Un lungo intervento per ristabilire quella che considera la “verità storica e giudiziaria” sulla figura di Giovanni Panunzio e sul percorso che portò al suo riconoscimento come vittima innocente di mafia. A firmarlo è il figlio Michele Panunzio, che risponde pubblicamente a Giuseppe Ciuffreda dopo una lettera inviata alla stampa locale di Foggia e una precedente intervista.

Panunzio parte da un punto preciso: il rispetto per il dolore della famiglia Ciuffreda non è in discussione, ma le diverse vicende non possono, a suo giudizio, essere sovrapposte. Ricorda infatti che l’omicidio del padre di Ciuffreda e quello di Francesco Marcone non hanno portato all’individuazione dei responsabili, mentre la storia di Giovanni Panunzio sarebbe caratterizzata fin dall’inizio dalla scelta di denunciare gli estorsori, collaborare con le forze dell’ordine e non pagare il “pizzo”.

“Mio padre denunciò i mafiosi con nomi e cognomi”

È proprio sulla condotta tenuta in vita da Giovanni Panunzio che il figlio concentra una parte importante della lettera. L’imprenditore, ricorda, si rivolse alla polizia fin dalla prima richiesta estorsiva e documentò il periodo vissuto sotto la pressione della criminalità, lasciando anche un memoriale scritto.

Secondo Michele Panunzio, furono quelle denunce a rendere possibili, dopo l’omicidio, le indagini e il successivo processo. A queste si aggiunse il contributo di Mario Nero, decisivo per individuare l’esecutore materiale del delitto. Panunzio ricorda inoltre come quel procedimento abbia accertato per la prima volta l’esistenza della mafia a Foggia.

Da qui il richiamo a non modificare, secondo il figlio, il significato della vicenda: “La memoria di Giovanni Panunzio appartiene alla storia della lotta alla mafia del nostro Paese”, scrive, sostenendo che debba essere raccontata sulla base di fatti, atti processuali e riconoscimenti istituzionali.

“Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B”

Il passaggio è particolarmente netto. Michele Panunzio precisa di non voler stabilire gerarchie tra le vittime: “Non si tratta di stabilire vittime di serie A e vittime di serie B, perché ogni dolore merita rispetto”. Proprio il rispetto, aggiunge, imporrebbe però di preservare le specificità delle singole storie, senza equiparazioni che possano generare confusione.

Per Panunzio, quella del padre è legata a un percorso fatto di denunce, collaborazione con lo Stato, sacrificio personale e riconoscimenti istituzionali. Contesta quindi a Ciuffreda di aver trascurato il contributo diretto di Giovanni Panunzio al processo e avverte che non accetterà in futuro ricostruzioni che ritenga lesive della memoria paterna.

Il caso Mario Nero: “Era un testimone di giustizia”

Nella lettera trova spazio anche una precisazione sulla figura di Mario Nero. Michele Panunzio ribadisce la propria gratitudine nei suoi confronti per il contributo dato all’individuazione dell’assassino del padre, ma contesta con forza la definizione di “collaboratore di giustizia”.

“Con queste tue parole, così come riportate dai giornali, hai fatto un errore talmente grave da offendere pesantemente la sua memoria”, scrive Panunzio, ricordando che Nero teneva particolarmente alla distinzione e voleva essere definito “testimone di giustizia”.

Lo scontro sulla memoria antimafia

La lettera si sposta poi sul terreno dell’antimafia cittadina. Panunzio condivide la necessità che la parte sana della società foggiana resti unita, ma sostiene che alcune affermazioni di Ciuffreda finiscano invece per alimentare divisioni.

Respinge soprattutto l’idea che la battaglia condotta dalla famiglia e dall’associazione intitolata al padre possa essere considerata faziosa o legata a logiche partitiche. “Giovanni Panunzio non appartiene solo a me o alla mia famiglia, ma a Foggia, all’Italia, agli uomini liberi e alle donne libere che combattono la mafia”, afferma.

Secondo Michele Panunzio, il confronto pubblico avrebbe ormai assunto un significato più ampio, legato al modo stesso di intendere e custodire la memoria antimafia. Il figlio dell’imprenditore manifesta il timore che possano esserci tentativi di utilizzare quella memoria per ottenere consenso, visibilità o vantaggi politici, eventualità che la famiglia e l’associazione intendono contrastare.

Stele e piazza, la richiesta di un luogo realmente pubblico

Un altro capitolo riguarda la stele dedicata a Giovanni Panunzio e la piazza che porta il suo nome. Michele Panunzio respinge innanzitutto qualsiasi riferimento a presunti privilegi ricevuti dalla famiglia, sostenendo che i riconoscimenti attribuiti dallo Stato siano il risultato di un percorso istituzionale basato sulle denunce, sugli atti processuali e sulla collaborazione con magistratura e forze dell’ordine.

Sulla stele, la posizione è chiara: secondo Panunzio occorre riflettere sul suo trasferimento “in un luogo pubblico realmente idoneo, decoroso, stabile e pienamente fruibile dalla collettività”. Uno spazio, dunque, che possa rappresentare nel tempo un simbolo di legalità e coraggio civile.

Il figlio dell’imprenditore ricorda inoltre i confronti avuti dall’associazione e dalla famiglia sulla sede inagibile, sul bene confiscato intitolato a Giovanni Panunzio e sulle altre questioni aperte. Cita gli incontri con l’assessore De Santis, con amministratori, esponenti politici, Commissione Territorio, prefetti e funzionari, rivendicando come le posizioni assunte siano maturate dopo mesi di interlocuzioni.

La proposta finale: discutere pubblicamente gli atti

La lettera, datata 18 agosto 2026, si chiude con una proposta rivolta direttamente a Giuseppe Ciuffreda e alla sua famiglia. Michele Panunzio invita a recuperare l’ordinanza di archiviazione relativa alle indagini sull’omicidio del padre di Ciuffreda e a leggerla pubblicamente, trasformando il confronto in un momento di ricostruzione storica e riflessione.

“Potremo leggerla e discuterne in pubblico. Attendo un tuo cenno di conferma”, conclude Panunzio. Una proposta che arriva al termine di una lettera dai toni duri, nella quale il punto centrale resta la difesa della specificità della storia di Giovanni Panunzio e del valore delle scelte compiute dall’imprenditore prima di essere assassinato.

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