Bruxelles – Semplificare le norme in materia di appalti pubblici? Sì, ma dando priorità alla riduzione delle emissioni di carbonio. Ventisei tra imprese italiane ed europee, associazioni di categoria e organizzazioni della società civile – in rappresentanza di oltre 11.500 aziende – hanno chiesto alla Commissione europea di garantire che la prossima revisione del quadro normativo UE in materia di appalti pubblici integri e dia priorità ai criteri di riduzione delle emissioni di carbonio durante le decisioni di acquisto. La richiesta è stata inviata in una lettera indirizzata al commissario europeo per la Prosperità e la strategia industriale, Stéphane Séjourné, alla commissaria europea per la Transizione pulita, Teresa Ribera, al commissario europeo per l’Ambiente, Wopke Hoekstra, al commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, alla direttrice generale della Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle PMI (DG GROW), Kerstin Jorna, e all’Ambasciatore italiano presso l’Unione europea, Vincenzo Celeste. Tra i promotori dell’iniziativa figurano il think tank italiano per il clima, ECCO, l’organizzazione specializzata in strategie, programmi e azioni per lo sviluppo sostenibile, Fondazione Ecosistemi, e la piattaforma di lavoro e condivisione in Italia fra imprese impegnate per la neutralità climatica, Co2alizione. Tra i firmatari l’associazione del movimento cooperativo, Legacoop.
Secondo i firmatari, gli appalti pubblici svolgono un ruolo strategico nella transizione industriale, in quanto “leva concreta per plasmare la domanda”, rappresentando circa il 16 per cento del PIL europeo, quasi 2.500 miliardi di euro l’anno. Nonostante gli appalti pubblici abbiano “il potenziale per inviare segnali chiari al mercato, favorendo l’adozione di tecnologie e processi produttivi più sostenibili”, gli autori della richiesta ritengono che il loro potenziale sia sfruttato “solo parzialmente”. Il motivo è che gli appalti continuano a basarsi su criteri incentrati sul prezzo e non sulla sostenibilità, che viene invece applicata ancora in modo “volontario” e “disomogeneo”, differendo in ciascun Stato membro. Tale frammentazione da un lato crea incertezza per gli acquirenti pubblici e per le imprese, dall’altro limita la capacità degli appalti di agire come motore efficace della trasformazione industriale.
Nell’accogliere la revisione dell’esecutivo in corso sul quadro degli appalti pubblici dell’UE, nonché le iniziative complementari come l’Industrial Accelerator Act, i firmatari ribadiscono che per “sbloccare appieno il ruolo degli appalti come pilastro strutturale della politica industriale e climatica”, palazzo Berlaymont deve perseguire tre risultati chiave. Il primo è l’”eliminazione graduale del criterio di aggiudicazione basato esclusivamente sul prezzo più basso, attuazione progressiva e bilanciamento dei criteri obbligatori fondamentali con i criteri di incentivazione”. Ciò significa che il nuovo quadro dovrà abbandonare i meccanismi di aggiudicazione basati esclusivamente sul prezzo più basso, per introdurre criteri obbligatori a livello comunitario “per appalti a basse emissioni di carbonio”. In breve, il quadro degli appalti “dovrebbe fornire un insieme di regole orizzontali e coerenti applicabili a tutti i settori e a tutti gli Stati membri, contribuendo a creare un mercato europeo integrato leader per prodotti e materiali a basse emissioni di carbonio”.
Il secondo obiettivo è l’istituzione di “un quadro metodologico coerente, allineato con i sistemi di monitoraggio e rendicontazione esistenti“. Per essere efficaci e scalabili, “i criteri di appalto a basse emissioni di carbonio dovrebbero basarsi su metodologie UE condivise e coerenti, fondandosi sui quadri normativi esistenti piuttosto che creare nuovi sistemi paralleli”. In particolare, i criteri per le basse emissioni di carbonio dovrebbero basarsi esplicitamente su metodologie coerenti con il sistema di scambio di quote di emissione dell’UE (ETS), nonchè “garantire l’allineamento con altri strumenti chiave dell’UE, tra cui il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, la tassonomia dell’UE e la direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale“. Per le imprese promotrici dell’iniziativa, ciò favorirà la coerenza nella contabilità delle emissioni tra le diverse politiche, eviterà la duplicazione degli obblighi di rendicontazione e ridurrà gli oneri amministrativi per le imprese.
L’ultimo risultato su cui la Commissione dovrà lavorare è la “due diligence sociale”. Il termine indica il processo con cui un’azienda individua, previene, corregge e rende noti i rischi sociali e legati ai diritti umani causati o subiti lungo la propria catena del valore. L’obiettivo è tutelare i lavoratori, i partner e le comunità locali e il nuovo quadro deve “integrare sistematicamente solidi requisiti di due diligence sociale”, in particolare per i settori ad alto rischio – tessile, edilizia, elettronica, agricoltura e altro. Ciò significa che gli appalti pubblici non dovrebbero premiare una corsa al ribasso sugli standard lavorativi. Gli Stati membri dovrebbero invece “sostenere attivamente le autorità aggiudicatrici istituendo quadri nazionali di conformità, fornendo orientamenti sui rischi della catena di approvvigionamento e creando piattaforme dedicate per la condivisione di informazioni e buone pratiche sulle prestazioni sociali dei fornitori”. Si tratta di un sostegno volto a “mitigare efficacemente gli abusi aziendali, verificare la conformità lungo le catene di approvvigionamento globali e trasformare gli acquisti pubblici in una leva reale per eliminare il dumping sociale nel mercato unico”.
Dal momento che “la transizione industriale europea richiede segnali di domanda forti e credibili”, gli appalti pubblici “possono svolgere un ruolo centrale nella creazione di questi segnali, ma solo se supportati da un quadro normativo coerente e ambizioso”, hanno con concluso i firmatari nella lettera. La Commissione europea sta attualmente valutando le direttive sugli appalti pubblici e ha annunciato che nel 2026 pubblicherà una proposta per riformarle e aggiornarle.
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Iolanda Cuomo
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