Presente e futuro del Continente Blu

L’Oceania, data la centralità dell’Indo-Pacifico nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina e la sua collocazione a cavallo tra America, Asia e Antartide, è destinata a influenzare profondamente il futuro dell’ordine internazionale. La rilevanza della regione deriva non solo dal controllo di alcune delle principali rotte marittime, di vaste zone economiche esclusive (EEZ) e di ingenti risorse ittiche e minerarie, anche sottomarine, ma anche dalla possibilità di diventare la culla di nuovi modelli di governance globale, ospitando oltre 1/3 delle micronazioni del pianeta1.

L’Oceania rappresenta il principale complesso arcipelagico mondiale, formato da più di diecimila isole distribuite tra il Pacifico centrale e sud-occidentale. È suddivisa in tre sottoregioni, Micronesia, Melanesia e Polinesia, i cui territori si collocano lungo la seconda e la terza catena di isole, risultando fondamentali per il successo della strategia statunitense di contenimento della proiezione marittima della Cina.

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  • L’Australia funge da cerniera tra la seconda e la terza catena di isole ed è lo Stato continentale più importante. Il Paese dispone di ampie risorse energetiche e minerarie, tra cui gas, carbone, oro, terre rare, uranio e ferro. Il carbone soddisfa fino all’80% del fabbisogno energetico interno mentre il 70% del gas viene esportato sotto forma di LNG prevalentemente verso l’Asia. Nel 2024 l’Australia è stato il terzo produttore mondiale di LNG e il suo principale cliente è stata la Cina. Nonostante gli investimenti in nuovi giacimenti di gas, quali Barossa e Scarborough, e i dieci impianti di LNG attivi nel nord-ovest e nel Queensland, le forniture energetiche australiane di gas potrebbero

diminuire nel corso del prossimo decennio a causa della concorrenza statunitense e del crescente livello di autosufficienza energetica conseguito da Pechino.

Per converso, l’Australia potrebbe rafforzare il proprio ruolo come produttore di energia solare, idrogeno ed elio. Nella prospettiva statunitense, l’Australia è cruciale per affrancarsi dalla dipendenza dai minerali cinesi e dall’uranio russo. Canberra, che ha aderito all’iniziativa Pax Silica, può infatti contare sulle società Lynas e Iluka. La prima è l’unico produttore integrato al di fuori della Cina in grado di estrarre, separare e raffinare terre rare. La seconda è tra i pochi operatori non cinesi in grado di fornire terre rare pesanti. La cooperazione con Washington, consolidata ulteriormente dalla sottoscrizione di un accordo quadro, vede anche investimenti incrociati con Ionic Rare Earths che aprirà un impianto in Missouri mentre il Pentagono finanzierà la costruzione di una raffineria di gallio nella contea di Waroona.

L‘Australia aspira, attraverso la società Q-CTRL, a sviluppare sensori quantistici integrati con l’intelligenza artificiale in grado di consentire la navigazione senza GPS, consolidando la propria leadership mondiale nel settore, nonché ad attirare capitale umano dagli Stati Uniti per rafforzare la propria base industriale e il settore della ricerca e sviluppo. La Tasmania, territorio sotto la sovranità di Canberra, si caratterizza per l’abbondanza di risorse minerarie e idriche, oltre che per essere una porta d’accesso privilegiata all’Antartide. In particolare, la capitale Hobart ospita un ecosistema integrato di ricerca, governance, attività culturali e logistica dedicato al sesto continente.

  • Gli stati della Micronesia fanno parte della seconda catena di isole. Tra di essi spiccano Guam e Palau. Il primo è territorio statunitense dal 1950 ed è il sito dove Washington concentra la maggior parte delle sue attività militari nel continente. Guam, infatti, ospita tre basi militari, appartenenti rispettivamente all’esercito, alla marina e all’aeronautica, ed è una piattaforma strategica per sottomarini, bombardieri B-2 e B-52 e missili ipersonici Dark Eagle, capaci di cambiare traiettoria in volo e di raggiungere Pechino in venti minuti. Sull’isola sono stati piazzati sistemi di difesa aerea stratificati, quali il THAAD e il Patriot, per intercettare missili balistici come il DF-26, anche quando vettori di testate nucleari, e il MRIC, per contrastare missili da crociera e droni.

