25 agosto 2026 – ore 06:30 – Il 25 agosto 1944 Giani Stuparich venne arrestato nella sua casa di Trieste insieme alla moglie Elody Oblath e alla madre Gisella Gentili, quasi novantenne. Era una delle figure più note della cultura triestina, aveva combattuto nella Prima guerra mondiale, era stato ferito e fatto prigioniero, aveva ricevuto la Medaglia d’oro al valor militare e insegnava italiano al liceo Dante Alighieri. Quel giorno, però, tutto questo non servì a nulla. La polizia tedesca lo portò alla Risiera di San Sabba, dove Stuparich, la moglie e la madre rimasero detenuti per una settimana, fino all’intervento del vescovo Antonio Santin e del prefetto Bruno Coceani, che contribuirono a ottenere la loro liberazione. È un episodio della storia di Trieste che conosciamo, ma che forse non abbiamo ancora imparato davvero a guardare, perché dietro quella data non c’è soltanto la vicenda di uno scrittore finito in una prigione nazista: c’è una città nella quale bastava che il potere cambiasse padrone perché una vita costruita in decenni potesse improvvisamente perdere ogni protezione.
Stuparich era nato a Trieste nel 1891, quando la città apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico, e tutta la sua vita sembra costruita per raccontare la complessità di questa città molto meglio di qualsiasi definizione. Fu irredentista, volontario nell’esercito italiano nel 1915, combatté sul Carso, venne ferito e fatto prigioniero; dopo la guerra divenne insegnante e scrittore, legando il proprio nome alla letteratura triestina del Novecento. Pubblicò Guerra del ’15, Ritorneranno, L’isola e, nel 1948, Trieste nei miei ricordi. In mezzo c’erano stati il crollo dell’Impero, l’annessione all’Italia, il fascismo, le leggi razziali del 1938, l’8 settembre 1943 e l’occupazione tedesca. Stuparich non visse una sola Trieste, perché a Trieste una sola storia non è mai esistita. Visse una città che cambiava Stato, regime, confini e linguaggi politici, mentre gli uomini dovevano continuamente capire dove stare e soprattutto quanto sarebbe costato dichiararlo.
Il 25 agosto 1944, quella storia entrò nella sua casa. La situazione della famiglia Stuparich era già segnata dalle leggi razziali: la madre Gisella e la moglie Elody erano ebree e Giani aveva dovuto lasciare l’insegnamento nel 1942. Dopo l’occupazione tedesca e la costituzione della Zona d’operazioni del Litorale Adriatico, Trieste era diventata uno dei centri della repressione nazista. La Risiera di San Sabba non era ancora un luogo della memoria: era un carcere, un luogo di tortura, di deportazione e di assassinio. Stuparich vi entrò insieme alle due donne della sua famiglia e vi rimase per sette giorni. Ne uscì vivo. Molti altri no. È qui che la sua vicenda smette di essere soltanto una storia personale e diventa una delle immagini più crude del Novecento triestino, perché basta sostituire per un momento la parola “scrittore” con la parola “prigioniero” per capire quanto rapidamente il potere possa cancellare ciò che una persona è stata. Alla Risiera Giani Stuparich non era più il professore, lo scrittore, il decorato di guerra: era soltanto un detenuto.
Ed è proprio questa la parte della sua storia che merita di essere ricordata oggi, perché Stuparich non è interessante soltanto per quello che scrisse, ma per tutto ciò che rappresentò. Fu un uomo che aveva scelto l’Italia quando Trieste era ancora asburgica, aveva combattuto una guerra per quella scelta e poi si era ritrovato, venticinque anni dopo, prigioniero dei tedeschi nella città che aveva contribuito a trasformare in italiana. Aveva visto il Carso nel 1915 e la Risiera nel 1944. Aveva conosciuto due guerre, due forme di prigionia e due modi diversi con cui il potere poteva decidere della vita degli uomini. Dopo la Liberazione entrò nel Comitato di Liberazione Nazionale triestino, partecipò alla vita culturale della città e continuò a scrivere. Morì a Roma il 7 aprile 1961. Una vita intera, attraversata quasi senza interruzioni da ciò che la storia di Trieste ha avuto di più difficile e doloroso.
