Roma, 27 luglio – La Federazione internazionale farmaceutica (Fip) ha pubblicato e reso disponibile il nuovo rapporto Pharmacists supporting self-care and universal health coverage: A snapshot of current practice and needs, realizzato elaborando i dati di un’indagine condotta tra aprile e maggio 2026 su 779 farmacisti di 45 Paesi, il 72,4% dei quali impegnati nelle farmacie territoriali. Una percentuale pressoché analoga del campione, il 71,6% (corrispondente alla quasi totalità dei farmacisti intervistati che lavorano nelle farmacie di comunità) ha dichiarato di fornire ogni giorno ai clienti-pazienti consigli e informazioni sull’autocura, a conferma del ruolo di primissimo piano svolto dai farmacisti nel supportare la popolazione nella gestione dei disturbi minori, quei milioni di persone in tutto il mondo che ogni giorno prendono decisioni relative alla salute in modo indipendente: cosa mangiare, se assumere un farmaco, se monitorare o ignorare i sintomi o se consultare un professionista, spesso molto prima di consultare un operatore sanitario.
I farmacisti sono appunto i professionisti che meglio di ogni altro possono aiutare quelle persone a compiere le scelte giuste e – prima ancora – a evitare quelle sbagliate. E questo per una serie di condizioni oggettive e peculiari: uniscono accessibilità, godono di una dimostrata fiduciada parte della comunità, possiedono la competenza clinica per supportare l’autogestione della salute attraverso la valutazione dei sintomi, il triage, l’invio a specialisti, l’ottimizzazione della terapia farmacologica e l’educazione sanitaria. Il loro ruolo va dunque ben oltre la semplice fornitura di informazioni; implica aiutare le persone a comprenderle, quelle informazioni, e ad applicarle per prendere decisioni consapevoli e più sane. In quanto professionisti sanitari affidabili e accessibili, i farmacisti si trovano così in una posizione privilegiata per supportare questo percorso, diventando così figure chiave per un’efficace autogestione della salute.
Senza però abusare del ruolo: quando il problema rappresentato dal paziente eccede i limiti dell’autocura, i farmacisti sono infatti subito pronti a rinviarlo al medico di medicina generale (56,1% degli intervistati), dallo specialista (44,2%) o ai servizi di assistenza primaria (33,9%). Varie le ragioni che portano il farmacista al passo indietro (in realtà, un responsabile passo avanti) del rinvio del paziente ad altri professionisti: le principali sono la persistenza dei sintomi, la presenza di segnali d’allarme, la complessità del paziente, la gravidanza e le comorbilità. Un segnale dell’attenzione che il farmacista riserva alla sicurezza, valutando nel colloquio con il paziente le sue condizioni cliniche e le terapie che assume, prima di raccomandare un farmaco da banco. E – come appena detto – rimandandolo al medico quando è il caso.
Altro dato che conferma la primazia del farmacista nell’autocura è quello del tempo che viene speso in attività di counselling, consulenza e indirizzo per la gestione dei disturbi minori: nella maggior parte delle farmacie queste attività assorbono una quantità di ore che oscilla tra il 10% e il 49% dell’attività quotidiana. Ma il dato sarebbe con ogni probabilità anche più alto, se non ci fosse un problema strutturale, ovvero il fatto che quasi tre farmacie su quattro lavorano con uno o massimo due farmacisti per turno, situazione che limita fortemente la possibilità di dedicare alle consulenze il tempo che esse richiedono.
Non mancano però le criticità, su tutte lo scarso (se non addirittura nullo) riconoscimento economico per le attività di consulenza sull’autocura. Che sono prestazioni professionali, e come tali andrebbero dunque retribuite, anche se così non è: il 43,5% dei farmacisti intervistati dalla survey Fip afferma infatti di non ricevere alcuna remunerazione per le consulenze dedicate all’autocura. Un dato così sorprendente (in negativo) da non avere davvero bisogno di commenti.
Dalla survey Fip emerge che più dell’80% dei farmacisti si sentono sicuri nella scelta del farmaco di libera vendita “giusto” da indicare al paziente e nei consigli da dare affinché vengano assunti con appropriatezza, ma non mancano anche i segnali di incertezza, soprattutto in presenza di situazioni non lineari, come la scarsa chiarezza dei sintomi rappresentati dal paziente o le sue condizioni di fragilità e maggiore esposizione al rischio.
C’è poi una significativa varietà sulle “materie” che si affrontano nelle consulenze di autocura: in generale, i farmacisti si dichiarano molto preparati nella gestione di dolore, febbre e disturbi respiratori, mentre perdono baldanza e nostrano meno sicurezza in materia di vaccinazioni, salute del fegato, salute sessuale, cessazione del fumo e gestione dello stress.
Il dato si riflette al momento delle richieste formative per sviluppare saperi e competenza nell’ambito dell’autocura: le più frequenti (espresse dal 56,7% del campione) sono riferite alla gestione di bambini e lattanti, seguite da quelle sulla gestione dei pazienti cronici o ad alto rischio (53,4%), daicriteri di scelta sicura dei farmaci Otc (47,1%), dalla salute femminile e dall riconoscimento dei segnali di allarme.
Gli ostacoli: carichi di lavoro eccessivi, mancanza di tempo e scarsa remunerazione
A completare il quadro le note dolenti, ovvero le cose che non vanno e che ostacolano lo sviluppo del ruolo del farmacista nell’autocura. La quasi totalità del campione (più di nove farmacisti su 10) puntano il dito contro l’eccessivo carico di lavoro e la conseguente mancanza di tempo da dedicare alla relazione con il paziente; seguono nell’ordine la scarsità di opportunità formative, il limitato accesso alle informazioni cliniche dei pazienti, l’assenza di protocolli condivisi, la carenza di spazi riservati per le consulenze e la mancanza di sistemi di remunerazione dedicati.
Per la Fip, il report è un ulteriore conferma del fatto che rafforzare il contributo dei farmacisti all’autocura è un passaggio fondamentale per sostenere le cure primarie e per contribuire alla copertura sanitaria universale. Ma raggiungere l’obiettivo impone adeguati investimenti nella formazione, una migliore integrazione con gli altri professionisti sanitari, strumenti digitali di supporto alle decisioni cliniche e – da ultimo ma non certo per importanza – modelli di finanziamento che riconoscano il valore delle consulenze erogate in farmacia.
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