Chi vuole essere Segretario generale dell’Onu? Nessuno.


Per quasi un anno la corsa alla successione di António Guterres si è svolta sotto i riflettori. I candidati hanno presentato programmi, risposto alle domande della società civile, partecipato a confronti pubblici e illustrato la propria visione del futuro delle Nazioni Unite. Ora, però, la competizione entra nella sua fase più delicata: quella che si svolge lontano dalle telecamere.

Questa settimana il Consiglio di Sicurezza dell’ONU apre infatti gli straw poll, le consultazioni informali che tradizionalmente segnano il momento decisivo nella scelta del segretario generale. È una procedura che formalmente non assegna l’incarico ma che, nella pratica, individua il candidato destinato a ottenere la raccomandazione del Consiglio e la successiva nomina da parte dell’Assemblea Generale.

L’ONU affronta contemporaneamente la guerra in Ucraina, la crisi mediorientale, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, le tensioni commerciali globali, le difficoltà del sistema multilaterale e una persistente crisi finanziaria che coinvolge numerose agenzie. Il prossimo segretario generale erediterà probabilmente il mandato più difficile dalla fine della Guerra Fredda. La corsa, tuttavia, racconta anche qualcosa di più profondo: la trasformazione degli equilibri internazionali e il crescente divario tra le richieste di una governance globale più rappresentativa e un meccanismo decisionale che continua a essere dominato dalle cinque potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale.

Dietro le porte chiuse del Consiglio di Sicurezza

Negli ultimi dieci anni il processo di selezione del segretario generale è cambiato sensibilmente. A partire dall’elezione di Guterres nel 2016, le Nazioni Unite hanno introdotto candidature pubbliche, dichiarazioni programmatiche, dibattiti trasmessi in streaming e incontri aperti con Stati membri e società civile. Per l’edizione 2026 i presidenti dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza hanno mantenuto un elenco pubblico dei candidati, corredato da curriculum, dichiarazioni d’intenti e informazioni sul finanziamento delle campagne.

Questa apertura, tuttavia, si interrompe nel momento in cui il processo entra nella sua fase realmente decisiva.

Gli straw poll si svolgono infatti a porte chiuse. I quindici membri del Consiglio di Sicurezza esprimono il proprio giudizio su ciascun candidato scegliendo tra tre opzioni: “encourage“, “discourage” oppure “no opinion“. Le votazioni vengono ripetute più volte fino a quando non emerge un candidato in grado di raccogliere un consenso sufficiente. La vera variabile, però, non è rappresentata dal numero complessivo dei voti favorevoli, bensì dall’assenza di opposizioni da parte dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito — ciascuno dei quali conserva il potere di bloccare qualsiasi candidatura attraverso il veto.

È proprio questo il motivo per cui molti diplomatici continuano a definire la procedura “più politica che meritocratica”. I dibattiti pubblici consentono ai candidati di presentare programmi e priorità, ma il negoziato decisivo continua a svilupparsi attraverso contatti riservati tra le principali capitali mondiali.

Una corsa senza favorito, tra esperienza diplomatica e ricerca di equilibrio

A differenza di altre selezioni, la corsa del 2026 non presenta un candidato nettamente dominante.

Tra i profili più autorevoli figura l’argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), che negli ultimi anni ha assunto un ruolo centrale nella gestione dei dossier nucleari più delicati, dall’Iran alla centrale ucraina di Zaporizhzhia. La sua candidatura viene generalmente associata all’esperienza negoziale maturata in contesti ad alta tensione internazionale. Grossi ha guidato i negoziati volti a salvare parte dell’accordo nucleare del 2015 tra Teheran e le principali potenze, dopo la decisione del presidente Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo nel 2018. I suoi critici sostengono che si sia spinto troppo oltre nel tentativo di raggiungere accordi con l’Iran.

L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, già Alto Commissario ONU per i diritti umani, rappresenta invece il profilo maggiormente identificato con la tutela dei diritti fondamentali e dell’autonomia morale dell’organizzazione. Nonostante il sostegno di Brasile e Messico, a marzo il Cile ha ritirato il suo appoggio in seguito a una svolta a destra nella leadership del paese. Bachelet ha ricevuto critiche dai conservatori statunitensi per la sua posizione a favore del diritto all’aborto. Il senatore repubblicano Pete Ricketts ha affermato che Bachelet, in qualità di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, non avrebbe però fatto abbastanza per definire le azioni della Cina contro i musulmani uiguri un genocidio. Pechino non ha ancora espresso la propria posizione sulla sua candidatura.

L’ecuadoriana María Fernanda Espinosa, già presidente dell’Assemblea Generale, ha concentrato la propria campagna sulla necessità di migliorare il coordinamento tra le numerose agenzie ONU, spesso accusate di operare in maniera troppo frammentata. Espinosa ha anche fornito consulenza alle Nazioni Unite e a organizzazioni non governative in materia di biodiversità, cambiamenti climatici e politiche relative ai popoli indigeni. La costaricana Rebeca Grynspan, attuale segretaria generale dell’UNCTAD, ha invece posto al centro della propria candidatura la sostenibilità economica dell’organizzazione, insistendo sulla necessità di utilizzare con maggiore efficienza risorse sempre più limitate. Grynspan si descrive come una multilateralista riformista che ha combattuto le barriere di genere e ha sempre creduto nelle Nazioni Unite e nel loro impegno per la pace, lo sviluppo e i diritti umani.

