La braibantizzazione del dibattito pubblico


*Articolo di Elena Tempestini

31 luglio 2026 – ore 14:15 – Il coraggio del confronto e la libertà del dissenso per superare il pregiudizio – Ci sono parole che, con il tempo, smettono di descrivere la realtà e iniziano a sostituirla. “Fascista” è una di queste. Da categoria storica, che identificava un preciso sistema politico del Novecento, è diventata sempre più spesso una scorciatoia linguistica per delegittimare chi si colloca fuori dal perimetro delle opinioni considerate accettabili. Non necessariamente chi propone idee considerate antidemocratiche, ma anche chi mette in discussione orientamenti consolidati, decisioni delle istituzioni o narrazioni divenute dominanti nel dibattito pubblico. È in questo contesto che alcuni parlano di braibantizzazione. Per comprenderne il significato, occorre partire dalla sua origine. Il termine deriva dal nome di Aldo Braibanti, intellettuale, drammaturgo, partigiano e figura tra le più anticonformiste dell’Italia repubblicana, protagonista di uno dei casi giudiziari più controversi del dopoguerra. Nel 1968 fu condannato per il reato di “plagio”, una fattispecie che non riguardava la violazione della proprietà intellettuale, bensì la presunta capacità di assoggettare psicologicamente un’altra persona fino ad annullarne la volontà. Per molti storici e giuristi, quel processo rappresentò molto più di una vicenda penale: divenne il punto di incontro tra diritto, pregiudizio culturale e un certo clima politico, mostrando come persino una norma giuridica potesse risentire della sensibilità e delle paure di un’epoca.

Nel 1981 la Corte costituzionale dichiarò incostituzionale quel reato, ritenendolo troppo indeterminato per essere compatibile con i principi dello Stato di diritto.

Molti anni dopo, proprio da quella vicenda, il linguaggio politico e giornalistico ha coniato il neologismo “braibantizzazione”.

Il termine non intende sovrapporre il presente al caso storico di Aldo Braibanti, né suggerire impropri parallelismi. Piuttosto, descrive un meccanismo ricorrente nel dibattito pubblico.

Prima si costruisce una colpa morale, poi si isola l’individuo nello spazio mediatico; infine, il confronto sulle idee diventa superfluo, perché la persona è già stata dichiarata indegna di essere ascoltata. La delegittimazione precede la discussione e, molto spesso, la sostituisce.

Ogni epoca costruisce i propri strumenti di esclusione. Un tempo potevano essere prevalentemente giuridici; oggi sono sempre più simbolici, mediatici e comunicativi. Non è necessario impedire a qualcuno di parlare se prima lo si è reso socialmente inascoltabile.

È forse questa la forma più sofisticata del potere: non vietare una parola, ma renderla irrilevante ancora prima che venga pronunciata. È una dinamica sottile, quasi impercettibile. Non censura formalmente il dissenso: gli sottrae semplicemente cittadinanza.

Le idee non vengono confutate, ma classificate. L’argomentazione lascia il posto all’etichetta, il ragionamento alla scomunica. È un procedimento estremamente efficace perché evita la fatica del confronto: se l’interlocutore viene trasformato in un problema morale, ciò che dice smette automaticamente di avere importanza.

Forse, andando ancora più in profondità, la braibantizzazione non consiste soltanto nell’isolare una persona. Consiste nell’abituare una società a credere che esistano idee alle quali non sia necessario rispondere, ma che sia sufficiente marchiare.

È una scorciatoia intellettuale, sicuramente molto meno impegnativa di una confutazione e infinitamente più redditizia nell’epoca della comunicazione istantanea, in cui il consenso si misura in secondi e la complessità rappresenta spesso un ostacolo anziché un valore.

È proprio qui che si misura la qualità di una democrazia: non dalla facilità con cui ascolta chi conferma le convinzioni della maggioranza, ma dalla capacità di confrontarsi con chi le mette in discussione senza rinunciare al linguaggio della ragione.

Una democrazia sicura di sé non teme le idee: le discute. Quando, invece, preferisce sostituire il dibattito con la squalifica personale, il problema non è più il dissenso, ma l’impoverimento della democrazia stessa.

C’è, in fondo, un paradosso che merita attenzione: le democrazie nascono per garantire il pluralismo, ma possono indebolirsi proprio quando il pluralismo viene sostituito dal conformismo.

La libertà, infatti, non viene meno soltanto quando è proibito parlare; viene meno anche quando parlare diventa inutile, perché il giudizio sull’identità precede quello sugli argomenti. È un meccanismo assai più raffinato e, proprio per questo, anche più difficile da riconoscere.

Una democrazia matura non dovrebbe avere paura del dissenso. Dovrebbe rispondere con argomenti solidi, non con marchi d’infamia.

Se ogni avversario diventa automaticamente “fascista”, il termine perde il suo significato storico e finisce per banalizzare anche ciò che il fascismo è stato realmente.

Le parole non sono semplici etichette: custodiscono la memoria delle tragedie e delle conquiste della storia. Consumandole nell’uso polemico quotidiano, si finisce per svuotarle della loro forza morale.

Più di un secolo fa, Henri-Frédéric Amiel metteva in guardia contro il rischio di trasformare l’uguaglianza in un principio puramente astratto, incapace di riconoscere «la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale». La sua riflessione conserva una sorprendente attualità.

La democrazia garantisce a tutti gli stessi diritti e la stessa dignità, ma non pretende l’uniformità del pensiero. L’eguaglianza giuridica non coincide con l’omologazione intellettuale. Al contrario, vive della possibilità che idee diverse si confrontino liberamente.

Per questo, il vero antidoto alla braibantizzazione non è il silenzio, ma il coraggio del confronto.

Una società che sostituisce la forza degli argomenti con quella delle etichette non sta difendendo la democrazia: sta semplicemente rinunciando alla sua forma più alta, quella che riconosce nella libertà del dissenso non un pericolo, ma la condizione indispensabile della libertà stessa.

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