Che differenza c’è dall’AI mode di Google?


Siamo dinanzi all’incombere di un disaccoppiamento fra giornalismo e giornalisti. Non c’è mai stato così tanto giornalismo – persino in guerra si combatte mediante informazione – con così pochi giornalisti.

Un uomo solo con le attuali tecnologie potrebbe dichiarare guerra a tutto il mondo, prevede Giuliano da Empoli nel suo saggio romanzato L’Ora dei Predatori.

Con le stesse risorse di intelligenza artificiale sembra che per distribuire informazione a tutto il pianeta non serva più nemmeno quel singolo combattente.

Un giornale senza giornalisti

We-News, il sito di informazioni automatiche senza giornalisti che ha cominciato a distribuire le sue news nel nostro paese, è un giornale senza giornalisti.

Un progetto di una società con sede ad Hong Kong che ha riesumato un vecchio servizio che ebbe fortuna circa 15 anni fa negli USA, HyperlocalNews, che con i primi rudimentali sistemi di  indicizzazione delle fonti, – catalogazione di  produttori e distributori di notizie locali – poteva offrire flussi di contenuti georeferenziati anche in ambienti molto limitati, come un solo isolato.

Da quell’esperienza prende le mosse We-News, che grazie alla capacità di integrare bot agentici, sistemi di AI specializzati in singole funzioni, ha costituito un team artificiale in grado di seguire, raccogliere e impaginare contenuti giornalistici. Senza Giornalisti.

Ma sembra un guirnale in tutto e per tutto

In compenso non mancano le forme del giornalismo: rubriche, settori specializzati, titoli e fotografie. Un vero giornale in tutto e per tutto. Se non per quel dettaglio dell’assenza totale di professionisti umani. Per coerenza in realtà mancano anche requisiti formali, come il direttore responsabile e la registrazione della testata in tribunale, come prevede la legge sulla stampa.

Su questa lacuna regolamentare, che rende del tutto illegale l’attività del sito, si è concentrato il contrattacco dell’Ordine dei Giornalisti che ha chiesto all’Agcom e al Ministero della Giustizia di sanzionare gli avventurosi editori di Hong Kong.

Ma il problema non è burocratico

Ma è evidente che il problema vero non si limita agli aspetti burocratici.

Ammettiamo che i proprietari del sito avessero seguito la legge, e con un giornalista iscritto all’albo – non mancano le disponibilità come abbiamo visto in altri campi di confine dell’informazione – si fossero messi in regola con la legge sulla stampa, cosa sarebbe successo?

Proprio in questi giorni alla Camera dei Deputati sono in corso audizioni sul regolamento di attuazione nel nostro paese delle norme europee sull’uso delle intelligenze artificiali. E il prossimo 2 agosto entrerà formalmente in funzione il cosiddetto AI ACT di Bruxelles.

Supervisione umana dell’AI obbligatoria

In entrambi i casi le norme sono chiarissime: non sono ammessi servizi basati su intelligenze artificiali senza una chiara, identificabile ed esplicita supervisione professionale umana.

Dunque, anche con un direttore responsabile We-News sarebbe stato denunciato come trasgressore di leggi europee e nazionali.

Ma senza risultare provocatori qual è la differenza fra We-News e Google Overviews? Oppure la funzione Mode di Gmail? insomma al netto dell’irritante e volgare speculazione cosa ci annuncia realmente We-News?

Disaccoppiamento fra giornalismo e giornalisti

Che siamo dinanzi all’incombere di un disaccoppiamento fra giornalismo e giornalisti. Non c’è mai stato così tanto giornalismo – persino in guerra si combatti mediante informazione- con così pochi giornalisti.

E così arriviamo al nodo reale di tutta la questione: quali sono i limiti dei processi di automatizzazione nelle attività professionali artigiane, basate su un rapporto di fiducia o comunque di responsabilità fra produttore e utente?

L’intelligenza artificiale è un laboratorio del sé, scrive Sherrry Turkle la socia psicologa americana del M.I.T di Boston. Intende che gli artefatti digitali sono degli specchi che comunque riflettono l’identità e la personalità di chi li utilizza. In questa chiave le intelligenze artificiali sono la nostra impronta, o meglio sono l’impronta di chi le adatta più che adotta.

I grandi giornali usano l’AI per potenziare le capacità dei gironalisti, non per sostituirli

Intendiamo chi, sfruttando l’irrevocabile tendenza al decentramento delle applicazioni informatiche, non si limita ad essere curioso e speculativo utente ma coglie l’opportunità di intervenire nel bagaglio formativo del sistema per traferire senso alla macchina. Nelle grandi testate noi abbiamo funzioni altamente automatiche, come al New York Times o al Guardian di Londra o al El Pais spagnolo. Ma sono apparati coltivati dalla redazione, basati su algoritmi e dati verificati e autonomi, che prolungano la potenza operativa dei giornalisti e non li sostituisce. Qui abbiamo invece una struttura che riproduce l’attività di una media redazione, azzerandone i costi e annullandone la responsabilità.

Siamo in uno scenario in cui le tecnologie generative non sono usate ma sono esse che usano gli utenti, annebbiando il processo produttivo e acquisendo i dati di ogni singolo lettore per rendere l’informazione più affine all’utente finale, più famigliare, anche a costo di ridurre la complessità e il rigore selettivo.

I fantomatici editori cinesi dichiarano che l’architettura del proprio sistema assicura un controllo minuzioso delle fonti di ogni notizia, cercando sempre almeno due matrici di una informazione.

Quale futuro per la professione giornalistica?

Una provocazione che inesorabilmente nasconde un destino: in futuro quale sarà la funzione di un giornalista? Raccogliere notizie e impaginarle o addestrare i sistemi digitali, rendendoli più simili a sé stesso rispetto che ai proprietari delle piattaforme?

Diversificare le informazioni secondo il profilo di ogni utente o concentrare le proprie risorse nell’approfondimento esclusivo delle breaking news?

Come convivere con le protesi digitali?

Mentre ci battiamo contro i furbastri che pensano di usare il lassismo istituzionale per arraffare qualche spicciolo, dobbiamo porci le domande di fondo: il nostro è un mestiere che può ripristinare la propria centralità o invece deve ridisegnare i confini e i profili di funzioni artigiane rimodulate da capacità competitive?

Al di là delle nicchie di un giornalismo investigativo o di un’offerta narrativa di pregio, che permetteranno sempre ai talenti di poter rimanere sulla scena, il grosso del nostro mondo come si troverà a convivere con le protesi digitali?

Dai grandi giornali internazionali che abbiamo citato ci viene una proposta: diventare titolari dei nostri algoritmi, addomesticando sistemi automatici per usare le macchine per parlare con più utenti e su più argomenti, con più competenze. A cominciare con il pretendere da chiunque, tanto più se operatore dell’informazione, che si voglia nascondere dietro l’uso di intelligenze artificiali, di dichiarare esplicitamente a quale meccanismo si è rivolto per quali ragioni con quali garanzie.

Come dice un grande filosofo dell’attualità come Gunthrie Anders “il mostro nasce quando l’efficacia dell’esecuzione cancella la responsabilità del risultato”.

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Michele Mezza

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