La resistenza antimicrobica cresce mentre l’attenzione pubblica diminuisce. Una minaccia che mette a rischio uno dei pilastri della medicina moderna e che richiede una strategia integrata tra salute umana, animale e ambientale.
Gli antibiotici hanno cambiato la storia della medicina. Hanno trasformato infezioni mortali in disturbi curabili in pochi giorni, hanno reso possibili interventi chirurgici, trapianti, terapie oncologiche e cure intensive che fino a un secolo fa erano inimmaginabili.
Oggi rischiamo di perdere una delle armi più importanti del XX secolo. Le stime più aggiornate parlano di 1,27 milioni di morti nel mondo direttamente attribuibili all’antibiotico-resistenza, e di quasi 5 milioni di decessi complessivamente associati al fenomeno. Se la traiettoria attuale non si inverte, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che si potrebbe arrivare a quasi 40 milioni di morti entro il 2050. Non è una pandemia futura. È una crisi già in corso.
La minaccia di cui si parla troppo poco
“Uno degli errori che continuiamo a commettere è parlare di malattie infettive solo quando un’emergenza o un fatto di cronaca riaccende l’attenzione pubblica”, spiega Francesco Vaia, componente dell’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità e già direttore generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute.
“Lo abbiamo visto con il Covid e lo vediamo oggi con Ebola, Hantavirus, West Nile o morbillo. Poi il tema scompare dal dibattito, ma virus e batteri continuano a circolare”. Una dinamica che Vaia sintetizza in una frase che vale come monito: “Le malattie infettive non scompaiono quando smettiamo di parlarne: è la nostra attenzione che si spegne, non il rischio”. A differenza delle emergenze che occupano le cronache per qualche giorno, l’antibiotico-resistenza non ha un picco, non ha un momento di massima visibilità mediatica. Cresce in silenzio, costantemente, anno dopo anno, mentre l’attenzione pubblica si concentra altrove.
I numeri della resistenza
I dati più solidi sul fenomeno arrivano da uno studio pubblicato su The Lancet, che ha quantificato per la prima volta su scala globale il peso dell’antibiotico-resistenza batterica: 4,95 milioni di morti associate e 1,27 milioni attribuibili direttamente alla resistenza nel solo 2019. Un impatto che, secondo i ricercatori, colloca l’Amr come terza causa di morte a livello globale nello scenario controfattuale di assenza di infezione, superata solo da cardiopatia ischemica e ictus, e davanti a Hiv e malaria se si considera la sola quota attribuibile.
In Europa, secondo l’Ecdc, il fenomeno provoca oltre 35mila morti ogni anno. L’Italia è tra i Paesi più colpiti del continente, con circa 12mila decessi annui, quasi un terzo del totale europeo. “Non stiamo parlando soltanto di infezioni difficili da curare”, avverte Vaia. “Stiamo parlando della possibilità di continuare a fare in sicurezza interventi chirurgici, trapianti, terapie oncologiche e cure intensive. Quando gli antibiotici perdono efficacia, diventa più fragile una parte fondamentale della medicina contemporanea”.
Quando la medicina perde una delle sue fondamenta
Il punto su cui Vaia insiste è che l’antibiotico-resistenza non riguarda solo chi contrae un’infezione difficile da trattare. Riguarda l’intera impalcatura della medicina moderna. Ogni intervento chirurgico comporta un rischio infettivo che oggi gestiamo con la profilassi antibiotica: se quella profilassi smette di funzionare, anche operazioni di routine diventano più rischiose. Lo stesso vale per i trapianti d’organo, che richiedono terapie immunosoppressive prolungate e quindi un controllo efficace delle infezioni opportunistiche.
Per i pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia, il sistema immunitario indebolito li rende particolarmente vulnerabili, e un’infezione resistente può vanificare mesi di cure. Nelle terapie intensive, dove convergono i pazienti più fragili, la circolazione di batteri multiresistenti è già oggi una delle principali cause di complicanze e decessi evitabili.
Perché non è solo un problema degli ospedali
Da anni Vaia sottolinea che l’antibiotico-resistenza va affrontata con una visione One Health. “Oggi sappiamo che la resistenza antimicrobica non riguarda soltanto la medicina umana”, spiega. “È il risultato dell’interazione continua tra uomo, animali e ambiente: ospedali, territorio, allevamenti intensivi, uso di antibiotici e fitofarmaci, qualità delle acque, inquinamento e cambiamenti degli ecosistemi”.