Palau, al pari delle Isole Marshall e degli Stati Federati di Micronesia, è legata agli Stati Uniti da un accordo di libera associazione, rinnovato nel 2024 dall’amministrazione Biden. L’intesa consente a Washington per i prossimi 18 anni di determinare in via esclusiva le politiche di difesa di questi Stati, inclusa la possibilità di porre il veto all’installazione di infrastrutture militari di Paesi terzi, in cambio di finanziamenti milionari a fondo perduto. Gli Usa hanno dispiegato due sistemi radar TACMOR negli Stati di Angaur e Ngaraard per la sorveglianza a lungo raggio e intendono ammodernare il porto di Malakal, trasformandolo in un polo logistico per il rifornimento e lo stazionamento di grandi unità navali.

In attuazione della strategia ACE (Agile Combat Employment), Washington sta inoltre investendo in isole delle Marianne Settentrionali, quali Saipan e Tinian, e degli Stati Federati di Micronesia, come Yap, per rafforzare la propria resilienza offensiva, difensiva e logistica. Tuttavia, le istanze indipendentiste presso le Isole Chuuk potrebbero complicare la proiezione statunitense e costituire un potenziale fattore di vulnerabilità.

  • Gli stati della Melanesia fanno parte della seconda catena di isole. I principali attori sono la Papua Nuova Guinea, Fiji, le Isole Salomone, tutti membri del Commonwealth britannico, e la Nuova Caledonia, territorio francese d’oltremare. La Papua Nuova Guinea si caratterizza per le ingenti risorse petrolifere, gasifere, minerarie e idriche. L’australiana Santos gestisce i principali depositi petroliferi del paese, come Kutubu, Gobe e Moran, mentre l’americana ExxonMobil e la francese Total stanno sviluppando nuovi progetti per esportare gas naturale liquefatto proveniente dai giacimenti di P’nyang ed Elk-Antelope a partire dal 2029. Addizionalmente, sono in corso iniziative che potrebbero rendere Port Moresby un produttore offshore di idrocarburi.

La Papua Nuova Guinea ospita importanti riserve di rame e oro, che gli Stati Uniti puntano a valorizzare. L’India investirà invece nella miniera di Panguna sull’isola di Bougainville, dove è in atto un processo di autodeterminazione che potrebbe portare all’indipendenza da Port Moresby entro il 2030. Sulla base di un accordo siglato nel 2023, Washington può contare su un accesso senza restrizioni a infrastrutture strategiche della PNG, tra cui la base navale di Lombrum sull’isola di Manus. Le Fiji si caratterizzano per il ruolo di hub regionale per i cavi sottomarini, per la crescita del settore finanziario ombra e per il progetto del Quad di realizzare un porto a gestione congiunta. Fino a maggio 2026 le Isole Salomone si sono distinte come lo Stato più filocinese della regione.

La vicinanza a Pechino era culminata con la sottoscrizione nel 2022 di un’intesa segreta in materia di cooperazione militare. L’elezione del nuovo primo ministro, Matthew Wale, ha determinato un reset della politica estera di Honiara, che ora punta a rivedere l’accordo securitario con la Cina e a riavvicinarsi agli Stati Uniti, permettendo la costruzione di un porto, e ai suoi alleati australiani e giapponesi. La Nuova Caledonia si caratterizza per le ampie riserve di nickel e per la presenza di un forte movimento indipendentista. In seguito alle proteste del maggio 2024, Parigi sembrava intenzionata a riconoscere maggiore autonomia al governo di Numea sulla base degli accordi di Bougival e Élysée–Oudinot ma il rigetto della ratifica degli stessi da parte dell’Assemblea Nazionale francese ha sospeso il processo sine die.

  • La Polinesia è la sottoregione più estesa dell’Oceania e comprende stati che fanno parte della terza catena di isole. Gli attori di riferimento sono la Nuova Zelanda, le Hawaii e le isole Samoa. La Nuova Zelanda, al pari dell’Australia, dispone di un territorio ricco di risorse energetiche e minerarie. Oltre ai giacimenti di gas naturale,

il Paese vanta un significativo potenziale geotermico, idroelettrico ed eolico. Il modello neozelandese non contempla l’esportazione di energia, destinando l’intera produzione al soddisfacimento del fabbisogno nazionale. Sul piano minerario, si distinguono soprattutto carbone, oro e argento. Rispetto all’Australia, la Nuova Zelanda riveste un ruolo di primo piano nelle attività spaziali grazie alla sicurezza e alle traiettorie uniche offerte dalla sua posizione geografica.

