Per anni la parola d’ordine è stata crescita. Oggi, nelle sale dei Consigli di amministrazione, se ne affianca un’altra: gestione del rischio. Tra guerre commerciali, tensioni geopolitiche, cybersecurity, intelligenza artificiale e nuove regole europee, le imprese italiane continuano a investire, ma hanno cambiato approccio. Meno slancio istintivo, più analisi. Meno corsa, più selezione. Non è un ripiegamento. Al contrario. Le aziende che stanno affrontando meglio questa fase sono quelle che hanno imparato a trasformare l’incertezza in metodo, rafforzando governance, processi decisionali e capacità di adattamento. La prudenza, oggi, non è sinonimo di immobilismo: è una strategia competitiva.
A raccontare questa evoluzione sono cinque importanti studi legali. Dalle loro testimonianze emerge il ritratto di un sistema produttivo che continua a cercare opportunità di crescita, ma che sa di dover difendere allo stesso tempo dati, reputazione, capitale umano e asset strategici. In questo scenario, anche il ruolo degli avvocati cambia pelle: non più soltanto chiamati a gestire le criticità, ma sempre più coinvolti nella costruzione delle decisioni che determineranno il futuro delle aziende.
Le voci di questo speciale
L’era del rischio permanente
Wolf Michael Kühne, Country Managing Partner di Dla Piper in Italia, guida l’attività italiana di uno dei maggiori studi legali internazionali, un osservatorio privilegiato da cui vede un mondo imprenditoriale che continua a investire e crescere, ma con un incremento dell’attenzione ai rischi geopolitici, normativi e tecnologici che caratterizzano l’attuale contesto economico
Qual è l’atteggiamento dei grandi gruppi e delle multinazionali?
Il clima prevalente è oggi di prudenza attiva, più che di attesa. Le imprese continuano a investire e a crescere, ma lo fanno in modo selettivo, privilegiando operazioni coerenti con traiettorie strategiche di medio-lungo periodo. In questo senso, la vera cifra del momento è la trasformazione guidata da disciplina: si investe, ma con maggiore attenzione al rischio, alla struttura finanziaria e alla resilienza operativa, in un contesto macro caratterizzato da crescita moderata e volatilità ancora elevata.
E le principali fonti di preoccupazione dei vostri clienti?
Assistiamo a un ampliamento significativo dell’orizzonte del rischio. Accanto alla tradizionale incertezza regolatoria, che in Italia resta rilevante, si sono affermati fattori quali instabilità geopolitica, cybersecurity, vulnerabilità delle supply chain e pressione sul capitale umano. Il rischio non è più percepito come episodico, ma strutturale, e richiede quindi modelli di gestione più sofisticati e integrati. In questo contesto, i temi Esg si stanno evolvendo: da driver reputazionale diffuso a leva più selettiva e connessa alla creazione di valore e alla gestione del rischio.
Nelle operazioni straordinarie, nelle crisi o nei contenziosi, quali nuove priorità vedete emergere nei board aziendali?
In questi ambiti, i board mostrano oggi un orientamento molto più marcato verso anticipazione e controllo del rischio. Nelle operazioni di M&A è crescente l’attenzione per due diligence non solo finanziarie, ma anche regolatorie, tecnologiche e reputazionali, mentre nei contesti di difficoltà si registra un ricorso più tempestivo agli strumenti di ristrutturazione, con un approccio maggiormente orientato al rescue rispetto al passato. Anche nel contenzioso, la prospettiva è sempre meno reattiva e sempre più strategica, in funzione della tutela complessiva del valore aziendale.
Compliance, governance e sostenibilità sono ormai fattori centrali: quanto incidono oggi nelle decisioni aziendali reali?
Hanno assunto un ruolo pienamente strutturale nelle decisioni aziendali. Non si tratta più di ambiti ancillari o di comunicazione, ma di fattori che incidono direttamente su accesso al capitale, valutazioni, operatività lungo la filiera e responsabilità degli amministratori. Al contempo, si osserva un’evoluzione verso modelli più maturi: meno enfasi formale e maggiore integrazione nei processi decisionali e nei sistemi di controllo, con un focus crescente sulla qualità dei presìdi e sull’affidabilità dei dati.
Quali sono, in prospettiva, le competenze legali più richieste dalle imprese?
Guardando avanti, le imprese richiederanno sempre più competenze legali capaci di operare all’intersezione tra diritto, regolazione e tecnologia. In particolare, saranno centrali le aree legate a intelligenza artificiale, data governance, cybersecurity, regolazione dei mercati e delle transazioni internazionali, sostenibilità e gestione delle crisi. In un contesto di grande incertezza, il valore aggiunto del consulente legale consisterà sempre più nella capacità di tradurre complessità normative e geopolitiche in soluzioni operative chiare, tempestive e difendibili.
