Il discorso integrale di Zuppi al funerale di Guccini: “Avevi i bagagli pronti da tempo: oggi troverai l’infinito”


Pavana (Pistoia)-Bologna, 8 agosto 2026 – Quello del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, al funerale privato di Francesco Guccini, questa mattina a Pavana, non è stato solo un discorso, ma qualcosa che va oltre le parole, oltre gli spazi e i tempi di questa vita terrena. Perché ogni frase di Zuppi richiama una frase di Francesco, attraverso i testi delle canzoni del Maestrone. Frase dopo frase, il cardinale lascia  un affresco del cantautore attraverso una profonda parafrasi dell’amore e della fede. 

Di seguito il testo integrale del discorso di Zuppi.

“Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo ma, una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto. Tocca a me. Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco: non sappiamo con precisione, (con una certa presunzione ci illudiamo di volere e soprattutto capire tutto) cosa vedi, la pienezza di quella luce che in realtà hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita. Dicevi di te di essere “agnostico possibilista”. In ricerca. Una cosa è certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare l’assenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un po’ più soli. Assenza ma anche presenza. Abbiamo letto tante osservazioni, emozioni, tutte personali e positive, piene di umanità. Avviene sempre così nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano all’interiorità. La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore.

Discrezione e riservatezza

Te ne sei andato nelle “stanche, lunghe e oziose ore di agosto” (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo in due sciocchezze quanto sei commosso e poi, in realtà, facendoci commuovere per come ti racconti. Abbiamo capito anche quello che stava urlando dentro di te per uscire, e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà.

Il pensiero di Guccini

Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio è morto e che l’uomo è solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dell’odio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che è per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi. Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione. Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanità, gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede. La poesia è sempre regalare tutto di sé. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica, “cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia”. Alieno all’esibizione, eppure delicatissimo nel comunicare.

Commozione e ricordi per Francesco, all'uscita della bara un grande applauso (Schicchi)

Commozione e ricordi per Francesco, all’uscita della bara un grande applauso (Schicchi)

Il mistero dell’amore

Parlando e riparlando del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che ha una spiegazione nei nostri legami di amore per cui è sempre vero per tutti che “io non sono quando non ci sei”. È la migliore definizione di Dio, perché Dio si capisce solo nell’amore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia l’universo, perché la domanda della vita è sempre proprio questa. Che l’oggi restasse senza domani o che domani potesse tendere all’infinito? Non si è rassegnato ad essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali. Questa domanda per Francesco, e per tutti, è l’intuizione che è porta apertissima nel cuore: Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto e dove troveremo il per sempre. “E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto” (Vite). In questi termini amavi parlare della tua vita, ma non era retorica, era l’umiltà, contrario dell’hybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e l’arroganza di avere raggiunto traguardi, ma si muove nelle strade della vita al pari di un pellegrino dall’andatura precaria. Ci hai parlato dell’”eterno gocciolare del tempo”, del “rintocco scaglioso dei momenti” (Vite), della “musica dell’oggi che se n’è andato dove è andato l’ieri” e non sapremo mai dove (Un altro giorno è andato). Il tempo è “come quel male a cui non si dà il nome, un’ossessione circolare fra la volontà ed il non potere” (Canzone per Anna). Ti sei domandato – e tutti noi con te – “ma il tempo, il tempo chi me lo rende?” (Lettera) e anche come essere nel tempo, ad esempio quando l’uomo deve imparare a vivere senza ammazzare, amarissima considerazione che ha trovato drammaticamente in questi tempi tante ulteriori domande.

La precarietà della storia

La precarietà della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato, mistero e tormento, come l’orologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive: ogni giorno, dicevi, “son lì ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio male” (Canzone per Piero). L’etica dell’umano, la dignità della politica, allergica ai dogmatismi vuoti, proprio perché etica e con al centro l’umano, per non avere “paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera” (Canzone per Silvia); con il tuo don Chisciotte tu “fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicare”, ci hai costretto a chiederci “dovrei tirarmi indietro perché il Male ed il Potere hanno un aspetto così tetro? Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità e accettare che sia questa la realtà?” per poi invitarci a “sputare il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte”. Non smette di stupirci la vita, com’è fatta e come uno la gestisce, e i mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità. Ora Francesco, come hai detto con parole struggenti a Van Loon – babbo Ferruccio, avrai “tanto tempo per pensare”; avevi “i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente”, troverai un tuo luogo, una tua storia, i tuoi libri, i vecchi amici e, finalmente, l’infinito (Van Loon). Ma non ti mancherà il controcanto ironico che ti è sempre appartenuto e ti permetteva di comunicare leggerezza anche nelle circostanze più buie; e sorriderai ricordando agli amici che ritroverai e ti faranno una gran festa le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e insieme con garbo: “se e quando moriremo, ma la cosa è insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa male”. E che Dio “ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochi” (Gli amici). Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell: sono le voci che hai fatto tue, brusìo e infinita eco di Dio. È la nostra realtà: sospesa tra la notte che sta per finire, vegliare sempre, insistere, ridomandare, senza stancarci. “Ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà: Shomèr ma mi-llailah”.

