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di Massimo Mastruzzo*


C’è un titolo che dovrebbe far riflettere molto più di quanto non abbia fatto finora: «Università, saccheggio del Nord: lì vanno 9,4 miliardi di fondi. Accademici in rivolta». Non lo ha scritto un movimento meridionalista. Lo ha scritto Il Messaggero.
E oggi, alla luce dei dati contenuti nel Rapporto 2026 dell’ANVUR, quella provocazione giornalistica merita di essere analizzata con attenzione.

Perché la questione non è sostenere solo che al Sud non arrivino risorse. Sarebbe limitativo. La questione è molto più seria: quando lo Stato aumenta le risorse destinate all’università, come vengono distribuite? E quali effetti producono, nel tempo, i criteri scelti? La risposta che emerge dai dati è difficile da ignorare: il sistema universitario italiano sta diventando sempre più territoriale, ma non nel senso della coesione. Il baricentro delle risorse e delle opportunità tende a spostarsi verso le aree già più forti.

I 9,4 miliardi e il primo dato da non manipolare

Il Fondo di finanziamento ordinario delle università statali (FFO) nel 2025 ha raggiunto 9,368 miliardi di euro, con un aumento nominale del 27,6% rispetto al 2018. Tuttavia, tenendo conto dell’inflazione, la crescita reale nello stesso periodo scende al 7,3%. Il Ministero dell’Università e della Ricerca aveva annunciato per il 2025 un FFO complessivo di 9,4 miliardi, in aumento di 336 milioni rispetto all’anno precedente. La prima ripartizione, tuttavia, riguardava 8,3 miliardi, mentre gli ulteriori 1,1 miliardi sarebbero stati distribuiti successivamente.
Dunque non basta dire che tutti i 9,4 miliardi siano stati assegnati alle università del Nord.

Fermarsi qui significa vedere solo una parte del problema.
Perché il dato davvero significativo non è soltanto quanto cresce il fondo. È chi beneficia maggiormente della crescita e come cambia, nel tempo, il peso dei diversi territori.

Il dato che dovrebbe far scattare l’allarme

L’ANVUR, nel suo Rapporto 2026, parla esplicitamente di una “distribuzione geografica del FFO” caratterizzata da un effetto divergente. Tra il 2018 e il 2025, l’incremento delle risorse è stato del:

  • 33,4% nel Nord-Ovest;
  • 32,2% nel Nord-Est;
  • appena 15,9% nelle Isole.

Una rielaborazione dei dati del rapporto evidenzia inoltre un altro elemento: tra il 2018 e il 2025 il peso del Mezzogiorno nel riparto del FFO è sceso dal 32,2% al 30,8%, mentre gli atenei del Nord hanno visto crescere le risorse di circa il 33%, contro circa il 21% nel resto del Paese. Ecco il punto. Il Sud non viene cancellato dal finanziamento universitario. Il Sud perde peso all’interno del finanziamento universitario nazionale. Ed è una differenza enorme.
Perché significa che mentre il sistema nel suo complesso cresce, una parte del Mezzogiorno cresce più lentamente.
In una competizione nella quale le risorse aggiuntive sono fondamentali per assumere ricercatori, costruire laboratori, finanziare ricerca, migliorare i servizi e attrarre studenti, crescere meno significa progressivamente arretrare rispetto a chi cresce di più.

La matematica può trasformarsi in geografia

Qui entra in gioco il meccanismo del FFO. Il decreto MUR n. 595 del 7 agosto 2025 articola il finanziamento in diverse componenti, tra cui quota base, quota premiale, interventi perequativi e interventi finalizzati.
La quota premiale, in particolare, utilizza criteri collegati alla qualità della ricerca, alle politiche di reclutamento e alla qualità del sistema universitario. Sono criteri legittimi.
Ma dobbiamo porci una domanda: quanto sono davvero neutrali quando vengono applicati a territori che partono da condizioni strutturalmente diverse?

