La decisione della Federal Reserve guidata da Kevin Warsh di tenere i tassi fermi nella seduta di mercoledì si inserisce in un contesto estremamente critico per l’economia statunitense e il suo sviluppo, in cui le stesse dinamiche strategiche che ne orientano l’evoluzione sono oggetto di dibattito all’interno degli apparati politici e delle burocrazie strategiche di Washington. Warsh, che ha tutto fuorché la fama di “colomba” sui tassi d’interesse, ha dovuto navigare tra Scilla, l’aspettativa del presidente Donald Trump di un calo futuro del costo del denaro, e Cariddi, gli indicatori dell’economia americana che lasciano presagire navigazioni in acque agitate per i problemi su inflazione e debito.
La Fed e le sue sfide
A tal proposito, pure la banca centrale Usa ha divisioni interne, con 3 membri su 12 che hanno votato contro il mantenimento dei tassi nel range 3,5-3,75% ipotizzando l’idea che l’attuale situazione americana imponesse, piuttosto, una stretta monetaria. Una spaccatura che ha lasciato emergere pensieri e incertezze sul prossimo futuro, in cui la Fed dovrà garantire la propria autonomia, resistendo alle pressioni politiche, ma anche risolvere un oggettivo dibattito interno: come far quadrare i conti tra pressioni convergenti e diversi stimoli? Sostanzialmente la partita dei tassi d’interesse va in parallelo a quella sulla futura strutturazione dell’inflazione, del debito pubblico e della crescita della prima economia del pianeta. Tutto si tiene, del resto.
L’inflazione americana è oltre il 4%, il doppio del target. Negli anni dopo il Covid-19, l’aggressiva politica di innalzamento del costo del denaro decisa da Jerome Powell, che durante il periodo pandemico aveva invece aperto i cordoni della borsa, contribuì al suo sostanziale raffreddamento: quella era un’inflazione da domanda, alimentata dal boom di spese rimaste compresse durante lo stop forzato del virus.
Inflazione, debito e spesa IA
Oggi i decisori monetari sono più incerti. L’inflazione sembra dettata da elementi strutturali del costo della vita come la spesa alimentare, la benzina, gli impatti dei dazi doganali decisi dalla presidenza di Donald Trump. E parimenti, c’è un tema fondamentale che tocca la discussione sulla crescita: buona parte della corsa macroeconomica del Pil Usa è dettata dalla presenza di colossali progetti d’investimento in intelligenza artificiale che nel solo 2026 prevedono di spendere 725 miliardi di dollari in conto capitale (Capex) per costruire data center, infrastrutture di calcolo, reti e acquistare schede grafiche e memorie. Ebbene, tali spese rischiano di essere messe in discussione se un eventuale aumento del costo del denaro finirà per interferire con i programmi e le prospettive di spesa, anche alla luce di un contesto ove le grandi compagnie sono già chiamate ad affrontare indebitamenti notevoli e di difficile gestione.
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Liquidity Infrastructure nota che il tentativo di Warsh potrebbe essere quello di far sì che l’aggiustamento deflattivo arrivi dalla crescita naturale del costo del denaro e del credito nel mercato, ma alle spalle di tutto resta la madre di tutte le partite: il debito americano, che ormai ha superato quota 39mila miliardi di dollari. Il portale Substack “Under the Market Lens” spiega che in cinque anni è aumentato di 10.750 miliardi e “nell’ultimo anno, il tasso di incremento medio è stato di 7,39 miliardi di dollari al giorno, 307,98 milioni di dollari all’ora, 5,13 milioni di dollari al minuto e 85.550 dollari al secondo”, mentre “il Congressional Budget Office prevede che i pagamenti netti degli interessi ammonteranno a 16.200 miliardi di dollari nel prossimo decennio, passando da un costo annuo di 1.000 miliardi di dollari nel 2026 a 2.100 miliardi di dollari nel 2036”. Per Trump e i suoi questo resta il problema strategico numero uno nella seconda amministrazione del tycoon. E Washington non perde occasione per ribadirlo.
L’ansia da debito
Di recente, ad esempio, gli Usa hanno rilanciato i dazi commerciali, usando stavolta la leva del presunto lassismo della lotta allo sfruttamento del lavoro forzato, contro decine di Paesi, per tornare a fare cassa sull’accesso al mercato più prospero del pianeta. Va in direzione contraria alle aspettative del tycoon, dunque, il fatto che sulla curva trentennale, nota il Financial Times, dopo l’annuncio di Warsh il Treasury Bond abbia raggiunto il livello più alto dal 2007, anno d’inizio della Grande Recessione: 5,23%, nota il Ft. E ancora giovedì si assestava su livelli simili.
Il decennale scambia ai massimi da un anno, poco sotto il 4,7%. Il debito preoccupa gli investitori e il premio al rischio è associato al sovrapporsi tra la crescita del costo della vita, a cui l’azione della Casa Bianca dà un contributo con la guerra in Iran e l’offensiva commerciale che viene pagata dai consumatori Usa, e il dilemma sull’effettiva utilità della politica monetaria per incidere. In sostanza, non c’è la certezza che alzare i tassi aiuterebbe contro l’inflazione, mentre c’è la garanzia che influenzerebbe le prospettive di crescita e investimento e il costo di finanziamento della superpotenza. Per l’amministrazione Trump, però, comunque vada il sentiero è incerto: nessun problema sistemico viene risolto. E mentre le elezioni di Midterm si avvicinano, Washington prosegue per inerzia: la sua economia si dilata perché le sue aziende sono trainanti, ambiziose e in certi versi ottimistiche sul prosieguo del ciclo IA, ma parimenti si dilatano le contraddizioni; è un tiro alla fune di sistema quello in atto, e la Fed ora è in mezzo. Resta da capire se la tensione genererà equilibrio dinamico o la corda finirà per spezzarsi.
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