Ascoli, 20 agosto 2026 – La prima scossa si registrò il 24 agosto 2016 alle ore 3,36. Ebbe una magnitudo 6.0 con epicentro a una profondità di 4 km, lungo la valle del Tronto, tra i comuni di Arquata, Pescara del Tronto, Accumoli e Amatrice, dunque tra Marche e Lazio.
La seconda scossa, alle 4,32, colpì nella zona di Norcia e Pescara del Tronto, la terza scossa un minuto dopo, sempre a Norcia. Lo sciame sismico non finì lì. Nel Centro Italia, tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, la terra continuò a tremare per alcuni mesi. Le repliche più potenti furono quelle del 26 ottobre 2016, che sconvolsero di nuovo Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera.
Altre scosse ci furono a inizio 2017. In tutto il cratere, gli eventi sismici provocarono 303 morti, 388 feriti e circa 41.000 sfollati. I danni sono stati quantificati in circa 27 miliardi. La ricostruzione ha proceduto stancamente per molto tempo. Lo stesso commissario straordinario Guido Castelli, in carica da gennaio 2023, ha ammesso in un’intevista rilasciata al Carlino che “scontiamo le troppe false partenze dei primi anni”. Tuttavia ha rivendicato di aver sbloccato la ricostruzione materiale, di aver liquidato il 70% di quella privata e fatto partire il 98% di quella pubblica, oltre ad aver creato posti di lavoro.
Michele Franchi, sindaco di Arquata
“Finché le persone si lamentano significa che ci tengono. Quando nessuno protesterà più vorrà dire che sono state fatte altre scelte”. Michele Franchi, sindaco di Arquata, preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno a dieci anni dal terremoto che ha devastato il centro Italia. Le tre A di Accumoli, Amatrice e Arquata sono diventate il simbolo di quella notte del 24 agosto 2016: una ferita collettiva, ma anche la ripartenza di una comunità di montagna che ha dovuto fare i conti con dolore, lentezze, burocrazia e un futuro tutto da reinventare. Franchi ci accoglie nel nuovo edificio comunale, uno dei tanti immobili di ultima generazione sorti negli ultimi tempi. L’impatto visivo è netto: strutture nuove, linee pulite, la scuola che ha ripreso vita, alcune abitazioni tornate a respirare.
E accanto, quasi in contrasto, le aree Sae ancora piene di persone. È qui che si vede la doppia anima del decennale: la ricostruzione che accelera e la provvisorietà che resiste. Negli ultimi anni la macchina guidata dal commissario Guido Castelli si è rimessa in moto. Lo si vede nelle strade, nelle frazioni che fino a poco tempo fa sembravano luoghi bombardati, nei cantieri che lavorano seza sosta. Il Covid ha fermato tutto, il Superbonus ha spostato le ditte verso le città, ma oggi la ricostruzione corre nonostante le criticità. La più evidente è la viabilità della Salaria, l’antica via consolare che collegava Roma al mare Adriatico: semafori che rallentano il percorso, una galleria ferma per un contenzioso tra Anas e la ditta, e un maxi cantiere da oltre 300 milioni pronto a partire tra Acquasanta e Quintodecimo. L’illusione del “come era e dove era” è durata poco. Il tempo di capire che in alcuni paesi i rischi erano troppo elevati. Il caso più evidente è Pescara del Tronto, la frazione che ha pianto quasi tutte le vittime del Piceno.
Pescara del Tronto – Ascoli Piceno -Sopravvissuto estratto dalle macerie dopo circa 8 ore dalla prima scossa.
Da luogo di seconde case, paradiso estivo tra i Sibillini e la Laga, si è trasformata prima in un inferno, poi in un vuoto. Oggi, con le macerie portate via, restano solo poche tracce: un cancello senza casa, una bici abbandonata, un’auto accartocciata. E il vecchio parco giochi che non permette alla memoria di svanire: le foto delle vittime, i nomi, le maglie dei bambini. Se i cantieri avanzano, il terremoto ha lasciato ferite che non si misurano in metri cubi. A Pescara del Tronto il sisma ha spezzato legami, abitudini, identità. È qui che si capisce cosa significhi davvero “ricostruire altrove”.
Salvatore Ambrosi ha riaperto la porta della sua casa dopo 9 anni
La nuova Pescara nascerà fuori da qui, mentre gli abitanti vivono ancora nel villaggio Sae lungo la Salaria: casette pensate per durare 4 anni e arrivate a 10, destinate ad andare oltre. E la rabbia di chi ci vive cresce. Eppure, accanto alla rabbia, ci sono anche segnali di ritorno. A Borgo, una delle frazioni più attive, Salvatore Ambrosi ha finalmente riaperto la porta della sua casa dopo 9 anni. “Rientrare è stata un’emozione enorme — racconta —. La nostra era una casa singola, senza problemi di proprietà. Oggi posso dire che ne è valsa la pena”. Davanti alla sua abitazione un intero condominio sta risorgendo: in pochi mesi sono già al secondo piano. Case nuove, colori pastello, paesi che cambiano pelle.
“All’inizio avrei demolito tutto pur di rientrare prima — dice —. Ma l’architetta ci ha ricordato che questi paesi devono mantenere la loro identità. Oggi non me ne pento”.
Andrea Izzi, volontario di Arquata Potest
La ricostruzione materiale, però, non basta. Lo sa bene chi lavora sul territorio ogni giorno. Andrea Izzi, volontario di Arquata Potest, parla di luci e ombre: cantieri che avanzano, famiglie che tornano, ma anche viabilità ferma, galleria bloccata, posti letto quasi inesistenti. “La comunità è più coesa — spiega —. Si lavora in rete, ci sono progetti condivisi, e il turismo lento sta diventando una risorsa. Ma senza ricettività non si va lontano”. Arquata Potest ha rimesso in piedi 150 chilometri di sentieri, ha creato il Gada, il grande anello di Arquata, e sta lavorando a un festival di comunità. “Qui si sta bene — dice Izzi —. Basta riscoprirsi”.
La memoria della volontaria Francesca Olini
Poi c’è la memoria, quella che non si ricostruisce con un cantiere. Francesca Olini, anche lei volontaria, ricorda la notte del 24 agosto come uno spartiacque: il buio, le voci, i rumori, la piccola Marisol davanti casa. “Ogni volta che torna quel ricordo, annebbia tutto — racconta —. La tragedia non si è fermata quella notte: nei mesi successivi molte persone hanno vissuto solitudine e spaesamento”.
Il parco giochi di Pescara del Tronto è diventato un memoriale per le vittime
Per lei, il futuro passa dalla comunità: eventi, incontri, progetti che tengano insieme chi è rimasto e chi tornerà. “Senza scuola non si vive un territorio — dice —. L’asilo nido aperto quest’anno è un segnale di speranza”. Nonostante tutto, questi paesi vogliono tornare a vivere. Lo fanno ogni volta che una famiglia rientra a casa, ogni volta che un cantiere si apre, e lo faranno ogni volta che un bambino entrerà nel nuovo asilo nido di Arquata. Molti giovani, però, non ci sono più, e molte famiglie hanno costruito un futuro altrove.
E allora tornano in mente le parole di monsignor Alfredo Battisti dopo il terremoto del Friuli: “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”. Il sindaco Franchi lo sa bene: “Oltre alla ricostruzione dobbiamo investire nei servizi”. È la sfida più grande: riportare vita dove la vita è stata interrotta.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