Un grande ateneo collocato in un territorio caratterizzato da una forte presenza industriale, infrastrutture avanzate, elevata capacità di attrarre investimenti privati, maggiore disponibilità di capitale umano e una consistente domanda di alta formazione dispone di un ecosistema che facilita la produzione degli stessi indicatori sui quali verranno poi distribuite ulteriori risorse.
È un circuito potenzialmente cumulativo: massa critica → più ricerca → più finanziamenti competitivi → più ricercatori → maggiore attrattività → più studenti → maggiore massa critica.

Ma esiste anche il circuito opposto: meno studenti → minore massa critica → minore capacità di investimento → minore attrattività → fuga di studenti e ricercatori → ancora meno studenti.
Non occorre immaginare un complotto. È sufficiente osservare il funzionamento di un sistema nel quale i risultati passati contribuiscono a determinare le risorse future.

E gli studenti stanno già seguendo questa geografia

Il Rapporto ANVUR 2026 fornisce un altro dato decisivo.
Nel Nord, l’80% degli atenei registra un aumento delle iscrizioni. Nel Mezzogiorno, invece, quasi un ateneo su due — il 48% — registra una contrazione delle iscrizioni. Non è tutto. Nel Mezzogiorno, quasi uno studente magistrale su due studia lontano dalla propria area di residenza, mentre nel Centro-Nord i tassi di permanenza superano il 70%. L’ANVUR rileva quindi flussi di mobilità in uscita particolarmente intensi dalle regioni meridionali. Questa non è soltanto una statistica universitaria. È una statistica sul futuro del Paese. Perché quando un giovane meridionale si trasferisce al Nord per studiare, non si trasferisce soltanto lui. Si spostano risorse familiari, consumi, competenze e, spesso, il futuro professionale di quella persona. E quando quel giovane, dopo la laurea, rimane nel territorio nel quale ha studiato, il Mezzogiorno perde anche una parte del capitale umano che avrebbe potuto contribuire alla sua crescita.

Il vero “saccheggio” non è quello di un singolo bilancio

Per questo il titolo del Messaggero può essere letto anche in un’altra maniera. Il problema non è immaginare che qualcuno abbia preso una valigia contenente 9,4 miliardi e l’abbia portata da Roma a Milano. Il problema è un processo cumulativo.
Se un territorio perde studenti, perde popolazione qualificata. Se perde popolazione qualificata, perde attrattività. Se perde attrattività, diventa più difficile attrarre investimenti e ricercatori. Se dispone di meno massa critica, diventa più difficile competere per i finanziamenti. Se riceve meno risorse aggiuntive, diventa ancora più difficile recuperare il terreno. E il ciclo ricomincia. Questa è la vera questione politica.

Il merito non può diventare una fotografia delle disuguaglianze

Qualcuno obietterà: “Ma allora volete finanziare le università del Sud anche se ottengono risultati peggiori?”. No. È un falso problema. Il merito va premiato. Ma una politica pubblica seria deve distinguere tra premiare il merito e cristallizzare le condizioni di partenza. Se due università vengono valutate attraverso gli stessi indicatori, ma una opera in un ecosistema molto più favorevole alla ricerca, all’innovazione e all’attrazione degli studenti, la neutralità formale del criterio non garantisce automaticamente neutralità sostanziale. È come organizzare una gara con lo stesso regolamento per tutti quando alcuni concorrenti partono già molto più avanti.

Il regolamento può essere uguale. La gara no. Questo non significa chiedere assistenzialismo. Significa chiedere politiche di riequilibrio.

Che cosa dovrebbe fare lo Stato

Se l’università è davvero una infrastruttura strategica nazionale, il finanziamento pubblico non può limitarsi a seguire la geografia delle performance già consolidate. Deve anche contribuire a modificarla. Servono quindi:

