Ad alzare l’età media del Paese, oltre al calo demografico, c’è anche la partenza di lavoratori e neo laureati verso l’estero. E così tocca agli stranieri svecchiare vari settori del panorama produttivo italiano.

Secondo l’Istat, all’1 gennaio 2026 l’età media degli italiani è di 49,1 anni, di oltre quattro superiore alla media Ue (44,9). A contribuire a questo dato non c’è solo il basso tasso di natalità, oggi di 1,14 figli per donna e destinato a diminuire ancora, ma anche la fuga di cervelli e ‘di braccia’ verso l’estero. Con o senza titolo di studio elevato, ma spesso e volentieri comunque qualificati, i protagonisti indiscussi di questi espatri sono i giovani tra i 18 e i 34 anni che, dopo la crisi finanziaria del 2008, hanno dato vita alla ‘Terza emigrazione italiana’, dopo quelle post Unità d’Italia e del Secondo Dopoguerra.

L’anagrafe degli italiani all’estero

Gli iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) dal 2006 al 2025 sono passati dall’essere 3,1 milioni a oltre 6,4 milioni, d’età compresa per il 23,2% tra i 35 e i 49 anni e per il 22% appunto tra i 18 ai 34 anni, fascia d’età centrale per il funzionamento del mercato del lavoro e per l’equilibrio tra generazioni, e che ha registrato l’aumento più consistente: +47,9% in un anno.

Giovani cittadini italiani che nel 2024, secondo il ‘Rapporto Italiani nel mondo 2025’ della Fondazione Migrantes, hanno scelto di cambiare vita trasferendosi, in ordine di preferenza, in Germania, Regno Unito, Svizzera, Spagna e Francia, per citare le loro cinque destinazioni predilette. Ben il 74% preferisce restare in Europa anche se aumenta il numero di quelli che vanno ad esempio in Brasile, che è stato il Paese con il maggior incremento di scelte in termini assoluti nel 2024, seguito da Spagna, Argentina e ancora Regno Unito.

Ma perché partono? Uffici di statistica e istituti di ricerca concordano: non solo per la necessità del lavoro o il desiderio di una migliore remunerazione, ma anche per il riconoscimento delle proprie competenze e di una diversa prospettiva di carriera, in Italia giudicata poco ‘mossa’, ancorata alle generazioni più anziane e scarsamente qualitativa e meritocratica.

Eccessiva burocrazia, sproporzione tra tassazione e ritorno contributivo e l’ormai cronico ricorso a contratti-rapporti di lavoro atipici (a termine, finte partite Iva, ecc.) completano la squadra che spinge i nostri giovani a espatriare. A proposito: ancora la Fondazione Migrantes sottolinea come anche chi ha acquisito la cittadinanza italiana e ha un’età media di 29 anni si dice pronto a lasciare il Paese in cerca di nuove opportunità.

Chi parte…

Per quanto riguarda il titolo di studio, il 31,8% degli espatriati iscritti all’Aire ha la laurea o un dottorato di ricerca, il 36,1% sono diplomati e il 31,1% la licenza media. Tra i 18 e i 34 anni dal 2023 al 2024 si sono registrati 6.500 espatri con titolo di studio alto e 15mila con attestato medio-basso. In vent’anni, però, spiega l’Istat, la percentuale di laureati che hanno lasciato il Paese è passata dal 15 al 40% e tra il 2022 e il 2023 i laureati hanno rappresentato il 51% degli espatriati d’età compresa tra i 25 e i 39 anni.

La maggior parte sono professionisti delle discipline Stem, quindi Scienze, Tecnologie, Ingegneria e Matematica, spesso per maggiori stimoli professionali ma anche per un miglioramento remunerativo. Per fare un esempio, secondo il rapporto del 2025 ‘Le tendenze dei salari e delle disuguaglianze salariali in Italia e nel mondo’ dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un ingegnere informatico neo-laureato in Italia ha un’aspettativa di stipendio medio di 28-32mila euro lordi, in Germania di 40-45mila euro.

Mentre un medico specialista prenderebbe 50-70mila euro qui da noi e 100mila euro a Berlino e dintorni. Anche per questo negli ultimi anni sempre più ingegneri, informatici, fisici, biotecnologici e in particolare medici e professionisti sanitari hanno espatriato.

I dati dell’Associazione Medici di origine straniera in Italia (Amsi) parlano di 10mila professionisti della sanità emigrati nel 2025, 4mila medici e 6mila infermieri. Sempre più aziende in questi settori lamentano mancanza di ricambi, non tanto per competenze quanto soprattutto per assenza di candidati.

