Strage Italicus, un amico di nome Silver: “Risate, ragazze e Battisti. Eravamo giovani fattorini col sogno delle ferrovie”


Forlì, 4 agosto 2026 – “Qualcuno potrebbe chiedermi perché ho divulgato questo testo solo ora… In realtà è pronto da tempo. Ho deciso che era arrivato il momento”. Francesco Fabiani ha portato personalmente la sua testimonianza alla redazione del Carlino in via Giorgio Regnoli: oltre tre pagine in fogli A4, ai quali ha dato come titolo ‘Cecconi’ (il soprannome che Silver aveva presso la ditta). Sottotitolo: ‘Vero racconto su Silver Sirotti compagno di lavoro’.

È un punto di vista inedito su un ragazzo, allora poco più che 20enne: se fosse un film, si direbbe che è un ‘prequel’, ovvero racconta chi era Silver prima di diventare protagonista di una tragica pagina di storia. Ovvero un eroe, medaglia d’oro al valor civile, una figura che il mondo della scuola e delle istituzioni per fortuna non hanno dimenticato (a lui Forlì ha dedicato un istituto comprensivo, una biblioteca dentro l’Itis, un giardino e, da alcuni anni, un trofeo calcistico). Tra l’altro, proprio in compagnia di Fabiani si sviluppò l’idea di diventare ferrovieri. Il 4 agosto di 52 anni fa una bomba esplose sul treno Italicus – diretto da Roma a Monaco di Baviera – all’altezza di San Benedetto Val di Sambro, nel Bolognese. Silver non doveva esserci, ma aveva cambiato turno con un collega controllore. Non solo: non era nella carrozza in fiamme, ci entrò per tentare di salvare i passeggeri. Uno di questi, Mauro Russo, è stato a Forlì la scorsa primavera per raccontare che deve la vita a Silver, che finì però per perdere la propria. Dodici le vittime, quarantotto i feriti: l’attentato, di matrice neofascista, è tra i più gravi dell’Italia del Dopoguerra. Tanti (anche se forse non tutti) conoscevano già la generosità di Silver. Oggi, col testo di Francesco Fabiani, si apre uno squarcio privato della sua quotidianità giovanile: la passione per la musica, il talento per le imitazioni, la fatica e i sogni. Una normalità e una voglia di vivere, poi spezzate, che danno ancora più forza a un grido che – nel suo nome – si oppongono a ogni forma di odio e di violenza. Di seguito, ecco lo scritto di Fabiani.

Nei primi anni Settanta, lavoravo come fattorino alla ‘Agenzia del Recapito di Forlì’ che era in corso della Repubblica civico 94, vicino al circolo ‘Mazzini’. Il concessionario era sempre alla ricerca di personale, perché alcuni restavano solo poche settimane. Un pomeriggio come tanti altri arrivò un nuovo ragazzo: dimostrava 20-21 anni. Era grande e grosso come un armadio, con spalle talmente larghe che sembrava un lottatore, aveva il naso, come vedemmo poi nei mesi seguenti, perennemente arrossato come per un eterno raffreddore, occhi piccoli, umidi e arrossati, di chi è abituato a leggere molte ore per notte. Fu presentato ai dipendenti: Silver Sirotti, si chiamava.

Lavoro e umorismo

Poi gli fu spiegato il lavoro che doveva fare e la zona che doveva coprire: viale Bolognesi, viale Spazzoli e tutte le traverse. Il pomeriggio, dopo il rientro dal giro, lo dedicavamo a sistemare la corrispondenza per il giorno seguente, e fu in quei momenti che Sirotti si rivelò essere un tipo allegro, brillante, con una vena di umorismo. Un pomeriggio eravamo particolarmente abbattuti e mosci dopo una giornata di freddo e di pioggia, quando durante una breve pausa, forse per farci mandare via quei musi tristi, Sirotti saltò su in piedi e imitandone la voce fece la parodia di Paolo Panelli e del suo personaggio, allora molto in voga. Cominciò col dire “ragazzi sono il tenente Cecconi del Settimo Cavalleria, ho combattuto contro gli indiani Sioux, poi contro la tribù dei piedi neri, poi contro Due Piedi Bagnati: per tutta l’acqua che hanno preso cavalcando per le praterie di Forlì”. Insomma, fece così bene l’imitazione di Panelli-Cecconi che ci fece sorridere: e il malumore sparì.