La resilienza come strategia
Michele Massironi è Partner responsabile del corporate M&A, La Scala. Nel suo ruolo segue operazioni straordinarie e processi di crescita aziendale. La sua fotografia delle imprese italiane è quella di realtà ancora orientate allo sviluppo, ma sempre più attente alla qualità delle informazioni, alla due diligence e alla prevenzione dei rischi
Qual è il clima prevalente?
Il tema non è banale e sta condizionando molto, e più che in passato, le scelte delle aziende. Parlerei di una trasformazione selettiva. L’imprenditore non ha abbandonato il tema della crescita e dell’investimento, ma dalla pandemia ha imparato a essere resiliente. Rispetto alla cybersecurity si parla di resilienza tecnologica. L’impresa deve crescere e creare valore, ma oggi lo fa in modo più prudente e informato.
Quali sono diventate le principali fonti di preoccupazione per i vostri clienti?
La prima fonte di ansia, da anni, riguarda la situazione geopolitica. Non bisogna essere multinazionali per esserne preoccupati. Basta essere esportatori e avere qualche fornitore all’estero per doversi guardare da guerre, sanzioni e dazi. Un’altra fonte di preoccupazione riguarda la cybersecurity: a partire dalla direttiva NIS 2 del 2024 (normativa europea che mira a mettere in sicurezza organizzazioni e aziende di grandi dimensioni, ndr) è diventata un tema non più solo legato all’IT, ma alla governance nel suo complesso. Un’ulteriore questione centrale riguarda gli obiettivi Esg: le imprese hanno capito che non si tratta solo di questioni “cosmetiche”, ma che rappresentano un modo per accedere al credito, migliorare la propria reputazione e garantirsi buoni rapporti con i vari stakeholder.
Nelle operazioni straordinarie, quali nuove necessità vedete affiorare?
La priorità è avere informazioni affidabili, approfondite e verificate, perché in queste operazioni il board deve avere piena consapevolezza della struttura dell’operazione, delle sue implicazioni e dei rischi connessi. Le aziende non vengono valutate soltanto sotto il profilo industriale e imprenditoriale, ma nella loro complessità. La due diligence si è ampliata e affianca alle tradizionali verifiche legali, contabili e fiscali l’analisi di aspetti come cybersecurity, Esg, compliance, sicurezza e supply chain. Anche la presenza sui diversi mercati e l’esposizione ai rischi geopolitici assumono un peso crescente. Parallelamente, nella contrattualistica si presta sempre maggiore attenzione agli eventi straordinari che potrebbero incidere sul valore o sulla convenienza economica delle operazioni. Per questo, aumenta l’importanza delle attività di prevenzione e mitigazione del rischio svolte dagli studi legali.
Che cosa dovranno fare i grandi studi legali per restare competitivi?
La consulenza legale va vista come parte integrante del piano aziendale. Perciò lo studio deve intrecciare più competenze, conoscere il percorso delle aziende in modo approfondito e continuativo, per offrire le soluzioni giuste. Prendiamo il caso della successione: occorre saper valutare le diverse opzioni, presentarle nel modo giusto, considerare gli aspetti legali e umani. Per quanto ci riguarda, diamo grande importanza ai temi di Esg. Siamo il secondo studio d’Italia certificato sulla parità di genere. Puntiamo su trasparenza e chiarezza. Quando un cliente ci dice, quasi stupendosi, che ha capito tutto quello che gli abbiamo detto, anche se molto tecnico, per noi è un gran complimento. Non sostituisce l’onorario, ma è una bella medaglia!
La nuova frontiera del rischio
Monica Riva, Partner di Legance, coordina il dipartimento di proprietà intellettuale. Si occupa di temi legati a innovazione, dati e tutela degli asset immateriali. Il suo punto di vista evidenzia come proprietà intellettuale, cybersecurity e gestione del rischio siano ormai elementi centrali nelle strategie di competitività delle imprese
Qual è oggi il clima prevalente che percepite nelle imprese italiane?
Direi di trasformazione prudente. Le imprese non sono affatto ferme, ma ogni scelta viene valutata con maggiore attenzione rispetto al passato. Investimenti, operazioni straordinarie e progetti di crescita procedono, ma con un focus molto forte su sostenibilità economica, gestione del rischio e protezione del valore.
Negli ultimi anni, quali sono diventate le principali fonti di preoccupazione per i vostri clienti?
