Nata in Italia all’inizio degli anni Novanta, su iniziativa del Movimento per la vita, da allora la rete delle Culle per la vita si è estesa, e oggi conta decine e decine di culle attive, spesso collegate ad ospedali, strutture religiose o associazioni di volontariato che garantiscono l’anonimato delle madri e la sicurezza dei neonati
L’allarme alle 11 di sera. Le suore Minime di Santa Clelia Barbieri di Bologna sono accorse subito a vedere cosa fosse successo nella Culla per la vita posta fuori dal loro convento. L’hanno trovata e subito hanno chiamato i soccorsi, ma non prima di averle dato un nome pieno di speranza e di luce: Maria Stella.
La neonata di Bologna è solo l’ultimo dei casi segnalati dalle pagine di cronaca. “Non disponiamo di dati nazionali completi e ufficiali che consentano di dire quanti neonati vengano accolti ogni anno nelle Culle per la vita; non esiste un censimento nazionale ufficiale e aggiornato. Si tratta di episodi relativamente rari e, proprio per la loro eccezionalità, ogni caso richiama l’attenzione dell’opinione pubblica – spiega Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita Italiano e della Federazione europea ‘One of Us’ –. Di certo il fenomeno non è nuovo. Le culle per la vita sono la reinterpretazione tecnologica di un’istituzione storica molto antica, si pensi alle ruote degli esposti o degli innocenti. Rappresentano un’estrema misura di tutela dell’infanzia contro l’abbandono in luoghi rischiosi, ma anche contro l’abbandono degli abbandoni che è l’aborto”.
Nate in Italia all’inizio degli anni Novanta, su iniziativa proprio del Movimento per la Vita, da allora la rete si è estesa, e oggi si contano decine e decine di culle attive, spesso collegate ad ospedali, strutture religiose o associazioni di volontariato. “Le Culle per la vita sono strutture d’accoglienza protette e ad altissima tecnologia, ideate per permettere alle madri che si trovano in condizioni di sofferenza, fragilità o difficoltà, di lasciare – in totale anonimato e in condizioni di massima sicurezza – il figlioletto appena venuto alla luce – continua Casini –.
Il loro scopo è evitare gesti disperati di rifiuto che vanno dall’aborto alla soppressione o all’abbandono sulla strada, nei cassonetti o in altri loghi pericolosi del figlio appena nato e offrire al neonato una prospettiva di vita e di futuro, nel rispetto della madre e della sua sofferenza. Deporre un neonato nella culla non è un atto di abbandono, ma di affidamento. La differenza è fondamentale; le logiche opposte. La maternità non è negata, ma riconosciuta. Il bambino non è rifiutato, ma affidato. Sono segni concreti di una società che non si gira dall’altra parte, che tende le braccia anche quando le circostanze sono difficili e i vissuti tormentati”.
Accesso discreto, apertura automatica, posa e comfort termico, chiusura e sicurezza, sistema di allarme, presa in carico medico-sanitaria. In questo modo le mamme in difficoltà possono trovare la certezza che il loro figlio, una volta entrato nella culla avrà la speranza di poter avere una vita che loro non si sentono in grado di poter offrire.
“La culla si trova all’esterno di una struttura, spesso in un punto protetto e non direttamente esposto al passaggio o alle telecamere della viabilità; tramite la pressione di un pulsante o un sensore, si apre una serranda o una finestra basculante; il neonato viene adagiato all’interno di una culla termica, costantemente riscaldata e monitorata nella temperatura e nella qualità dell’aria; una volta posato il piccolo, lo sportello si chiude automaticamente e si blocca dall’esterno per impedire che terzi possano prelevare il bambino. Per permettere alla persona di allontanarsi nel pieno anonimato e senza panico, la segnalazione sonora/visiva al personale medico si attiva con un breve ritardo programmato, rispetto alla posa del neonato; il personale sanitario o d’emergenza interviene immediatamente per prelevare il bambino direttamente dall’interno dell’edificio, avviando i controlli pediatrici e le pratiche di affido/adozione”, spiega Casini.
Punto chiave è l’anonimato. Eppure, la legge italiana prevede anche altre specifiche misure per tutelare le madri in difficoltà: “il parto in anonimato è un diritto fondamentale garantito dall’ordinamento italiano, pensato per tutelare sia la vita e la salute della donna, che quella del neonato. Permette alla madre di partorire in una struttura sanitaria pubblica nella massima sicurezza, riservatezza e assistenza medica, senza l’obbligo di riconoscere il bambino. La donna che desidera avvalersi di questo diritto può recarsi in qualsiasi ospedale dotato di reparto di ostetricia e ginecologia. Al momento del ricovero, la donna dichiara di non voler essere nominata. La cartella clinica viene compilata sostituendo i dati anagrafici della madre con la dicitura “donna che non consente di essere nominata”. Il personale sanitario e amministrativo dell’ospedale è strettamente tenuto al segreto professionale e d’ufficio. I dati d’identità della madre non compaiono nell’atto di nascita né in altre attestazioni pubbliche”, continua la presidente del Movimento per la vita.
Grazie a questa legge si garantisce assistenza medica qualificata durante il travaglio, il parto e il puerperio, prevenendo i rischi del parto in solitudine o in condizioni igienico-sanitarie precarie. “La madre ha 60 giorni di tempo dalla nascita per effettuare il riconoscimento del bambino. Se entro questo termine la donna decide di riconoscere il figlio, la procedura d’adozione si interrompe”.
Nonostante le numerose tutele per le madri e i figli, in Italia c’è ancora tanta strada da percorrere. Come spiega Caisni, “occorre poi una semplificazione burocratica, perché spesso le tutele sociali ed economiche esistono sulla carta, ma ottenerle comporta iter lunghi e complessi. In una fase delicata come la gravidanza, il tempo è un fattore critico: se gli aiuti arrivano in ritardo, l’incertezza prende il sopravvento e può farsi avanti la tentazione dell’aborto. Fondamentale è anche far sapere che esistono i Centri di aiuto alla Vita, le Case di accoglienza, SOS Vita e Progetto Gemma che in maniera concreta, non giudicante, mettono in pratica il programma secondo cui le difficoltà non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà”.
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