Ci sono imprese che misurano il proprio successo esclusivamente attraverso il fatturato e altre che lo misurano anche attraverso le persone che riescono a far rinascere. È il caso della Cooperativa sociale Il Calabrone, nata nel 1986 a San Pietro di Legnago da un gruppo di giovani della Comunità Papa Giovanni XXIII con un obiettivo tanto semplice quanto rivoluzionario: dimostrare che chiunque, anche chi vive una situazione di fragilità o di esclusione sociale, può diventare protagonista del mondo del lavoro. Quarant’anni dopo quella intuizione è diventata una realtà che coinvolge circa sessanta persone, opera in diversi settori produttivi e continua a crescere mantenendo intatta la propria missione. Ne parlano il presidente Alessio Zamboni, Damiano Salan, responsabile del settore assemblaggio, e Giulia Tosi, commessa del negozio Tessuto Vissuto.
Presidente Zamboni, quarant’anni fa nasceva Il Calabrone. Da quale idea prese forma questa cooperativa?
Eravamo un gruppo di giovani della Comunità Papa Giovanni XXIII che desiderava costruire una società più inclusiva. Ci sembrava che una delle sfide più importanti fosse quella di offrire un’opportunità di lavoro a persone che normalmente venivano considerate ai margini. Volevamo dimostrare che non sono destinatari di assistenza, ma persone capaci di contribuire attivamente alla costruzione di una comunità migliore. Da questo desiderio è nata la cooperativa, con tanti sogni e con la convinzione che fosse possibile fare impresa in modo diverso.
Anche il nome “Il Calabrone” racconta questa filosofia.
Esattamente. Il calabrone, secondo una celebre metafora, ha un corpo troppo grande e ali troppo piccole per poter volare. Eppure vola. Ci sembrava l’immagine perfetta della nostra avventura: qualcosa che apparentemente sembrava impossibile ma che, con determinazione e fiducia, avrebbe potuto riuscire. Oggi, a distanza di quarant’anni, possiamo dire che quella sfida è stata vinta. La cooperativa è cresciuta, conta circa sessanta collaboratori e dispone di tre sedi operative.
La vostra attività si è progressivamente diversificata.
Sì. Siamo partiti con il settore dell’assemblaggio conto terzi e negli anni abbiamo ampliato le nostre attività. Oggi il comparto più importante è quello della manutenzione del verde, che rappresenta circa il 40% del fatturato. Lavoriamo per il Comune di Legnago, per l’ULSS 9 Scaligera e per numerose aziende private. Disponiamo di macchinari e attrezzature specialistiche e siamo diventati una delle principali realtà del Basso Veronese in questo settore, coinvolgendo circa diciotto persone.
Damiano, tu lavori proprio nel reparto storico della cooperativa. Di che cosa vi occupate?
Nel settore assemblaggio lavoriamo conto terzi per numerose aziende, anche molto importanti, del territorio. Ci vengono affidati sia prodotti finiti sia semilavorati che poi vengono completati o integrati dai clienti. È un’attività che richiede precisione e competenza e che permette a molte persone di valorizzare concretamente le proprie capacità professionali.
Il tuo ingresso nella cooperativa è iniziato attraverso il Servizio Civile.
Sì. Sono entrato poco più di due anni fa proprio grazie a un progetto di Servizio Civile. Al termine di quell’esperienza mi è stato proposto di rimanere e ho accettato con grande entusiasmo. È stata una scelta naturale, perché qui ho trovato un ambiente nel quale il lavoro assume un significato diverso rispetto a quello che avevo immaginato.
Giulia, un’altra realtà della cooperativa è Tessuto Vissuto. Di che cosa si occupa il vostro negozio?
