di Manuel Pirino
Per anni abbiamo raccontato la Sardegna soprattutto attraverso una parola: emigrazione. Generazioni di giovani hanno lasciato l’Isola per studiare, lavorare e costruirsi un futuro altrove. Molti non sono più tornati. E tra questi ci sono migliaia di giovani laureati, professionisti, ricercatori, imprenditori e persone altamente qualificate. Una perdita enorme non soltanto dal punto di vista demografico, ma soprattutto economico, sociale e culturale. Oggi, però, qualcosa sembra muoversi.
Non possiamo ancora parlare di una vera inversione di tendenza, ma i dati più recenti mostrano alcuni segnali che meritano di essere osservati con attenzione. Quanti sardi stanno tornando?
La prima difficoltà è statistica: l’ISTAT non registra una categoria chiamata “sardi rientrati”.
I dati sui trasferimenti di residenza indicano la provenienza e la destinazione delle persone e consentono di distinguere, tra le altre cose, i cittadini italiani dagli stranieri. Non permettono però di stabilire automaticamente se un cittadino italiano che arriva in Sardegna sia un sardo che rientra dopo molti anni oppure una persona che sceglie per la prima volta di trasferirsi nell’Isola. Per questo è necessario distinguere il dato statistico dal concetto di “rientro”. Eppure, proprio attraverso i trasferimenti di residenza, possiamo ricostruire una parte significativa del fenomeno. Nel 2024, 7.516 persone si sono trasferite in Sardegna dall’estero. Di queste, 1.660 erano cittadini italiani, mentre 5.856 erano cittadini stranieri.
Nello stesso anno, però, 4.448 cittadini italiani hanno lasciato la Sardegna per trasferirsi all’estero.
Il saldo della componente italiana con l’estero è quindi ancora negativo: -2.788 persone.
Questo dato è importante perché ci ricorda che non possiamo interpretare automaticamente il saldo migratorio estero positivo della Sardegna come un “ritorno dei sardi”. Una parte consistente di quel saldo è infatti determinata dall’immigrazione straniera.
E dalla penisola? Anche qui il quadro è interessante.
Nel 2024 circa 30.500 persone sono arrivate in Sardegna dalle altre regioni italiane, mentre circa 30.800 hanno lasciato l’Isola per trasferirsi nel resto d’Italia. Il saldo è quindi sostanzialmente in equilibrio, con una lieve perdita di circa 280 residenti. Ma anche in questo caso dobbiamo essere prudenti: tra gli arrivi ci sono certamente persone che rientrano, ma anche lavoratori, pensionati, famiglie e cittadini che scelgono la Sardegna senza avervi precedentemente vissuto. Il punto, quindi, non è soltanto quantificare gli arrivi. È capire chi arriva, perché arriva e soprattutto se rimane. Il vero problema sono le eccellenze. Ed è proprio qui che la questione diventa politicamente e socialmente centrale. La Sardegna non deve preoccuparsi soltanto di quanti abitanti perde. Deve preoccuparsi soprattutto di chi perde.
Il fenomeno della fuga dei giovani laureati continua infatti a essere particolarmente significativo.
Nel 2023 la Sardegna ha registrato un saldo negativo di circa 16,1 giovani laureati ogni mille residenti della fascia 25-39 anni. È un dato migliore rispetto alla media del Mezzogiorno, ma rimane comunque fortemente negativo. Significa che l’Isola continua a perdere una parte significativa delle proprie energie migliori: giovani formati, professionisti, ricercatori, imprenditori e persone che potrebbero contribuire allo sviluppo economico e culturale del territorio. Ed è per questo che parlare di “rientro delle eccellenze” non è uno slogan.
È una necessità strategica.
Il potenziale dei sardi nel mondo è immenso. Al 1° gennaio 2024 risultavano oltre 130.000 sardi iscritti all’AIRE, cioè cittadini ufficialmente residenti all’estero. Non significa, naturalmente, che tutti siano potenziali emigrati di ritorno. Ma rappresenta una comunità enorme, che mantiene legami familiari, culturali e affettivi con l’Isola. Una ricerca presentata nel 2026 sulle politiche di rientro ha inoltre rilevato che il 41% degli emigrati sardi intervistati dichiara l’intenzione di tornare. È un dato sulle intenzioni e non sui rientri effettivamente avvenuti. Ma è comunque un segnale importante. Perché significa che una parte significativa della diaspora sarda non ha reciso il proprio rapporto con la Sardegna. Una legge del 1991 per un mondo che non esiste più. Ed è qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti.
