Ci sono domande alle quali il diritto è chiamato a rispondere ciclicamente, ogni volta che una nuova tecnologia entra nella vita quotidiana. Chi risponde dell’errore? Su chi ricade la responsabilità quando una decisione viene influenzata da uno strumento tecnologico? È accaduto con i software gestionali, con i dispositivi medici, con i veicoli a guida assistita e oggi accade inevitabilmente anche con l’intelligenza artificiale.
La questione, almeno per quanto riguarda le professioni intellettuali, viene spesso posta nei termini sbagliati. Si chiede, ad esempio, se un avvocato possa essere ritenuto responsabile per un errore commesso dall’intelligenza artificiale, quasi come se quest’ultima fosse un soggetto autonomo capace di assumersi una parte del rischio professionale.
La risposta, almeno allo stato attuale del diritto, è molto meno rivoluzionaria di quanto si possa immaginare.
L’intelligenza artificiale non esercita professioni, non assume incarichi, non sottoscrive pareri, non rappresenta clienti davanti a un giudice e, soprattutto, non risponde delle conseguenze delle proprie elaborazioni.
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1. Chi continua a farlo è il professionista


Può sembrare una conclusione quasi banale. Eppure, è proprio questa apparente ovvietà che rischia di essere offuscata dall’entusiasmo con cui molti stanno adottando gli strumenti di AI generativa. La straordinaria qualità dei testi prodotti induce facilmente a dimenticare che si tratta pur sempre di elaborazioni statistiche, prive di consapevolezza giuridica, di capacità critica e di quel senso di responsabilità che costituisce il fondamento stesso delle professioni ordinistiche.
In altre parole, l’intelligenza artificiale può assistere il professionista, ma non può sostituirne il giudizio. In merito, abbiamo pubblicato il volume Intelligenza artificiale generativa per professionisti – Dal legal prompting al workflow: metodo, tecniche e strumenti, disponibile su Shop Maggioli e su Amazon.

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2. Il falso problema dell’errore dell’intelligenza artificiale


A ben vedere, parlare di “errore dell’intelligenza artificiale” è persino fuorviante.
L’algoritmo non sbaglia nel senso in cui può sbagliare una persona. Non interpreta una norma, non sceglie consapevolmente una strategia difensiva e non valuta gli interessi contrapposti di un cliente. Produce una risposta sulla base delle informazioni ricevute e delle probabilità statistiche apprese durante il proprio addestramento.
Quando il risultato contiene un riferimento normativo inesatto, richiama una sentenza inesistente o propone una soluzione giuridicamente infondata, non siamo di fronte a un errore professionale dell’algoritmo. Siamo di fronte a un output che il professionista ha il dovere di verificare prima di utilizzarlo.
Ed è proprio qui che il diritto ritrova una categoria ben nota: quella della diligenza professionale.

3. La diligenza professionale non cambia, cambia il modo in cui si esercita


Affermare che il professionista continui a rispondere del proprio operato anche quando utilizza un sistema di intelligenza artificiale potrebbe apparire un’ovvietà. In realtà è proprio questo il principio destinato a essere messo maggiormente alla prova nei prossimi anni.
Ogni innovazione tecnologica modifica, infatti, il modo in cui una prestazione professionale viene eseguita, ma non elimina il dovere di diligenza che continua a gravare su chi quella prestazione è chiamato a svolgere.
L’avvocato che utilizza una banca dati giuridica è tenuto a verificare la correttezza delle fonti consultate. Il commercialista che si avvale di un software gestionale deve controllare la correttezza delle elaborazioni fiscali. Il medico che utilizza apparecchiature diagnostiche non può limitarsi a riportarne automaticamente il risultato senza valutarlo criticamente.
Non si vede per quale ragione dovrebbe valere un principio diverso quando lo strumento utilizzato è un sistema di intelligenza artificiale generativa.
Ciò che cambia non è dunque il contenuto dell’obbligazione professionale, bensì il contesto nel quale essa viene eseguita.

4. Il rischio non è l’errore della macchina, ma l’eccesso di fiducia dell’uomo


Quando si parla di intelligenza artificiale l’attenzione si concentra quasi sempre sulle cosiddette allucinazioni del modello, cioè sulla possibilità che il sistema produca informazioni inesatte, citi norme inesistenti o inventi precedenti giurisprudenziali.
Il fenomeno esiste ed è ormai ampiamente documentato.
Esiste però un rischio ancora più insidioso, perché non riguarda la macchina ma il professionista.
L’elevata qualità formale dei testi prodotti dall’intelligenza artificiale induce infatti un naturale effetto di affidamento. Una risposta ben scritta, coerente e apparentemente argomentata tende a essere percepita come attendibile anche quando contiene errori sostanziali. È un meccanismo psicologico noto, che porta ad attribuire maggiore credibilità a un’informazione presentata con sicurezza e autorevolezza.
Il problema, allora, non consiste tanto nella possibilità che l’intelligenza artificiale sbagli. Nessuno strumento è infallibile. Il vero rischio nasce quando il professionista smette di esercitare quel controllo critico che costituisce il cuore stesso della propria attività.
È in quel momento che la tecnologia smette di essere uno strumento di supporto e diventa, inconsapevolmente, un sostituto del ragionamento.

