[Vergarolla oggi, 80 anni: cosa si sa di più? Lo studio di Gaetano Dato, 2014, dagli archivi alleati, cimiteri, dava già una formulazione più precisa dei resti, corrispondenti a un numero di corpi fra 109 e 116: circa un terzo di essi era sotto i 18 anni. Il numero esatto resta incerto. 211 i feriti, 5 dispersi anonimi. L’ufficiale britannico Klatowsky, non meglio identificato negli anni che seguirono (non risultano nome di battesimo, grado o reparto), ispezionò gli ordini tre volte, l’ultima il 27 luglio 1946, e concluse che potevano esplodere solo intenzionalmente. I testimoni, tra cui un militare britannico ferito, riferirono di un piccolo scoppio e di un fumo blu che correva verso le mine pochi istanti prima della detonazione: il possibile innesco, tanto che il brigadiere M.D. Erskine, comandante della 24ma Brigata di fanteria britannica di stanza a Pola, scrisse: “The ammunition was deliberately exploded by person or persons unknown”. Geppino Micheletti perse i figli Carlo, di nove anni, e Renzo, di sei, il fratello e la cognata; operò ininterrottamente per circa 48 ore. Nel 1947, ricevette la medaglia d’argento al valor civile. La critica storiografica, oggi, insiste su un punto: il testo del 19 dicembre 1946, “Sabotage in Pola” (WO 204/12765) indica Giuseppe (Josip) Kovacich, ex marinaio della Regia Marina, come agente OZNA e possibile esecutore. Roberto Spazzali e Marta Verginella l’hanno giudicata rilevante come ipotesi ma da incrociare con altre fonti; gli storici croati, in particolare Darko Dukovski, avevano contestato l’attendibilità di questa attribuzione, e nessun processo ha mai identificato mandanti o esecutori. Dal 2018, non è emerso nessun ordine operativo ufficiale, catena di comando o documento jugoslavo interno; l’attribuzione della strage resta plausibile, probabile, contestata dalla storiografia croata. – r.s. 18 agosto 2026]
16.09.2018 – 15.11 – È di queste settimane di settembre, contrassegnate sul piano politico dalla piena ripresa dei lavori dopo il rallentamento estivo, la nuova battaglia della destra triestina, attraverso i suoi consiglieri in regione Friuli Venezia Giulia, per la rimozione delle onorificenze delle quali fu insignito Josip Broz “Tito”, il rivoluzionario e dittatore jugoslavo originario di Kumrovec, in Croazia, morto a Lubiana – ora capitale della Slovenia – nel 1980.
Josip Broz “Tito”, figura controversa, simbolo dell’occupazione di Trieste dal 1 maggio al 12 giugno 1945 e uomo chiave di un regime di ispirazione stalinista ma dal carattere fortemente indipendente e pan-slavo – tanto da staccarsi da Stalin nel giugno del 1948 per diventare nel 1961 uno dei fondatori, assieme all’indiano Nehru, all’egiziano Nasser e all’indonesiano Sukarno, del blocco dei “non allineati” (senza per questo rifiutare, negli anni della Guerra Fredda, il sostegno economico degli Stati Uniti pur rimanendo all’interno della sfera d’interesse sovietica), è ancora oggi Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana: è decorato di Gran Cordone, il titolo onorifico più elevato della Repubblica Italiana. Su Josip Broz “Tito” esistono pochi lavori storiografici, e in più di una occasione si è discusso fortemente sul periodo buio dell’occupazione di Trieste e sui crimini di guerra commessi durante il conflitto e negli anni immediatamente successivi dall’OZNA, la polizia segreta da lui organizzata, posta direttamente il suo controllo: “Gli jugoslavi non titubarono nell’organizzare una difesa: all’interno del paese venne repressa brutalmente qualsiasi voce di dissenso, la polizia segreta OZNA controllava ogni aspetto della vita sociale, alla ricerca dei traditori’”, come scrisse Milovan Gilas, antifascista jugoslavo. L’episodio più crudele di quegli anni terribili, contrassegnati dal terrore e dalle foibe, è sicuramente la strage di Vergarolla, a Pola – di cui è ricorso, un mese fa, l’anniversario.