La Sardegna dispone ancora della Legge Regionale n. 7 del 1991, che prevede forme di sostegno per gli emigrati che decidono di rientrare nell’Isola dopo un periodo trascorso fuori. Lo spirito della legge è condivisibile. Gli strumenti, però, appaiono profondamente datati. L’indennità di prima sistemazione arriva al massimo a 516 euro per nucleo familiare. Il contributo per il trasporto di mobili e masserizie copre il 50% delle spese documentate, fino a un massimo di 1.500 euro. Sono inoltre previste forme di rimborso delle spese di viaggio secondo la provenienza e le condizioni previste dalla normativa. Ma possiamo davvero pensare di convincere un ingegnere, un medico, un ricercatore, un manager, un informatico, un imprenditore o un giovane laureato che vive a Londra, Berlino, Parigi, Milano o Amsterdam a tornare in Sardegna offrendo qualche centinaio di euro per il trasloco?
È evidente che non basta. E il problema non è soltanto economico.
Chi torna deve trovare lavoro qualificato, servizi efficienti, infrastrutture, collegamenti, scuole, sanità, opportunità per i propri figli e un ecosistema capace di valorizzare le competenze acquisite all’estero. Non si può chiedere alle nostre eccellenze di tornare per nostalgia. Bisogna offrire loro una ragione concreta per farlo. Una proposta che avevamo già messo nero su bianco. Il tema del rientro delle eccellenze, peraltro, non è soltanto una riflessione teorica. Nel febbraio del 2024, nel cuore della sua campagna elettorale, ebbi l’opportunità di sottoscrivere a Cagliari, con l’allora candidata Presidente della Regione Sardegna Alessandra Todde, un accordo programmatico articolato in dodici punti, uno dei quali riguardava proprio il rientro delle eccellenze sarde. Non si trattava di una dichiarazione di principio. Era una proposta concreta e strutturata. L’idea era quella di costruire un vero programma regionale capace di accompagnare i sardi che, dopo dieci, quindici o vent’anni trascorsi fuori dall’Isola, avessero deciso di tornare.
Il progetto prevedeva un finanziamento fino a 100.000 euro a fondo perduto per la creazione di un’impresa capace di produrre un reale impatto sul territorio, accompagnato da un percorso di tutoraggio e accompagnamento allo sviluppo dell’attività della durata di cinque anni. Ma soprattutto prevedeva qualcosa che spesso viene completamente ignorato quando si parla di rientro: il reinserimento sociale della persona. Perché tornare non significa semplicemente prendere un aereo o un traghetto e cambiare residenza. Chi ha vissuto per dieci o vent’anni a Londra, Milano, Berlino, Parigi o in una delle grandi città europee ha costruito una propria autonomia, una rete sociale, abitudini, relazioni e un’identità professionale. Tornare significa ricominciare. A volte significa tornare a vivere con genitori ormai anziani. Altre volte significa ritrovarsi accanto a familiari che, pur essendo affettivamente vicini, sono diventati quasi estranei nella quotidianità dopo tanti anni di vita lontano da casa.
Per questo avevamo immaginato anche un vero sostegno economico e sociale al reinserimento, finalizzato a garantire autonomia e dignità durante una fase delicatissima della vita. Non assistenzialismo. Autonomia. Non un semplice contributo per pagare un trasloco. Un investimento sulla persona. Non un incentivo una tantum. Un percorso di accompagnamento alla nuova vita e alla nuova attività.
