A 22 anni andare in Astana non fu l’ideale. Pellizzari ha davanti una carriera importante



Andrea Guardini ha chiuso la sua carriera da professionista alla fine del 2021, mettendo in bacheca 43 vittorie, tra cui una tappa al Giro d’Italia e ben 24 successi al Tour de Langkawi, corsa con cui ha instaurato un rapporto speciale. Una decisione arrivata a soli 32 anni, forse prima di quanto avrebbe realmente voluto, ma che non lo ha mai allontanato dal mondo delle due ruote. Dopo un primo periodo di inevitabile smarrimento, l’ex velocista ha trasformato una delle sue più grandi passioni, la meccanica, in una professione. Prima ha lavorato come meccanico nel negozio H BikeWay di San Giorgio Bigarello (Mantova), poi è entrato nello staff della Nazionale italiana su pista, vivendo anche la soddisfazione della medaglia di bronzo conquistata alle Paralimpiadi di Parigi 2024 con il tandem Plebani-Bernard. Parallelamente si è dedicato anche all’attività di guida cicloturistica, accompagnando ciclisti stranieri alla scoperta dell’Italia. Oggi fa parte del team NRS Shimano, dove ricopre il ruolo di meccanico e guida le vetture dell’assistenza neutrale Shimano nelle principali corse del calendario internazionale. Un percorso che gli permette di osservare il ciclismo da prospettive completamente diverse rispetto a quelle vissute da corridore.

Come sta andando questa nuova vita nel ciclismo?
“La passione per la meccanica mi ha portato a lavorare per quasi due anni con la Nazionale italiana su pista. Il momento più bello è stato sicuramente il bronzo conquistato alle Paralimpiadi di Parigi 2024 con Plebani e Bernard nel tandem dell’inseguimento: una soddisfazione enorme. Da meccanico sento di aver dato il mio contributo e far parte di una Nazionale ti permette di vivere le corse in maniera diversa. Oggi, con Shimano, facciamo assistenza neutrale e quindi seguiamo le gare da una prospettiva più distaccata rispetto a prima,  anche se l’adrenalina resta altissima. Quest’anno, ad esempio, vivere la Parigi-Roubaix dall’interno è stato qualcosa di spettacolare.”

43 vittorie tra i professionisti. Ti capita mai di pensare che alla tua carriera non sia stato dato il giusto risalto?
“Purtroppo, o forse per fortuna, ho smesso qualche anno prima di quando avrei realmente voluto. Ho chiuso a 32 anni, nel periodo successivo al Covid. Negli ultimi anni avevo visto che il ruolo del velocista puro stava progressivamente scomparendo. Tra la pandemia, la chiusura delle corse asiatiche e diverse situazioni che si sono create, ho deciso di fermarmi. Se da giovane avessi fatto alcune scelte diverse, forse la mia carriera avrebbe preso un’altra direzione, ma è sempre facile parlare con il senno di poi.”

Se potessi tornare indietro, c’è un errore che non rifaresti?
“Come si dice, se il giovane sapesse e il vecchio potesse… A 22 anni ragioni in maniera completamente diversa rispetto a quando sei più maturo. Probabilmente mi sarei affidato di più alle persone che mi stavano vicino e che cercavano di dirmi anche verità scomode. All’epoca, invece, volevo fare di testa mia. Col senno di poi, ascolterei molto di più.”

Hai vinto una tappa al Giro d’Italia. Cosa ti è mancato al Tour e alla Vuelta per riuscire a imporsi?
“Ho vinto al Giro a soli 21 anni con la Farnese Vini e subito dopo ho scelto di andare all’Astana. Col senno di poi, probabilmente avrei dovuto valutare meglio quella decisione. Non era l’Astana di oggi, era una squadra costruita per vincere i Grandi Giri, con corridori come Nibali e Aru, e io sono finito in uno squadrone con priorità diverse rispetto alle volate. Forse avrei dovuto ponderare meglio le alternative.”

Hai avuto un feeling speciale con il Tour de Langkawi, dove hai conquistato addirittura 24 tappe. Cosa rendeva quella corsa così adatta alle tue caratteristiche?
“Le condizioni climatiche. Se si guarda l’elenco delle mie vittorie, si nota subito che rendevo al massimo quando faceva molto caldo. Per me le temperature elevate non sono mai state un problema, anzi. Cercavo sempre di preparare nei dettagli la trasferta: mi abituavo già da casa al fuso orario e riuscivo ad adattarmi benissimo al clima asiatico. Passare dal freddo europeo al caldo dell’Asia rappresentava un vantaggio per me, mentre al ritorno facevo decisamente più fatica a riabituarmi.”

A inizio carriera venivi indicato come il possibile erede di Alessandro Petacchi…
“Alessandro aveva caratteristiche diverse dalle mie. Ho sempre pensato che fosse difficile fare paragoni tra noi, anche perché apparteniamo a generazioni differenti. Come tipologia di corridore mi sentivo più vicino a Mark Cavendish”. 

Che idea ti sei fatto di Jonathan Milan?
“Jonathan è un corridore eccezionale. Oltre a essere uno dei migliori velocisti al mondo, è anche il detentore del record del mondo dell’inseguimento individuale su pista. Ai miei tempi, però, uno con le sue caratteristiche non sarebbe stato considerato un velocista puro come lo ero io. Oggi gli sprinter devono avere qualità molto più complete e spesso trovano nella pista uno sbocco importante. Il ciclismo è cambiato tantissimo: per essere competitivi servono numeri che io, anche nel mio momento migliore, non avevo. Tra materiali, preparazione e alimentazione è cambiato tutto, quindi fare paragoni tra epoche diverse è complicato. Jonathan ho avuto anche la fortuna di conoscerlo e lavorarci insieme quando ero meccanico della Nazionale su pista ed è un ragazzo fantastico”. 

Cosa ti aspetti invece da Giulio Pellizzari?
“Giulio è un ragazzo d’oro, semplice, con cui è sempre piacevole parlare. Da quando è approdato alla Red Bull-BORA-hansgrohe è cresciuto molto. È normale che oggi abbia più pressione e aspettative, ma credo abbia davanti una carriera importante. Ha il motore, le qualità e soprattutto è in una squadra che sa come accompagnare la crescita dei giovani talenti.”

Che bilancio fai di questo Tour de France?
“Pogacar ha dimostrato ancora una volta di essere il numero uno. Dispiace per la caduta di Vingegaard, perché sarebbe stato bello vederli sfidarsi fino all’ultima settimana, ma purtroppo questi episodi fanno parte del ciclismo. È stato comunque il Tour che ci aspettavamo. Peccato aver visto poco gli italiani, ma anche questo rientra nei cicli: ci sono periodi in cui emergono tanti talenti e altri in cui bisogna avere un po’ più di pazienza.”


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Francesca Cazzaniga

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