burnham, invece, potrebbe perdere questa eccezionalità e tornare a essere uno degli strumenti della politica economica nazionale. Non sarebbe un ridimensionamento dell’AI, ma un cambiamento della sua governance.

Tra le prime misure attese c’è l’accantonamento dell’obbligo di identità digitale per i lavoratori. Un’operazione giudicata costosa e inutile da parte del nuovo Premier, ma anche ambigua a livello sociale, perché mirata principalmente a reprimere l’immigrazione clandestina, con potenziali ricadute molto negative sulle condizioni di vita dei migranti e sui diritti individuali e democratici.

Big Tech: collaborazione sì, ma con regole diverse?

Anche il rapporto con le grandi aziende americane, o Big Tech, potrebbe cambiare tono. Negli ultimi anni Londra ha coltivato un dialogo molto stretto con Microsoft, Google, OpenAI, Amazon Web Services, Nvidia e gli altri grandi protagonisti dell’ecosistema globale. L’obiettivo era semplice: attirare investimenti, rafforzare il ruolo internazionale del Regno Unito e trasformarlo nella principale piattaforma europea per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Burnham non sembra avere interesse a interrompere questo percorso (e forse neanche potrebbe). Sarebbe quanto meno contrario agli interessi economici britannici, senza contare che certi “rapporti” tra Washington e Londra vanno oltre il premier di turno.

È però plausibile attendersi una relazione meno sbilanciata sull’attrazione dei capitali e più orientata alle ricadute industriali. Più formazione, maggiore occupazione qualificata, investimenti nelle filiere locali, sviluppo delle competenze e presenza produttiva sul territorio potrebbero diventare condizioni politicamente più rilevanti nella valutazione dei grandi investimenti.

Non si tratterebbe di una politica ostile verso le Big Tech, nonostante un certo orientamento sociale favorevole ad un approccio “duro” al tema, ma più negoziale. In altre parole, Londra potrebbe continuare ad accogliere i grandi operatori globali, chiedendo però qualcosa di più in cambio.

AI e questioni sociali: meno entusiasmo tech, più governance

Il cambiamento più interessante riguarda probabilmente il linguaggio politico. Durante il governo Starmer l’intelligenza artificiale era stata raccontata soprattutto come motore della crescita economica, della produttività e dell’efficienza della pubblica amministrazione. Burnham potrebbe mantenere questi obiettivi, ma affiancarli a un’attenzione maggiore verso le conseguenze sociali dell’automazione.

L’impatto sul lavoro, la formazione professionale, la riqualificazione delle competenze, gli effetti territoriali della trasformazione digitale e la distribuzione dei benefici economici potrebbero assumere un peso superiore rispetto al passato.

Questo non significa adottare una posizione simile a quella europea, tradizionalmente più regolatoria, né avvicinarsi all’approccio statunitense, generalmente più favorevole alla massima libertà di innovazione. Più probabilmente il Regno Unito continuerà a cercare una terza via: mantenere un quadro normativo relativamente favorevole allo sviluppo dell’AI, rafforzando però gli strumenti di governance e di gestione dei rischi. Una direzione coerente anche con il ruolo che il Paese ha assunto negli ultimi anni nel dibattito internazionale sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale.

Il vero nodo: energia e infrastrutture. Si conferma il modello “Manchester”?

Più ancora dell’intelligenza artificiale, il banco di prova del nuovo governo sarà rappresentato dalle infrastrutture. Negli ultimi due anni il Regno Unito è diventato uno dei mercati europei più dinamici per data center, cloud computing e calcolo ad alte prestazioni. Ma l’espansione dell’AI incontra oggi un limite molto concreto: la disponibilità di energia elettrica, la capacità della rete nazionale e la rapidità delle autorizzazioni. Nel suo primo discorso, Burnham ha citato subito il tema dell’energia.

È qui che Burnham potrebbe imprimere la propria impronta. Da amministratore locale ha spesso privilegiato progetti capaci di produrre benefici economici tangibili per i territori. Trasferendo questa impostazione a livello nazionale, è plausibile immaginare che il governo favorisca soprattutto quelle infrastrutture digitali in grado di dimostrare ricadute occupazionali, industriali ed energetiche misurabili.

Il messaggio diventerebbe chiaro: non basta costruire un data center o attrarre un hyperscaler; occorre dimostrare quale valore aggiunto resterà nel Regno Unito.

Sulla reale efficacia delle misure Burnham sono in molti a dubitare e non solo a destra. Intanto, si legge sulla BBC, la leader conservatrice Kemi Badenoch, nel fare gli auguri al nuovo Premier, lancia subito un’accusa pensate: “Si può governare senza un programma chiaro?”.  Non solo, altri parlamentari conservatori, come il ministro ombra Alex Burghart, sottolineano invece che “molte delle iniziative proposte finora presentano costi elevati, questo significa che bisogna trovare i soldi per le coperture e al momento non si capisce come e dove”. A quanto pare, ne sapremo qualcosa di più domani stesso, ha affermato il nuovo Premier britannico.

Londra tra Washington e Bruxelles

La politica tecnologica britannica continuerà inevitabilmente a svilupparsi lungo un delicato equilibrio geopolitico. Da una parte rimane il legame strategico con gli Stati Uniti, principale fonte di investimenti, capitale di rischio e leadership tecnologica.

Dall’altra cresce la necessità di mantenere un rapporto operativo con l’Unione europea, soprattutto per quanto riguarda standard normativi, sicurezza informatica, ricerca scientifica e interoperabilità delle infrastrutture digitali.

Burnham sembra orientato a ricostruire relazioni più strette con Bruxelles rispetto agli anni successivi alla Brexit, senza però mettere in discussione la storica cooperazione tecnologica con Washington.  Per il settore digitale questo potrebbe tradursi in una politica di equilibrio: continuare ad attrarre investimenti americani, preservando al tempo stesso la compatibilità con molte delle regole europee.

Se Starmer aveva raccontato l’AI come il motore della modernizzazione britannica, Burnham sembra destinato a raccontarla come uno strumento della politica industriale. La differenza non è semantica: potrebbe segnare il passaggio da una stagione in cui l’innovazione era il fine a una in cui torna a essere un mezzo. A seconda di come andrà, dal Regno Unito potrebbe nascere un nuovo modello di sviluppo tecnologico, magari più attento alle questioni sociali, territoriali e ambientali. Una difficile sfida storica che nessuno al momento sembra in grado di affrontare.

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Flavio Fabbri

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