5. Delegare un’attività non significa delegare la responsabilità


Ogni professionista delega quotidianamente una parte del proprio lavoro.
Un praticante può predisporre una prima bozza di un atto. Un collaboratore può effettuare una ricerca giurisprudenziale. Un consulente tecnico può fornire valutazioni specialistiche. Un software può elaborare migliaia di dati in pochi secondi.
Nessuna di queste deleghe, tuttavia, trasferisce automaticamente la responsabilità della decisione finale.
L’avvocato continua a sottoscrivere l’atto. Il commercialista continua ad assumersi la responsabilità della dichiarazione fiscale. Il medico continua a formulare la diagnosi.
L’intelligenza artificiale non introduce una logica diversa. Introduce semplicemente un nuovo soggetto o, più correttamente, un nuovo strumento a cui possono essere affidate alcune attività preparatorie.
La responsabilità della valutazione finale resta però integralmente umana.

6. La vera sfida riguarda il giudizio, non la scrittura


Esiste un equivoco di fondo nel modo in cui viene raccontata l’intelligenza artificiale.
Si discute continuamente della sua capacità di scrivere testi, redigere contratti, sintetizzare documenti o produrre pareri.
Sono attività importanti, ma non costituiscono il nucleo essenziale delle professioni intellettuali.
Il valore di un avvocato non risiede nella capacità materiale di scrivere una memoria difensiva, così come il valore di un medico non consiste nel compilare una cartella clinica o quello di un commercialista nel riempire una dichiarazione dei redditi.
Ciò che distingue un professionista è la capacità di interpretare una situazione concreta, valutare interessi contrapposti, assumere decisioni e risponderne personalmente.
Ed è proprio questo spazio di giudizio che, almeno allo stato attuale della tecnologia, l’intelligenza artificiale non è in grado di occupare.
Può assistere il professionista nel raccogliere informazioni, organizzare dati e prospettare soluzioni alternative. Non può, invece, assumersi il peso della decisione.
Perché ogni decisione professionale implica qualcosa che nessun algoritmo possiede: la responsabilità.

7. Conclusioni


Sarebbe rassicurante immaginare che il problema della responsabilità professionale possa essere risolto individuando, prima o poi, un responsabile alternativo al professionista. L’intelligenza artificiale ha sbagliato? Risponderà l’intelligenza artificiale. Il software ha prodotto un’informazione inesatta? Sarà il produttore del software a farsene carico.
È una prospettiva comprensibile, ma profondamente fuorviante.
Le professioni intellettuali non si fondano soltanto sulla capacità di produrre un risultato, bensì sull’assunzione personale della responsabilità che accompagna quel risultato. Il cliente non si rivolge a un avvocato perché sa utilizzare una banca dati, un software gestionale o un sistema di intelligenza artificiale. Si rivolge a lui perché qualcuno deve interpretare il caso concreto, assumere una decisione, valutarne i rischi e risponderne.
È questa la prestazione professionale.
L’intelligenza artificiale può certamente contribuire a renderla più efficiente. Può ridurre i tempi di ricerca, aiutare nella redazione di una bozza, suggerire argomentazioni che meritano di essere approfondite e persino evidenziare profili che il professionista potrebbe non avere considerato. Tutto questo rappresenta un’opportunità straordinaria e sarebbe miope ignorarla.
Esiste, tuttavia, una linea di confine che non dovrebbe mai essere oltrepassata.
Una cosa è delegare all’intelligenza artificiale un’attività esecutiva. Ben altra cosa è delegarle il processo decisionale.
La differenza può apparire sottile, ma è decisiva. Nel primo caso il professionista utilizza uno strumento per svolgere meglio il proprio lavoro. Nel secondo, invece, rinuncia progressivamente a esercitare quel giudizio critico che costituisce la ragione stessa per cui la sua professione esiste.
Ed è forse questo il rischio più significativo che l’intelligenza artificiale pone oggi alle professioni della conoscenza. Non tanto quello di sostituire l’uomo, quanto quello di convincerlo, poco alla volta, a pensare un po’ meno.
Il tema, allora, non è se l’intelligenza artificiale possa commettere errori. Li commette, come ogni tecnologia complessa, e continuerà a commetterli. Il vero interrogativo è un altro: quanto siamo disposti ad abbassare la soglia del nostro spirito critico semplicemente perché una risposta ci viene restituita in pochi secondi, con un linguaggio impeccabile e una sicurezza apparentemente assoluta?
Per il giurista, come per ogni altro professionista, la sfida non consiste nell’imparare ad affidarsi all’intelligenza artificiale, ma nel continuare a diffidarne quel tanto che basta per esercitare, fino in fondo, il proprio mestiere.
Perché il valore di una professione intellettuale non si misura dalla qualità delle risposte che è in grado di copiare, ma dalla qualità del giudizio che è ancora capace di esprimere. Ed è un giudizio che, almeno per ora, nessun algoritmo può sostituire.

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Luisa Di Giacomo

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