Lo spazioporto di Mahia, il primo interamente privato al mondo, può effettuare fino a 120 lanci annuali ed è utilizzato dalla società statunitense Rocket Lab per mandare in orbita, tra l’altro, satelliti spia per l’esercito statunitense. La rilevanza per il settore della difesa è dimostrata anche dalla partecipazione della Nuova Zelanda al programma STARLIFT della NATO, volto a garantire resilienza nei lanci spaziali in caso di attacco o danneggiamento dei satelliti in orbita. Christchurch è la quarta città più vicina all’Antartide dopo Ushuaia, Punta Arenas e Hobart. Il centro è un hub polare dotato di infrastrutture logistiche per i collegamenti con il sesto continente e sede di numerosi programmi di ricerca internazionali, tra cui quello italiano.

Il progetto “AntarcticSmart” mira alla realizzazione di un cavo sottomarino che interconnetta la principale stazione statunitense in Antartide (McMurdo) con la Nuova Zelanda. Le Hawaii rilevano sotto il profilo militare e diplomatico. Sul piano militare ospitano il quartier generale dell’U.S. Pacific Command (USPACOM) e installazioni critiche quali la base congiunta Pearl Harbor-Hickam, che integra capacità navali e aeree e nella quale è ubicata la stazione NCTAMS PAC, principale centro di telecomunicazioni della U.S. NAVY nel Pacifico. Sul piano diplomatico, le università hawaiane, eccellendo nell’ambito della ricerca ambientale, costituiscono delle piattaforme che contribuiscono a rafforzare l’influenza di Washington nei confronti delle isole dell’Oceania, la cui esistenza è minacciata dal cambiamento climatico.

Lo Stato di Samoa, che è indipendente e che fa parte del Commonwealth britannico, va distinto dalle Samoa Americane, che invece sono territorio statunitense. Qui la Casa Bianca intende collocare reattori nucleari sommersi e piattaforme di lancio spaziale offshore nonché avviare attività di estrazione mineraria dai fondali marini. La Francia possiede 118 isole nell’area, che rilevano sotto il profilo militare, alimentare e turistico.

L’ascesa della Cina minaccia la storica egemonia australo-statunitense sull’Oceania. L’obiettivo di Pechino è quello di estendere la sua influenza sui territori della Micronesia e della Melanesia sia per erodere quella dei rivali, a partire da Taiwan, sia per sviluppare cooperazioni strategiche che contribuiscano alla sua consacrazione come superpotenza navale.

Per difendere la loro supremazia, Canberra e Washington hanno elargito finanziamenti volti a promuovere lo sviluppo locale e stretto accordi in materia di difesa. Nello specifico, l’Australia, che è l’unico Stato a intrattenere rapporti diplomatici con tutte le isole sovrane del Pacifico e che si classifica al primo posto per investimenti effettuati verso di esse, ha istituito l’AIFFP,

uno strumento finanziario che eroga prestiti e sovvenzioni per la realizzazione di infrastrutture nei Paesi del continente, ha sottoscritto accordi securitari con la Papua Nuova Guinea, Naoero, Vanuatu e Tuvalu, assicurandosi il loro allineamento sulle questioni di difesa, ed ha consolidato la propria leadership come polo per la connettività regionale, realizzando cavi sottomarini per la Nuova Caledonia, le Salomone, Kiribati, Naoero e la PNG. Parallelamente, ha allocato circa 580 miliardi di dollari per potenziare le sue capacità militari.

Google e Starlink, da un lato, e l’erogazione di fondi da parte del Giappone e della Nuova Zelanda, dall’altro, integrano gli sforzi occidentali volti a prevenire un allargamento dell’influenza cinese nel Pacifico, fornendo ulteriore connettività e assistenza umanitaria. La Cina segue l’Australia quanto a finanziamenti effettuati e relazioni diplomatiche intrattenute in Oceania, che Pechino considera fondamentale anche per espandere il suo peso geopolitico in America Latina attraverso rotte e infrastrutture. La penetrazione cinese del Continente Blu, sebbene carente sul fronte dei cavi sottomarini, combina prestiti, accordi economici, la presenza di diaspore nelle capitali insulari e il coinvolgimento della criminalità organizzata. I sussidi cinesi per alcuni beneficiari hanno generato dipendenza, e in certi casi, come quello di Tonga, il rischio concreto di insolvenza.

