I funerali di Graham, senatore di un impero e cultore del potere


Sono stati uno spaccato del potere americano i funerali di Lindsey Graham, il senatore della Carolina del Sud morto il 12 luglio scorso a 71 anni, che mostrano gli equilibri profondi delle istituzioni statunitensi, i rapporti di forza in evoluzione nel Partito Repubblicano e la proiezione internazionale del sistema di Washington. Un capo di Stato, Volodymyr Zelensky, e uno di governo, Benjamin Netanyahu, sono volati a Washington per commemorarlo e ricordare il suo supporto alla causa ucraina e israeliana in nome della proiezione globale americana; prima del funerale alla Casa Bianca hanno incontrato un presidente, Donald Trump, che dopo essere stato eletto nel 2016 promettendo di cambiare rotta all’America e di chiudere l’epoca delle guerre infinite è arrivato a commemorare il falco interventista per eccellenza al Capitol Memorial, definendolo nella cerimonia di ieri “un grande politico” e un “gigante del Senato” Usa.

Il falco tra i falchi

Graham è stato da senatore, dal 2003 alla morte avvenuta dal ritorno da un viaggio a Kiev, un uomo di potere che sapeva esercitare capacità d’azione e influenza, divenendo una figura centrale nel Partito Repubblicano e non solo. Un vero e proprio grand commis dell’impero, di cui sosteneva la necessaria leadership morale, strategica, geopolitica, aprendo la strada alla difesa della leadership occidentale e morendo pochi mesi dopo aver coronato l’obiettivo da lungo perseguito: contribuire a far marciare Usa e Israele nella stessa direzione sul sentiero dello scontro con l’Iran.

Il Wall Street Journal ha visionato dei filmati che ritraevano Graham al lavoro negli ultimi mesi di vita, parte di un documentario che era in via di registrazione al momento della sua morte, commentando che essi manifestavano una spinta ossessiva” per la guerra con Teheran. Parimenti, Graham perseguiva anche un approccio duro contro la Russia e Modern Diplomacy ha scritto che la sua morte potrebbe condizionare il futuro appoggio statunitense all’Ucraina invasa.

Graham, senatore americano con richiami romani

Insomma, Graham era un senatore americano che per sua natura appariva la moderna versione di un senatore romano dell’era del tardo impero, custode di una capacità d’azione e di un’influenza in grado di superare il ciclo transeunte dei sovrani (presidenti) di turno e custodire una continuità d’interessi e azione non scalfibile facilmente. Un “Richelieu dell’interventismo” che ha preso le redini dell’ala più vigorosamente animata dai falchi conservatori del Partito Repubblicano dall’amico John McCain, spostandosi al contrario dell’ex senatore dell’Arizona e candidato presidenziale contro Barack Obama nel 2008 nella direzione dell’abbraccio politico con Trump.

Morto scapolo e senza figli, Graham ha dedicato al suo progetto di sistema l’intera carriera. In un certo senso la sua parabola racconta della saldatura tra principi America First trumpisti e tradizionali linee politiche del conservatorismo repubblicano mainstream che il suo intervento e l’avvicinamento a The Donald di altri membri di spicco del Grand Old Party, come Marco Rubio, hanno contribuito a plasmare.

Un uomo di potere a tutto tondo

Da senatore, Graham ha potuto costruirsi una zolla di influenza rilevante. Solidamente certo della sua conferma a Capitol Hill in rappresentanza del Palmetto State, roccaforte conservatrice (dal 2002 al 2020, in quattro elezioni, per tre volte si attestò attorno al 54% e nel 2008 toccò il 57,5%), ha potuto dedicare molte energie politiche al sostegno all’agenda estera della superpotenza e a costruirsi un ruolo decisivo nel Grand Old Party.

Questo gli ha concesso di lasciare un solco, e c’è stato un Graham per tutte le stagioni: i politici interventisti lo elevano a loro campione; i repubblicani tradizionali e il Guardian ricorda che figure come il vicepresidente J.D. Vance ne hanno commemorato il ruolo giocato al Senato per favorire l’espansione del controllo conservatore sulla Corte Suprema sbloccando l’elezione di Brett Kavanaugh, nominato da Trump, nel 2018. Da figura nota per la ricerca di compromessi bipartisan con i democratici a Capitol Hill Graham negli anni è diventato un pontiere tra varie anime della formazione di Trump, provando a fare una sintesi tra l’agenda di un presidente fumantino, unilaterale e muscolare e l’obiettivo di fondo del suo campo: preservare la primazia statunitense nel mondo, a qualunque costo.

Fair Observer ha eccezionalmente ricostruito la parabola del defunto senatore: “Era un attore istituzionale, qualcuno che aveva capito che a Washington l’accesso è potere, e il potere si ottiene allineandosi con chi detiene il centro”, sottolineando che “la tragedia è che, in un momento in cui il sistema aveva più bisogno di limiti, Graham li ha considerati facoltativi” e “quando il progetto di Trump è diventato il centro di gravità dominante, il ruolo di Graham è passato dal contestare il progetto al difenderlo”, rendendolo scalabile dalla sua personale agenda, che ha provato a reinterpretare, sostanzialmente, l’America First come continuazione in versione radicale dell’unilateralismo neoconservatore in politica estera.

L’eredità di Graham

La presenza del presidente ucraino e del primo ministro israeliano alle sue esequie racconta di quanto Graham interpretasse un ruolo-chiave nell’architettura di potere a stelle e strisce e del riscontro internazionale che questo ruolo aveva. Per influenzare la Casa Bianca, passare da Graham era fondamentale, e il senatore si era reso indispensabile a cavallo tra Capitol Hill, presidenza e potere profondo tanto da poter condurre una propria diplomazia personale, che ha accompagnato e sostenuto nell’ultima fase il neo-interventismo trumpista, dallo Yemen al Venezuela per arrivare alla tempesta d’Iran.

In tal senso è stato il perfetto continuatore dell’opera di McCain: una figura di establishment pura che aveva capito le regole del gioco dell’America in crisi di certezze di fronte a un mondo inquieto e in cui la propria leadership veniva erosa, il cui peso reale non si misurava in relazione alle proposte di legge o a quello del proprio Stato, ma della capacità d’influenza sulle decisioni critiche.

La morte lo ha colto quando il suo campo ha potuto rivendicare indubbi risultati: un regime change in Venezuela, il Segretario di Stato Marco Rubio regista di una politica estera muscolare, nell’estero vicino e non solo, il Congresso intento a promulgare riforme su un più stretto processo d’integrazione militare e tecnologica con Israele, nessun passo indietro sostanziale sulla rivalità con la Russia e, pochi giorni prima della sua scomparsa, la messa in discussione del memorandum di intesa per il cessate il fuoco con l’Iran. Il colpo di coda di un neoconservatorismo fattosi motore dell’America First: la legacy di Graham si percepisce nella cronaca e nelle dinamiche globali coinvolgenti l’America. E se si confermeranno le lezioni di una carriera politica, non farà rima con maggior sicurezza per gli Usa e il sistema mondo.

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Andrea Muratore

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