La strategia avrebbe dovuto essere coordinata direttamente sotto la regia della Presidenza della Regione, proprio per garantire un approccio trasversale capace di mettere insieme lavoro, impresa, formazione, welfare, casa e reinserimento sociale. L’entusiasmo che si è perso? Allora l’entusiasmo era alto. C’era la convinzione che finalmente si potesse costruire una politica diversa: non limitarsi a constatare che i sardi emigrano, ma andare a cercarli, ascoltarli e creare le condizioni perché le loro competenze potessero tornare a beneficio dell’Isola. Da allora, però, quel punto dell’accordo non ha ancora avuto un riscontro concreto da parte della Presidente Todde. Ed è forse questo l’aspetto che amareggia maggiormente. Perché dietro una proposta politica non ci sono soltanto numeri, programmi e documenti.
Ci sono persone.
Ci sono uomini e donne che hanno trascorso una parte importante della propria vita lontano dalla Sardegna e che, nonostante tutto, continuano a considerarla casa. Persone che hanno acquisito competenze, costruito carriere, creato imprese, sviluppato relazioni internazionali e che potrebbero restituire all’Isola una parte enorme di ciò che hanno imparato. L’entusiasmo di allora, purtroppo, sembra essersi progressivamente perso. E a farne le spese sono ancora una volta i sardi emigrati. Non basta far tornare i sardi. Bisogna farli restare. Questa è forse la questione più importante. Un giovane può anche decidere di tornare. Ma se dopo due anni non trova un lavoro adeguato alle proprie competenze, se non riesce ad accedere a una casa, se deve affrontare collegamenti insufficienti, servizi pubblici inadeguati e una burocrazia soffocante, probabilmente ripartirà. Per questo il vero obiettivo non dovrebbe essere semplicemente “far tornare i sardi”.
Dovrebbe essere creare le condizioni affinché i sardi vogliano tornare e, soprattutto, possano rimanere.
La Sardegna dovrebbe quindi superare definitivamente la logica assistenziale del semplice contributo al rientro e costruire una vera politica regionale per il ritorno delle competenze. Una politica capace di offrire:
- incentivi per il rientro di giovani laureati e professionisti;
- sostegno alle imprese che assumono persone rientrate dall’estero;
- finanziamenti per chi decide di avviare un’attività imprenditoriale nell’Isola;
- programmi di ricerca e innovazione dedicati ai talenti sardi;
- collaborazione tra università, imprese e diaspora sarda;
- riconoscimento delle competenze professionali acquisite all’estero;
- sostegno concreto alla casa e alla prima sistemazione;
- servizi per le famiglie che rientrano con figli;
- una rete permanente dei sardi altamente qualificati residenti fuori dall’Isola.
Perché il vero capitale della Sardegna non è soltanto il territorio. Sono le persone. E soprattutto quelle persone che, dopo aver studiato e lavorato fuori, hanno acquisito competenze, esperienze e relazioni internazionali che potrebbero essere restituite alla propria terra. Un pezzo di futuro che ritorna a casa.
I dati del 2025 sembrano mostrare alcuni primi segnali positivi, ma sono ancora troppo fragili per parlare di una vera inversione demografica. La sfida, quindi, è trasformare questi segnali in una politica strutturale. Perché ogni giovane laureato che torna non è semplicemente un residente in più. È una competenza che ritorna. È un’impresa che può nascere. È una famiglia che può stabilirsi. È un bambino che può crescere in Sardegna. È una rete internazionale che può essere riportata nell’Isola. È, in definitiva, un pezzo di futuro che ritorna a casa. Ma perché questo accada, la Sardegna deve finalmente decidere se vuole continuare a considerare i propri emigrati soltanto come persone che un giorno sono partite, oppure riconoscerli per quello che realmente sono: una parte del capitale umano dell’Isola.
Dopo averli spinti a partire, non possiamo permetterci di essere incapaci di accoglierli quando decidono di tornare. I sardi emigrati non chiedono privilegi. Chiedono di poter tornare a casa senza dover rinunciare alla propria autonomia, alle proprie competenze e alla propria dignità. E forse è proprio questa la vera sfida della Sardegna dei prossimi anni. Non semplicemente fermare l’emigrazione. Ma trasformare il ritorno in una scelta possibile, dignitosa e conveniente. Perché il ritorno delle nostre eccellenze non dovrebbe essere una concessione della politica. Dovrebbe essere una strategia per il futuro della Sardegna. Altrimenti continueremo ad essere, ancora una volta, figli bastardi di un’Isola bellissima ma matrigna.
(9 agosto 2028)
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