Completano il quadro la diplomatica guyanese Carolyn Rodrigues-Birkett e l’ex presidente senegalese Macky Sall, sostenuto ufficialmente dal governo del Senegal e da diversi partner africani come candidato del continente. Diplomatica di carriera ed ex politica, Birkett è stata la prima donna e la persona indigena di più alto rango a ricoprire la carica di ministro degli Esteri della Guyana. Se eletta, Birkett diventerebbe la prima donna e la prima cittadina caraibica a guidare le Nazioni Unite. Sall, invece, intende sostenere i paesi in via di sviluppo gravati dal debito e ha chiesto una revisione del Consiglio di Sicurezza, poiché le nazioni in via di sviluppo aspirano a seggi permanenti nell’organo più potente delle Nazioni Unite.

Nelle ultime ore si è aggiunto anche un settimo candidato: l’ugandese Olara Otunnu, ex sottosegretario generale ONU ed ex rappresentante speciale per i bambini nei conflitti armati. La sua candidatura conferma come la partita resti ancora aperta e lascia intendere che potrebbero emergere altri nomi qualora nessuno degli attuali contendenti riuscisse a costruire un consenso sufficiente.

La geopolitica pesa più dei programmi

La scelta del prossimo segretario generale non dipenderà soltanto dalle qualità personali dei candidati. Ogni elezione riflette inevitabilmente gli equilibri tra le grandi potenze e le priorità del momento storico.

Una delle questioni più discusse riguarda la tradizionale rotazione geografica. Dopo un segretario generale europeo come António Guterres, molti osservatori ritengono che sia arrivato il momento di un rappresentante dell’America Latina, regione dalla quale proviene la maggior parte dei candidati ufficiali. Questo elemento potrebbe favorire figure come Grossi, Bachelet, Grynspan o Espinosa, pur senza garantire automaticamente alcun vantaggio decisivo. Parallelamente continua a crescere la pressione affinché, per la prima volta negli oltre ottant’anni di storia dell’organizzazione, venga nominata una donna alla guida delle Nazioni Unite. L’argomento viene sostenuto da numerosi governi e organizzazioni della società civile, ma finora non è mai riuscito a tradursi in un criterio determinante nella fase conclusiva delle trattative.

Il fattore realmente decisivo resta però il rapporto con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Washington guarda con attenzione alla capacità del futuro segretario generale di gestire il dossier delle riforme ONU e della sostenibilità finanziaria. Mosca considera prioritario evitare una leadership percepita come ostile dopo anni di profonde tensioni sulla guerra in Ucraina. Pechino continua a privilegiare candidati favorevoli a un rafforzamento del multilateralismo senza interferenze negli affari interni degli Stati. Francia e Regno Unito, pur mantenendo posizioni autonome, cercano generalmente una figura capace di preservare il ruolo dell’organizzazione come piattaforma di mediazione globale.

L’obiettivo, in altre parole, non è trovare il candidato “migliore”, ma quello che nessuna delle grandi potenze ritenga inaccettabile.

Il vero test per il futuro dell’ONU

Negli ultimi anni il segretario generale ha visto restringersi progressivamente i margini d’azione di fronte alla crescente rivalità tra le grandi potenze. Molte iniziative diplomatiche si sono arenate nel Consiglio di Sicurezza, mentre le crisi internazionali hanno evidenziato i limiti di un sistema multilaterale costruito in un contesto geopolitico profondamente diverso da quello attuale. Per molti osservatori, l’ultima fase in cui le Nazioni Unite riuscirono a esercitare con continuità un ruolo di impulso politico e di mediazione globale coincide con il mandato di Kofi Annan (1997-2006), quando l’Organizzazione promosse riforme interne, contribuì a importanti missioni di pace e mantenne una maggiore capacità di orientare il dibattito internazionale, pur tra difficoltà e controversie.

Da allora, la progressiva riemersione della competizione tra le grandi potenze ha ridotto lo spazio di manovra del Palazzo di Vetro. Il prossimo leader dell’ONU dovrà quindi confrontarsi con un’organizzazione chiamata a riformarsi senza disporre degli strumenti politici necessari per imporre il cambiamento. Dovrà mediare tra potenze sempre più competitive, rilanciare la fiducia nel multilateralismo e convincere gli Stati membri a finanziare un sistema che molti considerano essenziale ma che pochi sono disposti a rafforzare concretamente. Gli straw poll che iniziano questa settimana rappresentano quindi molto più di una consultazione interna: saranno il primo banco di prova della capacità delle grandi potenze di trovare un terreno comune e, forse, di inaugurare una nuova stagione di centralità per le Nazioni Unite.




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Francesca Salvatore

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