In continua ricerca

Oggi incontri la risposta, che in realtà era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per l’umanità che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dell’umano, scopre sempre la presenza di Dio. Traina, che so cara a Raffaella, agnostico lascio questa poesia postuma, che è anche una confessione di fede: “Quando starò davanti a te, Signore, se non perdonerai chi non si è unito al coro degli osanna, forse perdonerai chi ha confessato, Signore, di soffrire la tua assenza”. “Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c’è una risposta”, dicevi. “Starem a veddre”.

Mi aiutano queste parole: “Stamane pensavo: il bambino nel ventre della madre sta caldo e probabilmente è felice. Crede che

quel breve spazio tiepido sia un universo, ove nulla gli manchi. Dell’universo che conosciamo noi, che sospetto può avere lui? Nessuno? Ammettendo che ci si possa mettere in comunicazione col bambino che ancora non è nato, che nozioni potremmo dargli di quello che è un libro, una casa? Nemmeno la più piccola. Ci

troviamo nella stessa situazione in rapporto al mondo dell’aldilà che si stende intorno a noi e che non raggiungiamo se non con la morte. In realtà stiamo anche noi dentro una cavità buia ove ci parliamo e noi non nasceremo che gridando, quando morremo. Allora scopriremo un universo d’una bellezza indicibile e passeggeremo liberamente in mezzo agli astri”.

L’intuizione dell’amore

Ecco, la fede dà parole e certezza a quell’intuizione dell’amore, del cuore, tutt’altro che palliativo, per cui “vogliamo ricordarti com’eri. Pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti. Che come allora sorridi”. La risposta è Dio che non solo è dentro di noi ma anche fuori, è un Tu, è l’amore senza il quale non siamo e che oggi nel suo mistero si rivela.

“Tu sei, lo so, ma dove, chi può dirlo? In me ti rassomiglia ciò che vedo…. Lasciamo creder dunque che sei qui. E quando verrà l’ora del timore chiuderà questi miei occhi umani, aprimene, Signore,

altri più grandi per contemplare la tua immensa face e la morte mi sia un più grande nascere”. (Eugenio Montale)

La scomparsa il 6 agosto

Francesco è morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, la gloria di Dio che si rivela nell’umano, nel giorno in cui ricordiamo Hiroshima e chiediamo che quell’orrore faccia scegliere consapevolmente la difesa e non il riamo, il dialogo e non lo

scontro. Perché dobbiamo imparare a vivere senza ammazzare. È anche il giorno della morte di Paolo VI. “Ecco, mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce.

Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata dall’infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così incomplete, così nostalgiche e così chiare ormai per denunciare lì loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. La scena del mondo è un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, di un Dio creatore, che si chiama il Padre Nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre in quest’ultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa è un riverbero, è un riflesso della prima ed unica luce; è una rivelazione naturale di una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva

essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dell’invisibile Sole”. (Paolo VI)

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

“Signore tu sei la vita senza fine nella patria per tutti gli uomini che tu stesso hai preparato. Tu sei la lampada della casa che illumina dolcemente, sei il giorno che non conosce tramonto; tu sei la luminosa stella del mattino. Tu sei la casa di tutti i poveri, gli stanchi e gli affaticati; tu sei il pastore del gregge disperso, che raduni dalla divisione, fonte di misericordia e di pace; tu sei

dolcezza infinita. Tutti coloro che ti appartengono ti seguono là dove tu sei, e tu ci sei per sempre, non vai più via, dirigi in eterno la danza dei tuoi figli sui prati gioiosi”. Chi ti appartiene,

Signore? Chi è stato giusto, chi ha avuto fame e sete della giustizia, chi non ha smesso di cercarti. (Quodvultdeus)

Infine, la benedizione della salma: le lacrime di Raffaella, la moglie di Guccini e l’abbraccio con il cardinale.


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