Nel bel mezzo della guerra mondiale del calcio scoppiata nell’ultima settimana, le parole del presidente della federazione della Giordania hanno fatto inaspettatamente discutere. Pochi, tra gli appassionati, conoscono Ali Al-Hussein, principe giordano e fratello di Re Abdullah II, ma si tratta di una figura molto influente e apprezzata nel mondo del calcio internazionale. Per cui, quando martedì 4 agosto ha pubblicamente accusato Gianni Infantino di ricatto, le sue parole hanno avuto una forte eco.
Al-Hussein ha pubblicato un comunicato in cui ha rivelato che, durante lo scorso Mondiale, Infantino gli aveva promesso l’aiuto della FIFA se la Giordania avesse appoggiato la sua rielezione a presidente della FIFA, nelle elezioni del marzo 2027. La Giordania aveva in precedenza chiesto aiuto alla FIFA per una serie di questioni: la mancata concessione del visto per gli Stati Uniti a molti dei suoi tifosi; le tasse esorbitanti che il governo USA ha imposto alla Federazione per ospitarne la delegazione durante il Mondiale (tasse che non sono state richieste alle squadre alloggiate in Canada e Messico); e il mancato pagamento del premio per la Coppa Araba del 2025, in cui la Giordania è arrivata in finale.
Nonostante si trattasse di richieste legittime, Infantino non aveva fatto nulla per risolvere i problemi della Giordania, salvo poi chiederne in cambio il voto. “L’intera situazione equivale a un ricatto e ci rifiutiamo di cedere”, ha commentato Al-Hussein, affermando di non avere mai dato il proprio sostegno a Infantino e di non volerlo fare adesso.
Giordania contro Infantino: un caso politico
La presa di posizione di Al-Hussein è particolarmente significativa in un momento in cui l’Asia ha una posizione molto ambigua nei confronti del presidente della FIFA. La settimana scorsa, la confederazione continentale AFC si era espressa all’unanimità contro il piano di Infantino di cedere delle quote del Mondiale al fondo Thrive Capital, guidato da Joshua Kushner, il fratello del genero di Trump. Ma nei giorni successivi una decina di associazioni nazionali hanno pubblicato lettere di sostegno per la rielezione di Infantino: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bhutan, Sri Lanka, Iraq, Indonesia e altre ancora.
L’opposizione della Giordania è stata la prima pubblica nel mondo asiatico, ma non sorprende. Al-Hussein e Infantino non sembrano avere mai avuto un rapporto idilliaco, sebbene il primo sia anche uno dei vicepresidenti della FIFA. Il dirigente sportivo giordano si era candidato a presidente dell’associazione internazionale del calcio nel 2015 contro Joseph Blatter, ricevendo il 35,4% dei voti, e poi di nuovo un anno dopo, con minore successo, proprio contro Gianni Infantino.
Il ruolo di Trump
Quello di Al-Hussein è però solo uno dei tanti attacchi che sta subendo Infantino in questi giorni. Il presidente della FIFA è stato duramente contestato anche da figure di primo piano della sua organizzazione, come il Chief Operating Officer Kevin Lamour e il segretario generale Mattias Grafström, tenuti all’oscuro del suo controverso progetto. Anche Arsène Wenger, celebre allenatore francese dal 2019 a capo dei progetti di sviluppo della FIFA, ha preso le distanze da Infantino, e l’ex calciatore portoghese Luís Figo ne ha chiesto esplicitamente le dimissioni.
Qui entra in gioco Donald Trump, da tempo amico fraterno del dirigente sportivo svizzero. Infantino vorrebbe che Trump lo sostenesse pubblicamente, facendo pressioni sui governi stranieri per permettergli di mantenere il suo seggio alla FIFA, ma negli ultimi giorni il presidente degli Stati Uniti è stato abbastanza silente sulla vicenda. Addirittura, Trump ha negato di essere mai stato a conoscenza del piano di Infantino, sebbene coinvolgesse direttamente una persona a lui molto vicina come Joshua Kushner.
Il coinvolgimento della Giordania rappresenta un altro problema per Infantino, in questo momento. Trump ha infatti un rapporto molto stretto con Re Abdullah II, e in questi mesi la Giordania ha assunto un ruolo centrale nella guerra contro l’Iran, grazie alle sue basi militari. Nel Paese sono però in crescita le voci critiche verso questo compromesso con gli Stati Uniti, che stanno domandando la fine degli accordi con gli USA, come riportato da Middle East Monitor. Trump ha bisogno del supporto giordano contro l’Iran, e questo rende molto più difficile difendere Infantino dagli attacchi di Al-Hussein.
Non sorprende, allora, la reazione della FIFA ad accuse molto serie come quella di aver ricattato un Paese membro: non è stato fatto neppure un comunicato per smentire queste circostanze. In compenso, Infantino sembra aver cercato a tutti i costi di parlare con il Segretario di Stato Marco Rubio per chiedere il sostegno di Trump, ma senza successo. Lunedì, il New York Post, un giornale molto vicino all’amministrazione Trump, ha svelato che ci sarebbe stata una telefonata tra i due e subito l’assistente di Rubio, Dylan Johnson, lo ha smentito. Nonostante questo, il NYP ha confermato il report del suo giornalista James Franey, e lo stesso hanno fatto altre fonti. “Le persone vicine a Marco Rubio confermano un contatto in corso con Gianni Infantino” ha ribadito il giornalista Ben Jacobs di GiveMeSport.
Si sta dunque facendo strada l’idea che Trump e la sua amministrazione non vogliano essere pubblicamente collegati al lato del presidente della FIFA, in questo delicato momento. Se questo era vero già la scorsa settimana, sembra esserlo ancora di più adesso, dopo l’ingresso della Giordania nella schiera degli oppositori di Infantino.
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Valerio Moggia
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