  1. Un vero criterio di compensazione territoriale.
    Gli indicatori di performance devono essere affiancati da parametri che tengano conto delle condizioni socio-economiche e demografiche dei territori.
  2. Investimenti straordinari nel Mezzogiorno.
    Laboratori, infrastrutture scientifiche e digitali, residenze universitarie, biblioteche e servizi devono diventare strumenti di riequilibrio nazionale.
  3. Politiche per trattenere docenti e ricercatori.
    Non basta formare capitale umano se poi non siamo capaci di offrirgli condizioni per rimanere.
  4. Incentivi alla mobilità verso il Sud.
    Il reclutamento di ricercatori e docenti nelle sedi meridionali dovrebbe essere accompagnato da strumenti capaci di rendere quelle sedi realmente competitive.
  5. Una valutazione dell’impatto territoriale.
    Un’università non produce soltanto articoli scientifici e laureati. Produce occupazione, innovazione, servizi, capitale sociale e sviluppo locale. Anche questo valore deve entrare nella valutazione delle politiche pubbliche.
  6. Un monitoraggio pubblico del divario.
    Ogni anno il Ministero dovrebbe rendere immediatamente leggibile quanto FFO viene destinato alle diverse aree del Paese, quanto cresce ciascuna area e quale sia l’effetto cumulativo delle diverse componenti del finanziamento.

Lo Stato deve chiedersi se la propria politica universitaria stia aumentando la competitività dell’Italia oppure stia semplicemente concentrando sempre più opportunità nelle aree che già possiedono maggiore competitività. Una politica nazionale dovrebbe avere l’ambizione di fare crescere anche ciò che oggi è più debole, altrimenti il rischio è quello di confondere l’efficienza con la concentrazione. E di chiamare “merito” ciò che, almeno in parte, è anche il risultato di condizioni territoriali favorevoli.

La vera partita è quella dell’Italia di domani

L’Italia non può permettersi due sistemi universitari che viaggiano a velocità differenti. Non può permettersi che il Nord attragga una quota crescente di studenti, ricercatori e risorse mentre il Mezzogiorno perde progressivamente peso. Non può permettersi che una parte del Paese diventi sempre più capace di attrarre capitale umano mentre l’altra diventa sempre più capace di esportarlo. Perché a quel punto il problema non sarà più soltanto universitario. Sarà economico, demografico, sociale e nazionale. La Costituzione non chiede allo Stato di garantire che tutti i territori producano gli stessi risultati.
Gli chiede qualcosa di più ambizioso: rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona. E il luogo nel quale una persona nasce non può diventare una variabile determinante delle sue possibilità di accedere a una formazione universitaria di qualità.

E allora torniamo al Piave

Il titolo del Messaggero ha avuto il merito, forse involontariamente, di rompere un tabù. Ha chiamato “saccheggio” quello che altri preferiscono descrivere con formule tecniche, percentuali e coefficienti. Noi non abbiamo bisogno di estremizzare i numeri.
Ci bastano quelli ufficiali:

  • 9,368 miliardi di FFO nel 2025.
  • +27,6% dal 2018, ma solo +7,3% in termini reali.
  • +33,4% nel Nord-Ovest e +32,2% nel Nord-Est.
  • +15,9% nelle Isole.
  • 48% degli atenei meridionali con iscrizioni in calo.

Quasi uno studente magistrale meridionale su due costretto a studiare lontano dalla propria area di residenza. Non sono slogan. Sono numeri. E i numeri raccontano una tendenza: il sistema universitario italiano sta crescendo, ma non sta crescendo nello stesso modo dappertutto. È questo che dobbiamo fermare. Chiediamo che una parte maggiore della politica universitaria nazionale sia orientata a rafforzare chi è più debole, anziché limitarsi a premiare chi è già più forte. Perché se continuiamo così, il rischio non è soltanto che il Mezzogiorno abbia università meno finanziate. Il rischio è che abbia meno studenti, meno ricercatori, meno innovazione, meno imprese e meno futuro.

E allora la domanda finale diventa inevitabile.

Abbiamo combattuto per costruire una nazione unita. Abbiamo difeso il Piave. Abbiamo pagato un prezzo enorme per fare dell’Italia un unico Paese. Ma se oggi accettiamo che la geografia della nascita determini sempre più la geografia delle opportunità, dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda scomoda: aver difeso il Piave ci è forse costato l’intracolonialità?

* Direttivo nazionale MET
 Movimento Equità Territoriale

 

 

(12 agosto 2026)

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