perché Trump ha sospeso gli attacchi all’Iran


Dove la diplomazia fatica ad arrivare, a volte deve supplire la matematica. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sospeso i pesanti attacchi pianificati contro l’Iran per il weekend, dopo che i vertici del Pentagono lo hanno avvertito che una nuova escalation avrebbe potuto prosciugare in modo pericoloso le già ridotte scorte di missili intercettori Patriot necessari a difendere le basi americane in Medio Oriente.

Ufficialmente, la decisione dell’amministrazione Usa è maturata al termine di conversazioni con gli alleati della regione: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar oltre che lo stesso Iran, come ha ricostruito lo stesso Trump parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, di rientro dal suo campo da golf in New Jersey. Il presidente ha annunciato la sospensione degli attacchi, subordinando un accordo definitivo alla «Immediata, Completa e Totale APERTURA DELLO STRETTO DI HORMUZ e alla fine della minaccia nucleare iraniana».

Secondo fonti diplomatiche citate dalla televisione israeliana Channel 12, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi avrebbe accettato una proposta di compromesso dei mediatori qatarioti per la ripresa delle operazioni nello Stretto. L’Iran ha tuttavia immediatamente smentito tale ricostruzione. Uno schema che si è ripetuto decine di volte, ormai, dall’inizio del conflitto: Trump annuncia un accordo ancora prima che venga effettivamente raggiunto. Tempo qualche giorno – o settimana – e gli attacchi riprendono. Gli americani, però, non gli credono più: secondo un recente sondaggio, solo il 28% approva le azioni di Trump in Iran, e una percentuale ancora inferiore, il 25%, ritiene che il conflitto sia valso la pena in termini di costi e vite americane perse.

Cosa c’è (davvero) dietro la presunta svolta diplomatica

Ma dietro la presunta svolta diplomatica si nasconde, soprattutto, oltre agli ottimi rapporti con Riad, la grave carenza di missili. Il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore congiunto, aveva avvertito privatamente Trump che riprendere le operazioni di combattimento su larga scala contro l’Iran era fattibile, ma avrebbe ridotto pericolosamente gli intercettori disponibili per il Comando Centrale americano in Medio Oriente.

Il New York Times riporta che i funzionari del Pentagono e i comandanti militari americani avevano indicato all’inizio della settimana come Trump sembrasse orientato ad approvare una prima fase di una campagna di bombardamenti in più fasi. L’operazione avrebbe dovuto colpire radar costieri, lanciamissili anti-nave, una flotta di piccole imbarcazioni d’attacco iraniane e altri siti che, secondo il Pentagono, hanno contribuito agli attacchi contro le navi commerciali in transito nello Stretto.

Il Dipartimento della Difesa aveva frettolosamente rafforzato le sue capacità in Medio Oriente nei giorni precedenti, preparandosi a una possibile escalation. Erano stati presi in considerazione anche attacchi mirati contro ponti ferroviari utilizzati sia dai civili che dai comandanti iraniani per rifornire la regione costiera meridionale, nonché contro impianti energetici e siti nucleari. Lo stesso Trump, in un’intervista ad Axios di giovedì, aveva anticipato: «Sto valutando un attacco massiccio. Più grande che mai. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti».

Poi, il dietrofront. A frenare il presidente, secondo quanto ricostruito, sarebbe stato anche il timore di una rappresaglia iraniana più pesante che avrebbe messo ulteriormente sotto pressione le difese aeree americane, già messe a dura prova.

Ridotte di due terzi le scorte di Patriot

I numeri parlano chiaro. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies (CSIS) rivela che il conflitto con l’Iran ha ridotto di circa due terzi le scorte pre-belliche di missili intercettori Patriot. Secondo stime, il numero di missili Patriot sarebbe sceso da circa 2.230 prima della guerra a una cifra compresa tra 759 e 827 al momento del cessate il fuoco di aprile. I missili THAAD sarebbero passati da 452 a una disponibilità stimata tra 234 e 278 nello stesso periodo. Complessivamente, le scorte di missili Patriot, THAAD e PrSM sarebbero state dimezzate, mentre gli arsenali di JASSM, SM-2/3/6 e Tomahawk si sarebbero ridotti di circa un terzo.

Il Pentagono, nel frattempo, ha richiesto al Congresso 18,2 miliardi di dollari per ricostituire le scorte di missili intercettori e armi di precisione, mentre il budget di emergenza complessivo proposto per l’anno fiscale 2026 ammonta a 67 miliardi di dollari.

Intaccate anche le scorte di Tomahawk

La rivista the American Conservative sottolinea conferma come la cautela di Trump di queste ore abbia a che fare con le scorte in esaurimento. In particolare, il giornale conservatore osserva che, sebbene gli Stati Uniti dispongano ancora di decine di migliaia di JDAM e altre munizioni “stand-in” relativamente economiche e facili da produrre, le scorte di armi più sofisticate come i missili da crociera Tomahawk e i nuovi PrSM sono state seriamente intaccate. L’operazione “Epic Fury” avrebbe bruciato quasi tutte le scorte di PrSM disponibili e circa un terzo dei Tomahawk.

Il giornalista Ken Klippenstein, in un’analisi pubblicata su Substack, aggiunge un ulteriore elemento di riflessione: da un lato, funzionari di Washington vogliono più fondi per i militari; dall’altro, devono rassicurare che nessuna carenza di armi sta limitando gli Stati Uniti nella lotta contro l’Iran. Un paradosso che ha raggiunto livelli quasi (tragi)comici quando l’ambasciatore americano all’Onu, Mike Waltz, ha prima incolpato Biden per la carenza di missili, per poi affermare immediatamente che non esiste alcuna carenza e che chi diffonde tali informazioni dovrebbe essere perseguito, quando sono gli stessi funzionari del Pentagono, o perlomeno alcuni, ad ammettere le difficoltà degli Stati Uniti.

Il fallimento della guerra contro Teheran ha portato Washington ad essere più debole anche nei confronti dell’avversario strategico principale degli Usa: Pechino. La Cina possiede oltre 3.000 missili balistici, più di quattro volte il numero di intercettori Patriot rimasti agli Stati Uniti. In un eventuale conflitto contro Pechino, l’esercito americano non potrebbe contare sui JDAM, data la schiacciante potenza delle difese aeree e missilistiche cinesi.

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Roberto Vivaldelli

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