Le preoccupazioni principali riguardano l’instabilità normativa, la geopolitica, la cybersecurity, i profili Esg, il rischio reputazionale e la tutela degli asset immateriali. In particolare, proprietà intellettuale, dati, know-how, marchi e brevetti sono sempre più centrali, perché rappresentano una parte decisiva del valore competitivo dell’impresa.
Vedete emergere nuove priorità?
Nei board emerge una maggiore attenzione alla continuità aziendale, alla rapidità decisionale e alla gestione integrata dei rischi. Nelle operazioni straordinarie o nei contenziosi non si guarda più solo all’esito tecnico-giuridico, ma anche agli impatti su governance, rapporti con stakeholder, accesso al credito e tenuta industriale dell’impresa.
Quanto incidono davvero, al di là della comunicazione, compliance, governance e sostenibilità?
Non sono più temi accessori o solo reputazionali: entrano nelle due diligence, nei contratti, nei finanziamenti, nei rapporti di filiera, nei sistemi di controllo interno e nelle responsabilità degli amministratori. La compliance, oggi, è sempre più uno strumento di gestione del rischio e non solo di adempimento formale.
Guardando ai prossimi anni, quali saranno secondo voi le competenze legali più richieste dalle imprese che vogliono restare competitive?
Le imprese avranno bisogno di competenze legali sempre più integrate con il business. Saranno centrali la capacità di leggere il rischio regolatorio, gestire operazioni complesse, proteggere proprietà intellettuale, dati e knowhow, affrontare temi di cybersecurity, AI, Esg e crisi d’impresa. Ma la competenza più richiesta sarà probabilmente la capacità del legale di essere un partner strategico dell’impresa: non sarà chiamato solo a interpretare la norma, ma dovrà aiutare il management a prendere decisioni sostenibili, rapide e difendibili nel tempo.
Prevenire è meglio che curare
Maria Grazia Araldi è fondatrice dello Studio Araldi & Fabbri. Affianca quotidianamente imprenditori e aziende nella gestione delle principali sfide organizzative e societarie. Nella sua esperienza, le imprese cercano oggi stabilità, flessibilità e capacità di adattamento, mentre la consulenza legale assume un ruolo sempre più preventivo e strategico
La consulenza legale sta cambiando?
Si è evoluta profondamente. Non consiste più solo nell’intervenire quando emerge un problema, ma nell’affiancare le imprese in modo continuativo, con un approccio preventivo e strategico. Seguiamo le aziende a 360 gradi, con l’obiettivo di individuare e affrontare i rischi prima che si trasformino in controversie. Per questo lavoriamo a stretto contatto con gli imprenditori, offrendo un supporto costante. All’inizio l’avvocato veniva visto come un chirurgo da chiamare nei momenti critici. Oggi il ruolo si sta trasformando in quello di un medico di base, più orientato alla prevenzione.
Quali esigenze emergono oggi con maggiore frequenza dalle aziende?
Il contesto è in continua evoluzione, perciò cresce l’esigenza di stabilità. Bisogna prendere decisioni rapide, in un quadro che muta di continuo. E queste decisioni devono essere prese senza perdere l’equilibrio interno.
In che modo affiancate le aziende per attirare e trattenere i talenti migliori?
Non basta più lavorare sugli aspetti economici del rapporto di lavoro, che restano comunque importanti. Cresce l’attenzione verso l’equilibrio tra vita professionale e vita privata, la flessibilità organizzativa, la gestione del tempo e lo smartworking. Per attrarre e trattenere persone di valore è fondamentale consentire loro di conciliare al meglio gli impegni lavorativi e familiari. Il nostro compito è ascoltare le esigenze di entrambe le parti, individuare soluzioni su misura e occuparci dei relativi contratti.
Che fase vivono le pmi?
Io parlerei di dinamismo prudente o di realismo pragmatico. Tra crescita e difesa, si muovono in un’ottica di trasformazione. Non stanno ferme ad aspettare gli eventi, ma neanche agiscono d’impulso. Molti imprenditori continuano a investire, anche se con un approccio selettivo. La difesa non basta più. Oggi serve un’organizzazione interna che sia agile e flessibile. Bisogna gestire il cambiamento, sapersi adattare, controllare i costi e puntare su relazioni umane sane.
Come aiutate a gestire il passaggio generazionale?