Alla BRI hanno aderito Vanuatu, Kiribati, Tonga, gli Stati Federati di Micronesia, la Papua Nuova Guinea, la Nuova Zelanda, le Fiji, le Isole Salomone, le Samoa e le isole Cook. Queste ultime hanno inoltre concesso a Pechino di estrarre minerali dai propri fondali. Solo Palau, Tuvalu e le Isole Marshall riconoscono ancora Taiwan, con la PNG ultima in ordine temporale a rompere i rapporti diplomatici con Taipei. Attraverso la mafia e le diaspore locali, la Cina è riuscita a infiltrare il tessuto sociale di diversi territori, realizzando infrastrutture talvolta funzionali per finalità di spionaggio, come nel caso di Palau, a stringere rapporti con le élite locali, condizionando anche tramite la corruzione gli orientamenti politici e le elezioni, finora influenzate dal voto all’estero, e favorendo un graduale processo di assimilazione.

Parallelamente, al Continente Blu guardano con attenzione anche altri stati emergenti, quali l’India e l’Indonesia, che possono contare sulla loro crescente forza economica e demografica, oltre che Israele. L’India ha rafforzato la cooperazione strategica con l’Australia e la Nuova Zelanda, può contare su grandi diaspore alle Fiji e in Papua Nuova Guinea e soprattutto può offrire tecnologia, capitale umano, un mercato di dimensioni comparabili a quello cinese, una domanda interna che può favorire lo sviluppo dell’industria ittica degli Stati insulari e un approccio pragmatico orientato al multi-allineamento, affine a quello adottato da molti Paesi del Pacifico. L’Indonesia, che si stima sarà la quarta economia del mondo nel 2050, esercita sovranità su metà dell’isola della Nuova Guinea e vanta interessi energetici, minerari, militari e spaziali nella regione, che in alcuni casi coinvolgono anche la Russia. Israele sta rafforzando la sua presenza diplomatica in Oceania e punta a estendere la sua influenza attraverso la fornitura di tecnologie per l’estrazione mineraria e la cybersecurity.

L’Oceania sta vivendo una fase di transizione che avrà come esito il ridimensionamento dell’egemonia australo-statunitense e l’espansione dell’influenza di Pechino, Nuova Delhi e Jakarta. La cooperazione strategica con l’Indonesia e l’eventuale mediazione nella pacificazione tra le due Coree potrebbe consentire anche alla Russia di accrescere il proprio peso geopolitico nel Continente Blu. A dispetto delle politiche adottate dall’amministrazione Trump, caratterizzate dall’introduzione di dazi verso diversi Stati del Pacifico e da un approccio energetico fondato sui combustibili fossili che aggrava il cambiamento climatico, i Paesi emergenti offrono maggiori opportunità di sviluppo territoriale e in prospettiva dei mercati più attraenti di quello americano e australiano. La Cina, inoltre, è il principale produttore mondiale di energia rinnovabile e intrattiene con l’Australia una forte affinità commerciale, fondata sull’interscambio tra materie prime e capacità manifatturiera, che l’ha resa il primo partner commerciale di Canberra.

Le dinamiche demografiche e la progressiva assimilazione economica e culturale concorreranno alla trasformazione degli equilibri regionali e all’evoluzione dei sentimenti dell’opinione pubblica. In Australia si può già notare una contrapposizione tra l’aumento dell’antisemitismo e la crescente visione positiva della Cina. Dunque, se nel breve e medio termine Washington e Canberra resteranno gli attori preminenti, nel lungo termine lo scenario è destinato a mutare profondamente, determinando un indebolimento della posizione occidentale, anche in sede ONU. Parallelamente, l’Oceania, essendo uno dei continenti più estesi ma al contempo meno densamente popolati al mondo, potrà contribuire alla realizzazione del sogno libertario di parte dell’élite della Silicon Valley, guidata da Peter Thiel, volto a creare città-stato nell’oceano e nel deserto, separate dal resto dell’umanità e caratterizzate dal superamento del concetto di governance tradizionale.


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Antonio Gullotti

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