Roma, 23 luglio – Suonerà scontato, ma è impossibile sottrarsi alla tentazione di sintetizzare il primo Rapporto sulle imprese commerciali in Italia appena presentato a Roma da Confcommercio (qui il iink al documento integrale) con une semplice frase: l’Italia chiude bottega.
Dall’analisi condotta dal centro studi della confederazione insieme al centro studi Guglielmo Tagliacarne, emerge infatti che tra il 2012 e il 2024 sono spariti quasi 118mila negozi al dettaglio (-21,4%) e 23mila attività di commercio ambulante (-24,4%), mentre sono in crescita le attività di alloggio e ristorazione, aumentate di 18.500 unità. Dati che restituiscono un settore in profonda sofferenza e rilanciano l’allarme della desertificazione commerciale, fenomeno che rappresentare un elemento di depauperamento economico e sociale dei centri urbani che, sommato anche della contestuale riduzione del numero di sportelli bancari, rischia di trasformarsi in un vero e proprio declino delle città.
Nei centri storici chiudono più negozi che nelle periferie. Nei 122 Comuni oggetto dell’analisi sono spariti, negli ultimi 12 anni, quasi 31mila esercizi al dettaglio in sede fissa, riduzione che si accompagna a quella degli sportelli bancari che tra il 2015 e il 2023 sono passati da 8.026 a 5.173 (-35,5%). Al Nord è maggiore la perdita di negozi al dettaglio mentre al Centro-Sud si registra una maggiore tenuta.
“La desertificazione commerciale minaccia vivibilità, sicurezza e coesione sociale delle nostre città. Occorre sostenere le attività di vicinato e il nostro progetto Cities punta a riqualificare le economie urbane con il contributo di istituzioni e imprese. Senza commercio di vicinato, non c’è comunità” osserva il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli (nella foto) commentando il Rapporto.
I numeri della crisi
Del quale una nota di sintesi della stessa confederazione fornisce i dati salienti: tra il 2018 e il 2025, il numero delle unità locali del commercio al dettaglio è sceso da 666.479 a 570.313, con una riduzione del 14,4%. La contrazione ha colpito soprattutto il commercio ambulante (-27,3%) e i piccoli negozi alimentari (-17,9%). Gli addetti sono diminuiti in misura molto più contenuta, passando da 1,905 a 1,871 milioni (-1,8%). Il ridimensionamento della rete commerciale non si è quindi tradotto in un analogo calo dell’occupazione.
A livello territoriale, il Mezzogiorno mantiene una maggiore densità commerciale rispetto al Centro-Nord. Il risultato, spiega il Rapporto, è legato a minori opportunità di lavoro dipendente, alla diffusione dell’auto-imprenditorialità, agli incentivi pubblici e alla crescita dei flussi turistici. La maggiore resilienza potrebbe però riflettere un ritardo nei processi di razionalizzazione già avvenuti nel resto del Paese. Il numero dei negozi potrebbe quindi diminuire più rapidamente anche al Sud, accompagnato da un’ulteriore espansione della grande distribuzione e dei discount.
Cambia anche la struttura delle imprese: tra il 2012 e il 2025 la quota delle società di capitali è quasi raddoppiata, passando dal 9% al 17,4% del totale. Il settore si concentra su operatori mediamente più organizzati, con maggiore capacità finanziaria e dimensioni più ampie.
I risultati economici confermano questa trasformazione.: tra il 2018 e il 2025 il fatturato complessivo del commercio al dettaglio è cresciuto da 326,8 a 410,7 miliardi di euro (+25,7%). Il fatturato medio per addetto è salito da 172 mila a 220 mila euro (+27,9%), segnalando un deciso recupero di produttività.
Non tutti i comparti seguono però la stessa dinamica. I discount alimentari rappresentano il segmento più dinamico: il numero dei punti vendita cresce del 7,4%, mentre il fatturato risulta più che raddoppiato (+101,1%), un dato che riflette la crescente attenzione delle famiglie al contenimento della spesa in un periodo in cui, tra il 2018 e il 2025, i prezzi al consumo sono aumentati del 19,8%. Gli ipermercati, invece, mostrano un progressivo ridimensionamento anche nella dimensione media dei punti vendita. Il modello delle grandi superfici commerciali perde centralità a favore di formule più flessibili e di prossimità, una tendenza già osservata in altri Paesi europei.
Prosegue, per contro, l’espansione dei canali alternativi al negozio tradizionale: le attività legate all’e-commerce, alla vendita porta a porta e ai distributori automatici aumentano del 13,6%, mentre il fatturato cresce del 41,9%. Gli ipermercati continuano a perdere terreno (-8,4% di fatturato), così come il commercio ambulante (-14,9%).
L’evoluzione del settore conferma una tendenza ormai consolidata: diminuiscono i negozi, aumenta la dimensione media delle imprese. In diversi comparti gli addetti crescono nonostante la riduzione dei punti vendita, segnale di una progressiva concentrazione verso operatori più efficienti. È il caso dei supermercati e delle grandi superfici dedicate ai prodotti tecnologici (+8,3% di addetti), così come dei negozi di abbigliamento, calzature e gioielleria (+3,4%).
Resta assai difficile la situazione delle attività di prossimità: edicole, librerie, cartolerie, negozi di giocattoli e di articoli musicali continuano a ridursi, penalizzati dalla digitalizzazione dei consumi culturali. Per Confcommercio il fenomeno non produce soltanto effetti economici, ma impoverisce anche il tessuto urbano, riducendo servizi essenziali soprattutto per anziani, residenti delle aree interne e persone con difficoltà di mobilità.
E le farmacie? Per Confcommercio sono 28mila. E godono di ottima salute
L’analisi non dimentica di considerare le farmacie, “esercizi specializzati”, riportando dati in piena controtendenza, su tutti l’aumento del fatturato (+43,5%, il più alto di tutti dopo il fantasmagorico +101% dei discount), sostenute dall’ampliamento dell’offerta di servizi sanitari e prodotti per il benessere. Ma proprio i dati sulle farmacie presentano alcune evidenti anomalie che non depongono a favore dell’accuratezza dell’analisi, a partire dal numero totale degli esercizi aperti al pubblico: come è ben noto, Federfarma – che a Confcommercio aderisce – ne censisce tra private e pubbliche circa 20mila, ma per la confederazione sarebbero quasi 28mila.
Difficile imputare la scarto (più o meno 8000 esercizi differenze) a un semplice errore statistico, e non pensare che possa essere invece il frutto di un’erronea impostazione metodologica della ricerca, probabilmente in sede di acquisizione dei dati alla base dell’analisi. Resta il fatto che il quadro che restituisce il rapporto di Confommercio si riferisce a un Paese in cui operano almeno ottomila ghost pharmacies, esercizi che non esistono o – se esistono – non sono farmacie. Un punto sul quale converrebbe fin da subito fare chiarezza, e non esistono dubbi sul fatto che Federfarma – che proprio recentemente ha perfezionato la sua adesione a FederSalute Commercio – si attiverà al riguardo con la necessaria tempestività, per evitare ogni possibile distorsione “narrativa” sul comparto.
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