Tessuto Vissuto è un negozio dell’usato che riceve esclusivamente oggetti e abiti donati. Tutto il ricavato, una volta coperte le spese, viene destinato a progetti solidali. Quest’anno sosteniamo un’iniziativa in Brasile. Offriamo abbigliamento e oggetti a prezzi accessibili, permettendo a chiunque di acquistare e, allo stesso tempo, contribuire a un progetto sociale. La nostra clientela è molto varia e spesso si crea anche un rapporto umano molto bello con le persone che ci frequentano.
Il negozio rappresenta anche un esempio concreto di economia circolare.
Assolutamente. Ogni oggetto riceve una seconda possibilità anziché diventare un rifiuto. Ma non è soltanto una questione ambientale. Il negozio permette anche l’inserimento lavorativo di persone con disabilità e di persone coinvolte in percorsi sociali. Ogni donazione porta con sé una storia e noi cerchiamo di accogliere sia gli oggetti sia le persone che li affidano a noi.
Presidente, la vostra missione resta quella dell’inclusione lavorativa.
Sì. Per legge almeno il trenta per cento dei lavoratori di una cooperativa sociale deve appartenere a categorie svantaggiate. Nel nostro caso parliamo di persone con disabilità, ma anche di chi arriva da percorsi difficili o da misure alternative al carcere. Abbiamo visto tante storie di rinascita. Ci piace dire che non diamo soltanto una seconda vita ai vestiti, ma soprattutto alle persone. Quando qualcuno trova fiducia e un’opportunità concreta, riesce a riscoprire il proprio valore e torna a essere una risorsa per tutta la comunità.
Negli anni avete ampliato le attività anche con K Service.
Sì. È un marchio che abbiamo acquisito e che si occupa dell’allestimento, della vendita e della manutenzione di impianti ad aria compressa. È un settore molto specialistico nel quale operiamo direttamente presso le aziende clienti, non solo nella provincia di Verona ma anche in altri territori. È una dimostrazione di come una cooperativa sociale possa competere con successo anche in ambiti altamente tecnici.
State anche affrontando un importante ricambio generazionale.
Esatto. Molti dei fondatori stanno andando in pensione e oggi abbiamo bisogno di giovani che vogliano costruire il futuro della cooperativa. Non cerchiamo soltanto educatori. Cerchiamo giardinieri, meccanici, tecnici, persone competenti che abbiano però anche una sensibilità sociale. Il nostro lavoro consiste nel lavorare con le persone, non semplicemente per le persone.
Damiano, quale messaggio vorresti rivolgere ai tuoi coetanei?
Molti giovani della mia generazione cercano un lavoro che abbia un significato. Credo che questa sia una differenza importante rispetto alle generazioni precedenti, per le quali spesso il valore stava semplicemente nell’avere un’occupazione. Nella cooperativa ho scoperto che il mio lavoro non consiste soltanto nel produrre dei pezzi, ma nel costruire qualcosa insieme ai colleghi. Lavoriamo gli uni per gli altri e con gli altri. Questa ricerca di senso è ciò che mi ha convinto a restare.
Giulia, che cosa significa invece lavorare in Tessuto Vissuto?
Per me significa soprattutto cooperare. Ogni giorno si costruisce un clima di collaborazione tra persone molto diverse tra loro. Si crea un senso di famiglia che oggi è sempre più difficile trovare e che rende il lavoro molto più ricco anche dal punto di vista umano.
Presidente, guardando ai quarant’anni trascorsi, qual è oggi il valore aggiunto della cooperazione?
Viviamo in un’epoca nella quale la competizione viene spesso considerata l’unico modello possibile. Noi crediamo invece che cooperare sia più efficace che competere. Nella competizione si consumano energie per superare gli avversari; nella cooperazione gli altri diventano collaboratori con cui raggiungere obiettivi comuni. È un messaggio che va oltre il lavoro e riguarda il modo stesso di costruire le relazioni sociali. Per questo continuiamo ad aprire le porte ai giovani che desiderano conoscere questa esperienza e contribuire a costruire un’impresa capace di generare valore economico e, insieme, valore umano.
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Matteo Scolari
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