AGI – In mancanza di confini comuni e di contenziosi aperti, e per le necessità di approvvigionarsi di carbone acquistando quello della Slesia tedesca, l’Italia si era ben guardata dal dichiarare guerra al II Reich quando aveva aperto le ostilità contro l’Austria-Ungheria il 24 maggio 1915. Era una situazione decisamente anomala quella che si era venuta a determinare nello scontro tra gli imperi centrali e l’Intesa alla quale si era aggregata il regno d’Italia che dal 1882 militava nella Triplice alleanza. Il 28 agosto 1916 l’ultimo velo dell’ipocrisia di quella opportunistica neutralità annacquata veniva a cadere per le pressioni di Francia e Gran Bretagna, che facevano intravedere a Roma, in cambio dell’impegno militare antitedesco, un ruolo paritetico e non più marginale nell’ambito dell’Intesa. Una promozione a potenza sul campo, insomma, che poi era quello che voleva il giovane regno impegnato a completare il processo risorgimentale con Trento, Trieste e le terre irredente ancora nell’impero austriaco.
Il problema della clausola “tutti i nemici” nel Patto di Londra
La Germania era l’elemento muscolare e tecnologico della potenza militare che si opponeva all’Intesa. Era essa il vero pericolo proveniente dagli imperi centrali, e drenava l’impegno franco-britannico (oltre che russo) che si ritrovava di fronte un temibile e numeroso esercito sul modello prussiano, ben addestrato, all’avanguardia in ogni settore, anche scientifico e di industria militare. Quando l’Italia aveva cambiato schieramento nel 1915, la Francia aveva potuto spostare le divisioni dal settore alpino per opporsi più efficacemente all’esercito di Guglielmo II, e la Russia aveva visto indebolirsi le truppe austro-ungariche per la sopraggiunta necessità di coprire il fronte sud sottoposto all’offensiva italiana. Ma questo, appunto, era un aspetto esclusivamente austro-italiano di quel conflitto mondiale, e per le diplomazie di Londra e Parigi occorreva allargare le ostilità anche alla Germania. Non sfuggiva a Roma che l’allineamento reale all’Intesa passava dalla guerra al kaiser, per poter poi far valere tutte le clausole consegnate al Patto di Londra al momento della vittoria e del trattato di pace. All’articolo 2 l’Italia si era impegnata infatti a impiegare tutte le sue risorse contro “tutti i nemici” dell’Intesa, e quindi la Germania non poteva rimanere fuori, col rischio di invalidare le clausole sulle rivendicazioni territoriali.
Gli “atti ostili” per giustificare l’intervento dopo la rottura diplomatica
Il Ministero degli esteri retto da Sidney Sonnino elaborò quindi una serie di “atti ostili” compiuti dai tedeschi che giustificavano l’entrata in guerra dell’Italia: l’assistenza militare all’Austria-Ungheria, non solo con i rifornimenti ma anche con contingenti di unità alpine schierate a rinforzo delle truppe asburgiche e l’appoggio alle unità navali nell’Adriatico; la riconsegna dei prigionieri di guerra evasi dai campi austriaci che erano fuggiti in Germania; le limitazioni che penalizzavano i cittadini e i lavoratori nei Reich. Se buona parte della stampa italiana salutò con favore l’entrata in guerra, che “sanava” una situazione a dir poco strana, quella tedesca non solo rinfocolò la campagna dai toni xenofobi sul tradimento italiano del 1915, ma irrise anche l’inconsistenza dell’esercito regio in quello scontro tra giganti. Ed evidenziò pure acremente la subordinazione dell’Italia agli interessi di Francia e Gran Bretagna.
Le misure e le contromisure immediate
Pochi giorni prima della dichiarazione di guerra l’Italia aveva festeggiato la conquista di Gorizia (il 17 agosto) che si doveva in buona parte all’iniziativa del generale Luigi Capello, il quale aveva messo una prestigiosa vittoria sul tavolo dell’opinione pubblica interna e di quella internazionale. Sonnino, che già era favorevole alla svolta antitedesca, colse l’occasione propizia per inserire la mossa diplomatica in un contesto militare, lo stesso giorno dell’ingresso in guerra dalla parte dell’Intesa della Romania con l’apertura di un altro fronte nei Balcani. Le prime scontate reazioni si ebbero sul fronte economico. Roma e Berlino tagliarono ogni possibile legame commerciale, a partire dalle confische e dal blocco delle forniture, oltre che degli emolumenti (sequestri di stipendi, pensioni, risparmi e rimesse) agli italiani in Germania sottoposti anche a espulsioni, internamento, obblighi di dimora e lavoro coatto; e dall’estromissione dei tedeschi dai grandi capitali delle banche e delle industrie in Italia, oltre alle scontate contromisure come gli espropri di beni immobili. L’entrata in guerra significava l’unitarietà strategica dell’Intesa, con l’impegno simultaneo delle truppe nemiche sui vari fronti senza possibilità di muoverle all’occorrenza nelle aree di crisi, e pure quella dello spostamento dell’Italia nella filiera franco-britannica delle forniture e degli approvvigionamenti.
Alla Conferenza di Parigi come alleata minore e la marginalità delle riparazioni
Nelle prime fasi l’apporto tedesco alla conduzione strategica austriaca, che comunque c’era in piccoli seppur qualificati numeri di ufficiali e soldati, agli inizi fu assai poco avvertito sul fronte alpino. Ma il peso della macchina bellica si sarebbe fatto sentire eccome a fine ottobre 1917, quando l’offensiva imperiale a Caporetto, ideata e guidata dai tedeschi, porterà l’Italia a un passo dal disastro generale e dall’uscita immediata da quel conflitto, sventato dalla resistenza sulla linea del Piave. Di lì a un anno, il 4 novembre 1918, a Vittorio Veneto l’Italia vincerà la “sua” guerra contro la secolare nemica Austria trascinando nel disastro anche la Germania guglielmina che tracollerà l’11. Alla Conferenza di pace di Parigi, nonostante il ruolo formale, l’Italia reciterà il ruolo di alleata minore e Francia e Gran Bretagna scriveranno non solo il trattato, ma decideranno a tavolino il riassetto del mondo, a loro vantaggio, spartendosi anche le colonie degli sconfitti. Il “bel gesto” del ritiro per protesta della delegazione italiana, nella totale indifferenza dei vincitori e dei vinti, e la penosa retromarcia che non salvava neppure la faccia, divenne irrilevante, innescando però in un Paese stravolto dallo sforzo bellico e disarticolato nella già fragile tenuta sociale il mito dannunziano della “vittoria mutilata”. Il ruolo paritario tra alleati e potenze, alla base della dichiarazione di guerra del 28 agosto, si rivelò un’illusione. Della mostruosa cifra risarcitoria dei danni di guerra di 132 miliardi di marchi oro imposta nel 1921 alla Germania, appena un decimo (il 52% alla Francia, il 22% alla Gran Bretagna, l’8% al Belgio) sarà virtualmente assegnato all’Italia, che ne avrà una minima quota in carbone e materiali vari, e con una parte predestinata a saldare i debiti con Londra. La partita, sospesa nel 1932 per la Grande depressione, sarà chiusa solo nel 2010, sancendo con l’azzeramento dei debiti anche le inadempienze che avevano attraversato pure un secondo dopoguerra.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
agi
Source link