L’aspetto umano è importante quanto quello tecnico. Non si tratta solo di trasferire quote o ridefinire gli assetti societari, ma di favorire il dialogo tra generazioni diverse, valorizzando le competenze e prevenendo conflitti o perdite di figure chiave. Il ruolo dell’avvocato è offrire uno sguardo indipendente, fare chiarezza e accompagnare la famiglia nelle scelte, gestendo gli aspetti societari e successori. L’obiettivo è costruire un percorso di medio-lungo periodo che garantisca continuità all’impresa, eviti tensioni e prevenga contenziosi.
Rispetto ai grandi studi internazionali, quale valore distintivo può offrire una struttura più agile?
La sartorialità. I grandi studi sono macchine straordinarie in grado di gestire grandi operazioni. Noi offriamo il rapporto diretto e costante. Il nostro valore aggiunto sta nella velocità della risposta, nella visione d’insieme, nell’ascolto attento, nella fiducia e nell’empatia.
Prudenza senza immobilismo
Vittorio De Luca è Managing Partner di De Luca & Partners. Specializzato in diritto del lavoro e relazioni industriali, osserva quotidianamente le esigenze organizzative delle imprese italiane. Dalla trasparenza retributiva all’intelligenza artificiale, racconta un tessuto produttivo prudente ma tutt’altro che immobile, impegnato a ripensare processi, competenze e modelli di gestione
Quali sono le principali priorità che intercettate?
Le aziende stanno affrontando una fase di cambiamento molto rapida. Uno dei temi più sentiti riguarda la trasparenza retributiva: molte imprese si stanno rendendo conto che sarà necessario rivedere politiche salariali, ruoli e criteri di attribuzione delle responsabilità. Allo stesso tempo, l’ingresso dell’AI e delle nuove tecnologie nei processi aziendali impone continue riflessioni sull’organizzazione del lavoro. Il tema non è tanto se utilizzare questi strumenti, ma come integrarli senza creare squilibri all’interno dell’azienda.
Le pmi italiane vivono una fase di crescita, difesa o incertezza?
L’impressione è quella di un contesto eterogeneo, in cui convivono dinamiche di crescita in alcuni settori e realtà, accanto a situazioni di difesa o incertezza in altri. Nel complesso, molte pmi italiane dimostrano una buona capacità di adattamento, anche in un contesto economico e internazionale instabile. Confrontandoci con colleghi di altre giurisdizioni, abbiamo la sensazione che il nostro tessuto imprenditoriale stia reggendo meglio rispetto ad altri Paesi. Di sicuro, c’è prudenza, ma non vediamo immobilismo.
Quali richieste sono aumentate maggiormente?
Soprattutto quelle legate alla compliance, alla gestione del rischio e ai processi di riorganizzazione aziendale. Le imprese chiedono sempre più spesso supporto su temi come trasparenza retributiva, organizzazione del lavoro, procedure interne e sistemi di incentivazione del management. Molte aziende sono poi impegnate ad adeguare la propria struttura a mercati e modelli produttivi che cambiano rapidamente. In questo contesto, il tema del lavoro diventa centrale, perché ogni trasformazione organizzativa ha un impatto sulle persone e sulla gestione delle risorse interne.
Rispetto ai grandi studi internazionali, quale valore distintivo può offrire una struttura più focalizzata?
Maggiore vicinanza al cliente, tempi di risposta più rapidi e una consulenza più concreta e business–oriented. Uno studio boutique come il nostro offre un livello di competenza e di attenzione difficilmente replicabile in strutture multipractice. La nostra realtà, da 50 anni, si occupa solo di diritto del lavoro e relazioni industriali. Questo ci consente di affiancare le aziende con un approccio focalizzato, pragmatico e aderente alle dinamiche dell’organizzazione aziendale. Per molte imprese è importante avere interlocutori che conoscano bene anche il contesto aziendale e le dinamiche operative interne. Ciò permette di dare risposte rapide e concrete. Nella nostra esperienza, le imprese apprezzano la possibilità di confrontarsi direttamente con professionisti che seguono la pratica in modo continuativo. Chi si rivolge a noi, infatti, considera le risorse umane un elemento centrale del business e ricerca professionisti con una conoscenza approfondita e specialistica della materia.
Quali cambiamenti stanno ridefinendo il rapporto tra impresa e consulenza legale?
Il ricorso all’assistenza legale non è più limitato alla gestione di contenziosi o situazioni patologiche, ma si estende alla fase fisiologica di strutturazione dei processi organizzativi e delle decisioni aziendali. Il rapporto tra impresa e legale è molto più integrato nella gestione ordinaria dell’azienda.
Questo articolo è stato pubblicato su Business People di luglio-agosto 2026, scarica il numero o abbonati qui
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Lucia Ingrosso
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