Perché gli ucraini colpiscono Wildberries, l’Amazon russo


Wildberries, comunemente ribattezzata l’Amazon russo, è stata fondata nel 2004 in un piccolo appartamento della periferia di Mosca da Tatyana Kim, oggi la donna più ricca di Russia, quando aveva solo 28 anni ed era in congedo di maternità. Oggi l’azienda ha 50 mila dipendenti, 200 magazzini, processa circa 20 milioni di ordini al giorno e mette in contatto con i clienti circa 200 mila esercizi commerciali. Insieme con l’altra piattaforma Ozon, intermedia beni e servizi per un valore equivalente a circa l’8,5% del Prodotto interno lordo russo e danno lavoro, direttamente o indirettamente, a 4 milioni di posti di lavoro, oltre il 5% degli occupati russi.

Un’ascesa impetuosa che ha beneficiato, a suo tempo, della clausura da Covid ma ha anche fasi difficili. Tuttora presente negli Emirati Arabi Uniti e in Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Kazakhstan, Kirgizystan, Uzbekistan e Tagikistan, ha scontato l’invasione russa dell’Ucraina con il ritiro da Francia, Germania, Israele, Italia, Polonia, Moldavia, Slovacchia, Spagna, Turchia e Usa. Non è mancata la saga familiare, con un’aspra e a tratti violenta separazione (con causa ovviamente milionaria) della Kim dal marito, sontuosamente liquidato.

Oggi, però, Wildberries è nota soprattutto per essere diventata uno dei bersagli preferiti dei droni ucraini. Nel giro di nemmeno tre settimane gli ordigni hanno colpito una dozzina dei magazzini e centri logistici più grandi dell’azienda: l’ultimo poche ore fa a Novosemeykino, nella regione di Samara, in linea d’aria a circa 900 chilometri dal confine ucraino. La “Wildberries strategy” degli ucraini ha provocato danni ingenti: circa 2 miliardi in perdite dirette di materiali e vendite, con il più il timore che si scateni un’ondata di chiusure e fallimenti tra i piccoli esercizi che usano Wildberries come intermediario per le vendite.

Tutto questo ha ovviamente destato un grande clamore. Prima di tutto in Russia, dove Wildberries è un’istituzione. Ma anche all’estero, soprattutto nelle frange più filo-ucraine, che vedono svolte decisive a ogni angolo e già parlano di “crollo” di Wildberries e possibile crisi finale dell’economia russa. La realtà, come sempre, è assai più sfumata. I colpi ucraini, per quanto importanti e ben diretti, hanno ridotto le attività di Wildberries del 10%: un po’ presto per parlare di crollo, anche se ovviamente gli ucraini non smetteranno di colpire e la Kim dovrà prendere provvedimenti complicati e costosi (anche nel rapporto con i clienti) come, a quanto pare, cercare nuovi magazzini in Kazakstan o, come già annunciato, cercare di rifondere produttori e negozianti che hanno perso le loro merci.

I problemi del retail? Reali, e infatti gli esponenti dei piccoli negozianti chiedono a gran voce agevolazioni fiscali. Ma in media i negozianti realizzano 7.500 dollari l’anno tramite Wildberries, che non è un’enormità. Altro argomento: la Vneshtorgbank, una delle più grandi banche di Russia, il cui capitale è detenuto al 60,9% dal Governo russo, ha rilevato una quota del 5% di Wildberries. L’idea era di portare un’azienda tanto importante più vicina al potere, ovviamente. In cambio, la banca avrebbe messo a disposizione di Wildberries le strutture (sportelli, bancomat…) con cui interagiscono 80 milioni di clienti. Colpire Wildberries significa minacciare la Vneshtorgbank? Sì, l’investimento è stato importante ma non così tanto da incrinare la solidità della banca.

Come sempre, l’eccesso di tifo e l’indubbia spettacolarità delle incursioni ucraine portano a distorcere la realtà. Anche se, altrettanto naturalmente, la “Wildberries strategy” ha un suo razionale. La “scusa” ufficiale per colpire quella che i russi definiscono una struttura civile è che Wildberries contribuiva allo sforzo bellico russo con la sezione “Tutto per l’Operazione militare speciale”, circa 200 mila prodotti (dalle torce elettriche ai giubbotti antiproiettile) spesso acquistati da individui o organizzazioni per i soldati al fronte. Dopo i primi attacchi la sezione è stata chiusa ma, comunque, pensare che la Russia sostenga la sua guerra comprando su Wildberries è una stupidaggine assoluta.

Lo scopo degli ucraini è sempre quello indicato da Volodymyr Zelensky: portare la guerra nella case dei russi, distruggere (cosa ormai avvenuta) la finzione putiniana che si possa fare una guerra senza che la popolazione ne sia affetta. All’effetto psicologico generale si aggiunge, come nel caso dei bombardamenti su raffinerie e depositi di petrolio, la pressione esercitata sull’economia che, nel caso della Russia, in questo 2026 è sottoposta a tensioni (in estrema sintesi: calo degli introiti e aumento delle spese) che negli anni precedenti erano state assorbite dallo sviluppo dell’industria bellica, come avevamo già raccontato qui. I depositi di Wildberries, come le già citate raffinerie, sono un bersaglio ideale: sono tanti (come dicevamo, 200 in Russia), ed è quindi impossibile proteggerli tutti; sono grossi, ed è quindi impossibile mancarli; e sono immobili.

La strategia ucraina produce indubbi risultati. Dal punto di vista psicologico come da quello economico. Però c’è un problema: di quanto tempo ha bisogno per ottenere il proprio scopo, quello di una sollevazione dei russi contro il Cremlino o di un crollo dell’economia russa? Un mese? Un anno? Cinque anni? Poche settimane fa la grande stampa occidentale parlava di paralisi dei carburanti in Russia e di crisi irreversibile. Adesso non se ne parla più. Mentre invece è l’Ucraina, ora, a razionare il diesel. Poche settimane fa la “flotta ombra” russa sembrava allo sbando per i bombardamenti ucraini sul Mare di Azov. Ora non se ne parla più, anche perché i russi hanno cominciato a picchiare duro sulle navi diretta in Ucraina e sui porti ucraini del Mar Nero, tanto che il ministro degli Esteri ucraino Andrij Sybiha ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

E mentre Kiev aspetta che la sua strategia produca il vero risultato sperato, ovvero portare Putin a sedere seriamente al tavolo delle trattative di pace, Mosca prosegue imperterrita nella sua strategia di occupazione territoriale, che invece i risultati li produce subito, giorno per giorno. Di questo la grande stampa occidentale non parla ma gli analisti militari più seri sì, tanto da scrivere (come fa AMK Mapping suX) che “negli ultimi giorni, la situazione per l’Ucraina al fronte si è rapidamente deteriorata in modo senza precedenti, non visto dall’inizio del 2025”. Il che, tra l’altro, contribuisce a spiegare anche i recenti e clamorosi avvicendamenti al vertice del ministero della Difesa (via il ragazzo prodigio Mychajlo Fedorov e dentro il generale Jevheni Jmara) e delle forze armate (via il comandante Oleksandr Syrsky, dentro il nuovo comandante Mychajlo Drapatyj).

In questa situazione servirebbe come il pane un mediatore vero e autorevole. Ma… Trump? Sarebbe il ruolo dell’Europa, che però ha deciso che la guerra deve proseguire fino alla vittoria ucraina. Auguri.




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Fulvio Scaglione

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