…e chi arriva

A compensare parzialmente le partenze, ci sono gli arrivi in Italia di giovani stranieri Ue ed extra Ue, che però le statistiche europee registrano con un livello medio di istruzione inferiore agli italiani espatriati, fondamentalmente perché anche per i professionisti fuori confine l’Italia, attualmente, è un Paese poco attrattivo. I giovani laureati stranieri che si propongono qui da noi incontrano inoltre ostacoli nel riconoscimento dei loro titoli e nell’accesso alle professioni regolamentate.

Di conseguenza, oltre a essere diffuso il fenomeno del ‘brain waste’, dello spreco di cervelli e competenze, spesso arrivano immigrati per occupare settori trascurati dagli italiani e quindi bisognosi di nuove risorse, come spiega uno studio della Cgia di Mestre: nel 2025 le aziende hanno assunto stranieri soprattutto nell’Agricoltura (42,9%), nel tessile-abbigliamento-calzature (41,9%), nelle costruzioni (33,6%) e nei settori pulizia e trasporti (26,7%) perché mancano gli italiani in età da lavoro per calo demografico, emigrazione o disinteresse.

In ogni caso, secondo il XIV rapporto ‘Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia’ (Dipartimento per le politiche sociali, del terzo settore e migratorie), tra il 2002 e il 2024 la popolazione straniera residente in Italia è invecchiata mediamente meno di quella italiana e ha un’età media di 35,9 anni. Oltre ad avere anche un tasso di natalità superiore: 9,9 ogni mille abitanti, mentre per gli italiani è di 6,1.

Professioni

Alcuni esempi del bilancio generazionale tra chi viene e chi va, nel dettaglio di alcune professioni. Iniziamo da medici e infermieri: l’Amsi a gennaio del 2026 ha reso noto che a causa del mancato ricambio generazionale c’è una carenza del 20-25% del fabbisogno di medici d’urgenza, anestesisti, pediatri e radiologi.

Per uno studio invece dei ricercatori dell’Enpam per Adnkronos Salute, dal 2001 al 2011 c’è stato un aumento della richiesta di settore del 30% di camici bianchi non italiani, passati in un decennio da 10.900 a 14.737 unità. Di questi oltre 800 avevano meno di trent’anni, 3.026 tra i 31 e quarant’anni, 4.338 tra i 40 e i cinquanta, 4.231 dai 51 ai sessant’anni e 2.282 over 61.

Per quanto riguarda invece gli infermieri, la Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi) indica che la media del personale infermieristico iscritto all’albo in Italia è di 46,5 anni. Negli ultimi dodici mesi sono aumentati del 7% gli iscritti nella fascia 36-40 ma è aumentato anche l’invecchiamento medio: +24,6% di over 61.

Gli infermieri stranieri iscritti all’albo (oltre 14mila su 45mila totali provengono dalla Romania) hanno invece un’età media stimata di 39,2 anni. ‘Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia 2024’ spiega che sono sensibilmente più giovani anche gli artigiani (30,4% sotto i 40 anni), i commercianti (solo 9,8% sopra i 60) e i lavoratori agricoli extracomunitari, che per il 33,5% appartengono alla classe d’età 40-49 anni mentre qui la fascia più rappresentata in Italia è quella ‘60 e oltre’ con il 36,4%.

Infine, gli imprenditori, con i dati dell’Osservatorio Nazionale sull’Inclusione Finanziaria dei Migranti in Italia (Infocamera), presentati il 30 settembre 2025: il 12% delle imprese italiane sono a titolarità straniera e tra questi i giovani imprenditori sono il 13% del totale. Ancora: il 60% hanno dai 30 ai 49 anni, mentre più della metà degli italiani tra i 50 e i 69 anni (54%).

Mentre poi le imprese a partecipazione esclusiva o maggioritaria di amministratori under 35 in Italia negli ultimi cinque anni sono scese del 22,8%, quelle a conduzione di giovani stranieri è cresciuta, seppur solo dal 18,9 al 19%.

Un contributo di gioventù lo portano infine i più piccoli: il ministero dell’Istruzione ha registrato, nell’anno scolastico 2023/2024, 931mila studenti stranieri, l’11,6% del totale in aumento di oltre due punti di percentuale rispetto al 2017-2018 (9,49%) e senza considerare i cittadini italiani figli di immigrati.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di luglio-agosto 2026 (numero 6, anno 9)


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Biagio Picardi

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