Forse è proprio per questo che oggi dovremmo smettere, almeno per qualche minuto, di trattare la memoria come una pratica amministrativa. Trieste ama ricordare, e fa bene. Ma ricordare non significa soltanto sapere quando è successo qualcosa, mettere un nome su una targa, deporre una corona o pronunciare davanti a un microfono le parole giuste. Ricordare significa anche accettare la parte della storia che non ci fa stare comodi. Significa ammettere che il Novecento triestino non può essere diviso in capitoli ordinati, che le identità non erano sempre nette, che le persone non erano sempre semplici da classificare e che, accanto alle vittime, esistevano ambiguità, paure, responsabilità e silenzi. La memoria è utile soltanto quando presenta il conto. Altrimenti diventa arredamento.
Stuparich, da questo punto di vista, è una figura scomoda. Non perché abbia qualcosa da rimproverare personalmente alla Trieste di oggi, ma perché la sua biografia impedisce di raccontare la città attraverso una sola identità. È italiano, ma nasce nell’Impero. È un intellettuale, ma ha combattuto. È un uomo della Prima guerra mondiale, ma finisce nella Risiera durante la Seconda. È uno scrittore, ma nel 1944 il suo mestiere non vale nulla davanti a un ordine di arresto. È parte della storia nazionale italiana e, nello stesso tempo, è profondamente figlio di quella Trieste mitteleuropea che nessuna frontiera è mai riuscita davvero a cancellare. Non è una memoria comoda. È una memoria vera. E forse proprio per questo è più preziosa di molte delle memorie che abbiamo imparato a celebrare senza più farci domande.
Il problema, allora, non è se Trieste ricorda Giani Stuparich. Il problema è come lo ricorda. Se lo riduciamo allo scrittore, perdiamo il soldato. Se lo ricordiamo soltanto come vittima della Risiera, perdiamo l’uomo che aveva combattuto nella Grande guerra. Se lo trasformiamo in un simbolo dell’italianità, perdiamo la complessità della città nella quale era nato. Se lo trasformiamo soltanto in una pagina dell’antifascismo, perdiamo un’intera vita che attraversa un secolo di contraddizioni. La memoria, quando seleziona soltanto ciò che le conviene, non è più memoria: è propaganda del passato. E Trieste, proprio perché ha alle spalle una storia tanto complessa, dovrebbe essere la prima città italiana a diffidare delle versioni troppo semplici della propria storia.
Il 25 agosto 1944 non è quindi soltanto il giorno nel quale uno scrittore venne portato alla Risiera. È il giorno nel quale una città vide ancora una volta quanto fosse sottile il confine tra la normalità e la barbarie. Stuparich aveva una casa, un lavoro, una famiglia, dei libri, una storia personale e una reputazione; tutto questo poteva essere cancellato in una notte. La sua salvezza fu possibile anche grazie a chi intervenne per lui, ma la sua vicenda va ricordata insieme a quella di chi non ebbe nessuno disposto o capace di intervenire. È questa la parte della Risiera che una città civile non può permettersi di trasformare in rituale, perché dietro ogni nome c’è una persona e dietro ogni persona c’è una vita che, fino a un certo momento, sembrava normale.
Giani Stuparich morì nel 1961. La Risiera è ancora lì. I suoi libri sono ancora lì. E noi continuiamo a tornare su quella data perché abbiamo bisogno di credere che ricordare significhi essere migliori di quelli che ci hanno preceduto. Non funziona così. La memoria non assolve nessuno. Al massimo ci obbliga a guardarci allo specchio. Stuparich ci ha lasciato libri, testimonianze e una delle voci più profonde della Trieste del Novecento; noi rischiamo di lasciargli soltanto una ricorrenza, una cerimonia e qualche parola solenne pronunciata una volta all’anno. Sarebbe poco. Molto poco. Perché il modo più serio di ricordare un uomo come Giani Stuparich non è dire che la sua storia appartiene al passato, ma riconoscere che il suo passato continua a porci una domanda sul presente: che cosa facciamo della memoria quando smette di essere una data e comincia a riguardare noi?
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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