Esattamente due settimane fa, il 19 luglio, Gianni Infantino celebrava il grande successo del Mondiale nordamericano, il primo con tre paesi ospitanti e a 48 squadre. La FIFA annunciava ricavi record per il quadriennio 2023/2026, pari a 15 miliardi di dollari, e l’alleanza con Donald Trump sembrava aver dato ulteriore solidità alla sua presidenza (a dispetto dell’opinione pubblica). Invece, in tre giorni tutto è cambiato.
Martedì 28 luglio, il Times ha rivelato che Infantino stava lavorando a un piano per privatizzare il Mondiale, creando una società indipendente (FIFA Forward Enterprise, o FFE) e facendosi nominare ‘commissioner’. A investire nel progetto sarebbe stato il fondo speculativo Thrive Capital, guidato da Joshua Kushner, il fratello del genero di Trump. Da qui, il terreno ha iniziato a franare sotto i piedi di Infantino, fino alla cancellazione ufficiale del progetto, annunciata dalla FIFA venerdì notte.
Mai mettersi contro la UEFA
Curiosamente, tutto è partito dall’Europa. La confederazione europea UEFA è stata la prima a mettersi di traverso, e già giovedì si è espressa all’unanimità contro il piano FFE, promettendo addirittura di boicottare tutte le competizioni FIFA. A ruota sono arrivate le prese di posizione della CONCACAF, che rappresenta l’America del Nord e Centrale (cioè, l’associazione che ha organizzato il Mondiale del 2026), e l’AFC, rappresentante dell’Asia.
Poi è toccato addirittura ai vertici della FIFA prendere le distanze dal presidente. Venerdì sono arrivate le dimissioni di Carlos Cordeiro, il Senior Advisor dello stesso Infantino, e poco dopo il Chief Operating Officer della FIFA, Kevin Lamour, ha denunciato all’Associated Press di essere stato “ingannato” dal presidente. Entrambi hanno ammesso di aver appreso del progetto solamente martedì dai giornali: la questione, quindi, non riguarda solo le idee sul futuro del calcio, ma proprio l’operato di Gianni Infantino, che ha agito al di fuori della FIFA, escludendo i massimi dirigenti dal processo decisionale.
In questi giorni, Infantino ha emesso diversi comunicati in cui ha insistito sul fatto che non aveva alcuna intenzione di “vendere il calcio”, e che anzi stava portando avanti un “processo di consultazione” equo e democratico sul progetto. Ma, come detto, nessuno nella FIFA o nelle federazioni nazionali ne era stato informato. Anzi, dopo la rivelazione del Times, Infantino ha scritto ai membri della sua organizzazione per avvertirli che avevano tempo fino al 19 settembre per approvare il FFE: in caso di risposta affermativa, avrebbero ricevuto 40 milioni di dollari ciascuno, altrimenti solo 10.
Questa situazione ha irrimediabilmente compromesso la posizione del presidente della FIFA che, per salvare il salvabile, venerdì notte ha ritirato il piano. Il tentato golpe del FFE è durato tre giorni, uno in meno di quello della Superlega del 2021, che minacciava di spaccare in due il calcio europeo (già in quel caso, con il tacito supporto di Infantino). In queste due vicende c’è almeno un minimo comune denominatore: il presidente della UEFA, Aleksander Čeferin, uscito vincitore, in tempi brevissimi, da entrambe queste guerre civili.
Il futuro di Infantino è in bilico
Il comunicato della UEFA emesso nella tarda mattinata di sabato è una sentenza per la presidenza Infantino: “Non possiamo continuare così, con piani segreti portati avanti a tappe forzate, architettati da individui senza volto e di dubbia utilità per il gioco. Dobbiamo individuare i responsabili e chiamarli a risponderne”. La confederazione del calcio europeo ha detto di aver perso la fiducia nell’operato del presidente della FIFA, e ha chiamato a raccolta le altre federazioni per riformare il sistema. Non una rivoluzione, ovviamente, ma un contra-golpe: il primo passo per forzare Infantino a mettere fine al suo regno.
“È giunto il momento che la FIFA e il mondo del calcio caccino Infantino. – ha commentato il consulente politico Ashish Prashar, che ha seguito da vicino gli sviluppi della vicenda – È fondamentale bloccare questo tentativo coordinato di depredare e svuotare il calcio per arricchirsi, impedendo che una simile iniziativa possa mai ripresentarsi”. Ma quali sono le strade aperte per il futuro della FIFA?
Le elezioni presidenziali si terranno nel marzo 2027 in Marocco, in occasione del prossimo Congresso della FIFA. Curiosamente, mentre il suo progetto veniva fatto a brandelli dalla UEFA, Infantino si trovava proprio in Marocco per celebrare l’anniversario dell’incoronazione di Re Mohammed VI: il Marocco sarà uno dei paesi ospitanti del Mondiale del 2030, assieme a Spagna e Portogallo. Infantino non sembra avere una maggioranza che lo supporti, ma al momento non c’è nessun candidato alternativo: Nasser Al-Khelaïfi, dirigente qatariota che guida l’associazione dei club europei (ECA) e braccio destro di Čeferin, continua a dire di non essere interessato alla FIFA. Così, ora il favorito per sfidare Infantino sembra essere ora il canadese Victor Montagliani, presidente della CONCACAF. La deadline per presentare le candidature è fissata al 18 novembre.
La sensazione di molti, però, è che Infantino verrà forzato alle dimissioni ben prima di marzo. O nel modo gentile, convincendolo a farsi da parte da solo, oppure con le cattive. L’articolo 25.4 dello Statuto della FIFA stabilisce infatti che il 20% dei membri dell’organizzazione (ovvero 43 associazioni nazionali su 211) può richiedere un voto di sfiducia nei confronti del presidente. La UEFA da sola conta 55 membri, quindi un numero più che sufficiente per innescare la procedura (a patto, poi, di ottenere la maggioranza). In quel caso, la FIFA verrebbe poi commissariata fino alle elezioni del 2027.
Un altro fattore da considerare sono pure le elezioni di midterm negli Stati Uniti, che si terranno il 3 novembre. Se, come sembra, i Democratici dovessero ottenere la maggioranza al Congresso, Infantino potrebbe essere costretto a comparire davanti alla commissione della Camera che proprio pochi giorni fa lo ha già invitato a un’udienza per spiegare i suoi rapporti con la famiglia Trump. I sospetti del deputato Jamie Raskin, che guida l’iniziativa, sono che Infantino e Trump abbiano da tempo relazioni commerciali che violerebbero le regole dello sport internazionale. La fine dell’impero di Infantino sembra, dunque, più una questione di ‘quando’ che di ‘se’.
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Valerio Moggia
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