AGI – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha impostato la sua campagna elettorale su una retorica fortemente anti-turca, dopo essere stato costretto, sotto la pressione degli Stati Uniti, a fermare gli attacchi contro Iran e Libano. È quanto sostengono esponenti dell’opposizione israeliana e diversi analisti.
Una posizione che si tramuta in una sfida a Recep Tayyip Erdogan che, a sua volta, ha proprio ieri firmato la richiesta del proprio Paese di inserire Netanyahu nella lista rossa Interpol in modo da garantire l’arresto del premier israeliano. Se Netanyahu si trova costretto ad alzare la tensione in vista delle elezioni del 27 ottobre, dall’altro lato trova il leader di un Paese compattamente filo palestinese, chiamato a rispondere alle preoccupazioni dell’opinione pubblica mostrando il pugno di ferro nei confronti del nemico. I due però sono ben attenti a evitare uno scontro diretto che sembra non convenire a nessuno, almeno per ora.
Le critiche interne a Netanyahu
Netanyahu, il cui nome è da tempo associato ad accuse di corruzione e il cui partito ha perso terreno nei sondaggi, ha cercato a lungo di evitare una condanna al carcere. È stato il primo premier israeliano in carica a essere sottoposto a un processo per corruzione. Il premier è finito nel mirino anche da parte dell’opposizione in Israele, accusato di aver “dato fuoco alla regione per proteggere la propria poltrona”.
Netanyahu, che ha mantenuto in questi anni il potere facendo leva su conflitti e operazioni militari, ha inizialmente accettato con riluttanza di porre fine agli attacchi contro l’Iran e ridurre gli attacchi in Libano, ma sembra ora sempre di più avere bisogno di mantenere la tensione e lo scontro su livelli perennemente alti. La decisione di ridurre gli attacchi ha infatti suscitato forti critiche sia all’interno della sua coalizione sia tra i leader dell’opposizione.
L’ex primo ministro israeliano Yair Lapid, leader del principale partito di opposizione Yesh Atid, ha criticato l’accordo tra Stati Uniti e Iran, sostenendo che Netanyahu avesse “perso la guerra”. L’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha criticato il cessate il fuoco raggiunto in Libano, attaccando direttamente Netanyahu: “Non un primo ministro, ma un burattino”.
Anche Itamar Ben-Gvir, esponente dell’ala ultranazionalista della coalizione di Netanyahu e ministro della Sicurezza nazionale, ha invitato il premier israeliano a respingere la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Critiche che ricadono sul Likud di Netanyahu, attualmente il principale partito della Knesset.
I sondaggi mostrano che Netanyahu e i suoi alleati di estrema destra e ultraortodossi sarebbero ben al di sotto dei 61 seggi necessari per formare un governo. Sarebbe stato proprio questo scenario a spingere Netanyahu a intensificare la retorica anti-Turchia, dopo essere stato costretto dagli Usa a interrompere gli attacchi contro Iran e Libano.
La Turchia è il nuovo nemico
La conferma del fatto che la Turchia è il nuovo nemico è arrivata il 18 agosto, con il bombardamento israeliano contro la base militare inattiva di Abu al-Duhur, nella provincia siriana di Idlib al confine turco, giustificato da un presunto piano di Ankara di invio di truppe. Amichai Chikli, deputato del Likud e ministro per la Diaspora, aveva dichiarato in un’intervista radiofonica a giugno che Israele “prima o poi entrerà in guerra con la Siria”. Anche il ministro della Difesa Israel Katz, considerato uno degli uomini più vicini a Netanyahu, è emerso come una delle principali voci della campagna contro la Turchia e ha rivolto numerosi attacchi a Erdogan, anche in turco.
Netanyahu non si è limitato a Gaza, lanciando attacchi anche contro altri Paesi della regione. Sotto la sua guida, Israele ha condotto due distinte campagne militari contro il Libano, due conflitti con l’Iran e sotto le bombe israeliane sono finiti anche il Qatar, la Siria, l’Iraq e lo Yemen. Una situazione che ha creato in Turchia, da ormai più di due anni, la percezione che lo scontro con Israele sia imminente, al punto che il governo Erdogan ha accelerato sulla costruzione di missili a lunga gittata e rifugi.
La Siria terreno di scontro
Dopo la caduta del regime di Bashar Assad, Israele, sotto la guida di Netanyahu, ha condotto numerosi attacchi contro le infrastrutture militari siriane e ha occupato alcune aree nel sud della Siria. Eli Cohen, esponente del Likud e ministro dell’Energia, si era unito al coro anti turco in piena campagna elettorale. “Se la Turchia stabilirà una base in Siria, ne stabiliremo una anche noi”, ha dichiarato Cohen. La stessa Siria che Erdogan vuole a tutti i costi rendere stabile per favorire il ritorno dei circa 3 milioni e mezzo di siriani, si sta prestando a diventare terreno di scontro tra Israele e Turchia. I generali di Ankara si sono già dichiarati “pronti a ogni scenario”: il secondo esercito Nato non teme Israele. Allo stesso tempo Netanyahu conosce il potenziale bellico di Ankara e sorge il dubbio che siano proprio le imminenti elezioni a fomentare questa tensione.
Le accuse di strumentalizzazione elettorale
Alcuni leader dell’opposizione e diversi analisti israeliani sostengono che Netanyahu e gli esponenti a lui vicini abbiano trasformato l’attacco in Siria in uno strumento della campagna elettorale. Yair Golan, leader del partito Democratici, ha definito l’attacco una mossa “arrogante e pericolosa”, affermando che Israele “ha aumentato le tensioni con la Turchia e approfondito la frattura con gli Stati Uniti” e sottolineando che Tel Aviv avrebbe utilizzato la forza militare per calcoli politici. Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha sostenuto che il premier stia perseguendo una politica volta a conquistare consensi attraverso l’aumento delle tensioni.
Un altro commentatore politico, Jonathan Lis, ha scritto su Haaretz che, accanto ai fattori di sicurezza e diplomatici, anche considerazioni politiche avrebbero avuto un ruolo nelle decisioni di Netanyahu. “Con l’avvicinarsi delle elezioni israeliane di ottobre, è altamente sospetto che Netanyahu possa voler aumentare le tensioni con la Turchia e la Siria, soprattutto mentre l’amministrazione Trump incoraggia la calma tra le parti”, ha affermato Lis. Una parte del Paese lo critica, ma i media vicini al premier attaccano la Turchia, a conferma della linea politica intrapresa.
Diversi quotidiani hanno escluso che la difesa collettiva Nato possa scattare in caso di attacchi a truppe turche su suolo turco. Intanto l’emittente i24 ha mandato in onda un documentario secondo cui Ankara starebbe cercando di assumere il controllo di Gerusalemme Est, concentrandosi sulle attività delle istituzioni e delle associazioni turche presenti nella città. Il documentario ha dedicato ampio spazio agli aiuti umanitari forniti ai palestinesi di Gerusalemme dalle istituzioni e dalle associazioni turche, mostrando anche le attività del Centro culturale Yunus Emre a Gerusalemme Est.
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