Il quadro disegnato dal nuovo Piano d’Azione Globale dell’Oms sull’Amr, in discussione per il periodo 2026-2036, conferma questa lettura: i batteri resistenti circolano tra ospedali, allevamenti, corsi d’acqua e suoli, attraversando confini settoriali e geografici con la stessa facilità con cui viaggiano merci e persone. “Non basta la responsabilità individuale, pur importante”, precisa Vaia. “Il problema è sistemico: per anni abbiamo abusato di antibiotici, fitofarmaci e altre risorse biologiche senza considerare fino in fondo l’impatto sugli ecosistemi. Oggi ne vediamo le conseguenze. One Health non è uno slogan, ma la chiave scientifica per affrontarlo in modo efficace”.
Gli errori che continuiamo a fare
Sul fronte dei comportamenti, Vaia individua responsabilità diffuse, che riguardano sia i cittadini sia il sistema sanitario. “Tra i cittadini restano diffusi l’automedicazione, l’uso di antibiotici senza prescrizione, l’interruzione precoce delle terapie e l’uso improprio per infezioni virali”, osserva.
I dati Iss-Aifa confermano questa tendenza: nel 2024 circa quattro persone su dieci in Italia hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici, con punte del 45-47% nei bambini sotto i 4 anni e del 54-58% negli over 85. “Ma il problema è anche di sistema: infezioni ospedaliere evitabili, carenze nella prevenzione, nella vaccinazione, nell’igiene delle mani e nella sorveglianza”.
La sintesi di Vaia è diretta: “Il miglior antibiotico è quello che non siamo costretti a utilizzare. Ogni infezione prevenuta è una terapia antibiotica in meno e una possibilità in meno per i batteri di sviluppare resistenze”.
I progressi che non bastano
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Programmi di stewardship antibiotica, maggiore attenzione all’appropriatezza prescrittiva, sistemi di sorveglianza più strutturati e una crescente sensibilizzazione degli operatori sanitari hanno contribuito a riportare il tema al centro dell’agenda sanitaria. Tuttavia, secondo Vaia, i risultati ottenuti sono ancora insufficienti rispetto alla velocità con cui cresce il fenomeno.
“Qualche progresso è stato fatto: maggiore consapevolezza, programmi di stewardship, più attenzione all’appropriatezza prescrittiva e alla sorveglianza. Ma siamo ancora in ritardo. L’Italia mantiene livelli elevati di consumo e resistenza rispetto alla media europea”. Il punto, sottolinea, non è ridurre gli antibiotici in modo indiscriminato, ma utilizzarli meglio. “La sfida non è usare meno antibiotici in senso generico, ma usarli meglio: al paziente giusto, nel momento giusto e per il tempo necessario”.
Per raggiungere questo obiettivo servono strumenti che consentano ai medici di distinguere rapidamente le infezioni batteriche da quelle virali, evitando prescrizioni inutili. “Per farlo servono diagnostica rapida, formazione continua e una maggiore integrazione tra ospedale e territorio”. È un passaggio cruciale, perché ogni prescrizione inappropriata aumenta la pressione selettiva sui batteri e accelera la comparsa di nuove resistenze. Per questo gli esperti concordano nel ritenere che la lotta all’Amr non dipenderà soltanto dalla scoperta di nuovi farmaci, ma dalla capacità dei sistemi sanitari di utilizzare in modo più razionale quelli già disponibili.
Cosa serve adesso
Per il futuro, Vaia indica priorità precise. “La prima priorità è rafforzare la prevenzione come infrastruttura stabile del Servizio sanitario nazionale. Le emergenze non si gestiscono quando arrivano: si preparano prima”. La seconda riguarda l’integrazione dei dati: “Costruire una vera rete One Health che integri dati umani, veterinari, ambientali e climatici, migliorando la capacità di individuare precocemente i rischi”.
La terza è la ricerca, ma con un avvertimento: “I nuovi antibiotici da soli non bastano. Ogni nuova molecola, se usata male, genera nuove resistenze. La vera innovazione è culturale e organizzativa e riguarda l’appropriatezza e il buon uso del farmaco”. Infine, un richiamo alla dimensione sociale della salute: “La salute non si produce soltanto negli ospedali. Dipende dall’ambiente, dall’alimentazione, dall’istruzione, dal lavoro, dalle condizioni sociali e dalla qualità delle nostre comunità. È qui che si gioca la partita della prevenzione”.
Una sfida culturale
“L’antibiotico-resistenza ci insegna che non esiste innovazione capace di sostituire la prevenzione”, conclude Vaia. “La vera sfida è costruire una cultura della salute e della responsabilità collettiva, che è il significato più concreto dell’approccio One Health”. Una sfida che riguarda governi, industria farmaceutica, medici e cittadini insieme, perché nessun antibiotico, per quanto innovativo, potrà mai sostituire la capacità di prevenire le infezioni alla fonte.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di giugno 2026 (numero 6, anno 9)
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Luisa Vittoria Amen
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