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Poi nei giorni seguenti, gli chiedemmo di rifare la caricatura del Cecconi e lui non disse mai di no, anzi: si inventava sempre delle nuove battute. Col tempo cominciammo a chiamarlo col soprannome di ‘Cecconi’, lui non se la prese mai, anzi, sotto sotto, sembrava che gli facesse piacere e così, da quel giorno in poi, fu da noi sempre chiamato e conosciuto col nome di Cecconi.

Il 52esimo anniversario della Strage dell'Italicus

Il 52esimo anniversario della Strage dell’Italicus

Fascismo e Comunismo

Un pomeriggio, io e Mario, un altro ragazzo che lavorava in Agenzia, eravamo impegnati in una discussione sul fascismo. Subito Sirotti si alzò in piedi e fece l’imitazione di Mussolini quando dichiarò la guerra dicendo: “La dichiarazione di guerra alle nazioni plutocratiche è già stata consegnata”. Poi fece un lungo elenco delle Nazioni con le quali eravamo in guerra, lista che non finiva più e anche quella volta ci mise allegria. Ma non tutti i pomeriggi erano per le imitazioni e le parodie. C’erano anche le discussioni di attualità politica: argomento pericoloso perché si rischiava di litigare e qui veniva fuori la sua superiore cultura e intelligenza e in ultimo la sua serietà. Aveva una visione della politica chiara, pulita, lineare. I suoi ragionamenti erano basati su considerazioni semplici, ma logiche, su errori che in politica si erano compiuti in passato e che ora, se si seguiva una certa idea estremistica, si sarebbe continuato a commettere. In quel periodo, si discuteva molto sul compromesso storico proposto da Berlinguer. Argomento che mi trovava molto contrario (allora mi riconoscevo nelle posizioni del ‘Manifesto’). Sirotti controribatteva ai miei argomenti: prima, svolgendo un’attenta analisi alla situazione italiana, poi con l’esempio della politica cilena (sotto il nome di “Unità Popolare”, i comunisti si erano alleati con socialisti e democristiani e nel ‘70 avevano vinto le elezioni presidenziali con Salvador Allende). A questi ragionamenti, non sapevo altro che ribadire il mio sterile estremismo.

I suoi ‘giardini di marzo’

Quando era in giro per le consegne e si sentiva ispirato, fischiava ininterrottamente e aveva un modo di farlo, talmente particolare e caratteristico (con toni alti e bassi, note vibrate), che la gente lo riconosceva già da lontano: anzi, in viale Bolognesi nel 2014 c’era ancora chi si ricordava di lui e del suo fischio. Gli piacevano molto le canzoni di Battisti. Un pomeriggio, arrivò cantando: “Il carretto passava e quell’uomo gridava: ‘Gelati!’”, con voce nasale e storpiando la parola ‘gelati’. Poi con un viso fra il serio e il faceto ci disse: “Ragazzi, io la canzone ‘I giardini di marzo’ non la capisco! Che senso hanno tutte quelle frasi tra di loro, sembrano quasi una accozzaglia di parole appiccicate assieme per rivestire la melodia”. Poi, dopo ulteriori considerazioni, si mise al lavoro sempre canticchiando la canzone di Battisti.