Come fu possibile che i marinai italiani e gli occupanti inglesi dimostrassero tanta incuria nei confronti di un simile pericolo, tanto da permettere ai bagnanti di nuotare vicino alle mine, lasciate incustodite sotto il sole d’agosto, sulle quali le donne mettevano addirittura gli abiti ad asciugare e dove qualcuno dormiva approfittando dell’ombra? Il motivo è semplice: si trattava di materiale considerato dagli esperti come sicuro e inerte. In molte altre spiagge, in tutto il mondo che era stato coinvolto dal conflitto, c’erano situazioni simili: la quantità di materiale bellico disinnescato che attendeva di essere ricollocato era enorme. L’esplosivo che riempiva quel tipo di mine e teste di siluro era tritolo: il tritolo è un esplosivo solido che non esplode con un semplice urto, neppure se violento. Non si incendia spontaneamente, neppure se esposto a lungo al calore e al sole, e anche se si incendia per esposizione alla fiamma non scoppia, ma brucia. Per far esplodere il tritolo occorre un detonatore: serve un innesco attivo costituito da un esplosivo di tipo diverso che a sua volta viene eccitato da un fenomeno chimico o elettrico. Per far esplodere la testata di un siluro o una mina devi rimettere al suo posto proprio quell’innesco che i marinai italiani del Comando Marina di Venezia avevano tolto con molta cura: rimozione e doppio controllo attraverso l’attività fatta da tre diversi gruppi, come testimoniato dal capitano responsabile per quell’operazione. Per far saltare quell’esplosivo devi essere un esperto, quindi, non un passante, un barcaiolo che si appoggia o uno che fa un errore. E che fosse molto poco verosimile pensare a un errore umano fu detto subito anche dal comando inglese che aveva la responsabilità sulla città di Pola, che non si considerò responsabile per quello che era accaduto e che confermò che il materiale esplosivo non era né recintato né sorvegliato perché, semplicemente, non poteva esplodere da solo.
Un nuovo impulso alle ricerche sull’episodio è stato dato recentemente dallo storico Gaetano Dato, che ha esaminato gli archivi storici delle nazioni coinvolte e la stampa dell’epoca, ma, nella certezza, ormai, che fu un attentato, sulla strage di Vergarolla non è ancora emersa una verità assoluta: non c’è il nome di un colpevole e non ci sono, oggi, prove che possano portare a un processo. Quali, quindi, le ipotesi?
Dire che la strage non fu voluta da Tito può forse essere esatto se s’intende che non fu, storicamente, il dittatore jugoslavo a ordinarla in prima persona; però – non si sa, non c’è certezza. Di fronte alla bassa entità del sostegno ricevuto dai gruppi armati clandestini dell’una e dell’altra parte che si stavano fronteggiando in Istria – italiani e croati – è difficile inoltre immaginare la strage come mirata a fermare una insurrezione armata sostenuta dagli italiani. Pensare che l’idea dell’attentato potesse nascere da una mente che lo inseriva come fattore chiave di un conflitto fra alleati e sovietici, e che la matrice potesse essere italiana – neofascista o monarchica – suona in maniera distorta. Dire che la mano che inserì il detonatore nella mina e che poi lo azionò non avesse consapevolezza diretta delle conseguenze che quell’attentato avrebbe avuto sulla comunità italiana, provocando la caduta delle resistenze e dando quindi il via all’esodo di massa, sarebbe inverosimile: scrivere quindi che l’esodo degli italiani da Pola, dopo la strage di Vergarolla, fu un effetto secondario appare veramente poco appropriato. Chi ordinò di inserire quel detonatore aveva bene in mente l’effetto che voleva ottenere. Ma nuovamente: non ci sono le prove. Più di un testimone affermò di aver visto una persona nota e vicina ai servizi segreti militari jugoslavi, proprio a quell’OZNA derivata direttamente dalla volontà di Tito, aggirarsi quel giorno attorno alle mine, e questo venne riportato in documenti dei servizi segreti inglesi e italiani già nel dicembre del 1946. Ma non si giunse alla conclusione dell’indagine e a un eventuale arresto: le denunce non vennero fatte, si fece in modo che il tempo passasse, altre cose stavano accadendo – e che le acque attorno a Vergarolla diventassero ancora più agitate, forse, non era vantaggioso per nessuno.
Sicuramente, ai morti di Pola non venne resa giustizia: si sapeva, e si preferì dimenticare. Si impose, quietamente, il silenzio: Trieste all’Italia, Pola a Tito. Gorizia divisa a metà. Il 10 febbraio 1947, il Trattato di Parigi cancellò, su un piano pratico, per sempre, quell’indagine e altro, lasciando quelle acque torbide, così come purtroppo continuano a essere, impedendo che quei morti possano riposare finalmente in pace.
[r.s.] [prima pubblicazione 16.09.2018]
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Roberto Srelz
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