Le prime ‘cotte’

Ma si parlava anche di donne. In via Porta Cotogni, c’era un laboratorio di sartoria con 5 o 6 apprendiste sartine, una di queste si chiamava Franca e piaceva particolarmente a Silver. Per vederla, aveva escogitato questo modo: invece di mettere le lettere nella cassetta della posta, che era sul cancello esterno, entrava nel laboratorio e le appoggiava su un tavolo, dando nel frattempo un rapido sguardo alla ragazza e forse arrossendo un poco. Questa storia continuò per molti mesi, ma non ebbe mai ulteriori sviluppi perché in fondo all’animo era molto timido.

Certi giorni, dopo il lavoro, io e Sirotti andavamo davanti al circolo ‘Mazzini’ per osservare il passeggio delle ragazze sul corso e vi trovavamo altri due amici: Vincenzo, che dava una mano al bar del circolo al pianterreno, e ‘Ricci’ (soprannominato così perché lavorava da Cimbro Ricci, quello che consegnava acqua minerale a domicilio). Un giorno di inizio estate passarono due ragazze con delle minigonne vertiginose. Sono sempre stato un timidone, ma quella volta non so perché, mi scappò una frase. Quelle udirono il complimento, si fermarono, e una rivolta a noi disse: “Volete vedere il sedere? Eccovi serviti!”. E si piegò in avanti. Grande fu il nostro sbigottimento e la nostra confusione: tutti e quattro rimanemmo allibiti e senza parole.

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Anche le domeniche pomeriggio, Sirotti, io e ‘Ricci’ (il barista doveva lavorare) le passavamo insieme. Nessuno di noi aveva la macchina perciò andavamo ai giardini di piazzale della Vittoria, molto frequentati da gruppi di ragazze. Tentavamo anche dei timidi approcci, ma eravamo troppo impacciati e così non concludevamo mai niente. Ci mettevamo a sedere in una panchina davanti alla fontana dei pesci rossi sempre però gettando un’occhiata al passeggio, parlavamo un poco di noi, delle nostre speranze, del nostro futuro. Quei pomeriggi domenicali si risolvevano così: parlando di desideri e di sogni da realizzare.

La svolta del concorso

Con il passare degli anni, il nostro lavoro ci sembrava sempre più umiliante: rientravi bagnato dopo un giorno di pioggia o dopo aver camminato in mezzo alla neve in strade mai pulite, oppure soffrivi la sete e il caldo in giornate di 38° all’ombra. Sentivi il velato disprezzo delle ragazze, la leggera derisione della gente. Certamente era un lavoro senza futuro. Certi che lavoravano già da diversi anni all’agenzia ci dissero della “maledizione del fattorino”, che sarebbe questa: se entro due o tre anni non cambi lavoro, rimani a fare il fattorino per tutta la vita.

Così io e Sirotti decidemmo di partecipare a un concorso nelle ferrovie: lui lo vinse io invece fui bocciato. Poi partecipai a un altro concorso sempre nelle ferrovie, questa volta come manovale, ma fui ancora bocciato. Sirotti dopo pochi mesi dette le dimissioni e così le nostre strade cominciarono a separarsi. Smise di venire anche a giardini. Lo rividi più tardi, che faceva il casellante al passaggio a livello di via Lunga: lo salutai, mi salutò, ma aveva troppo da fare così non mi fermai più di tanto.

La notte più buia

I primi soccorsi  dopo l'attentato al treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, sull'Appennino bolognese il  4 agosto 1974

I primi soccorsi dopo l’attentato al treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, sull’Appennino bolognese il 4 agosto 1974

Poi quella notte di agosto del 1974. Quella galleria tetra e buia. Il giorno dopo arrivò la notizia e poi vennero i giorni della rabbia e della tristezza. Sono passati tanti anni da quella notte, amico ‘Cecconi’. Ora ho la mente confusa, ma un ricordo mi ritorna spesso: quello dei giorni spensierati e felici quando allegro e sorridente cantavi, storpiando un po’ le parole “il carretto passava e quell’uomo gridava: gelati!”.


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