Nel 35° anniversario dell’indipendenza, l’Ucraina ribadisce di volere la pace senza arrendersi alle pretese di Mosca. Mentre i negoziati restano bloccati e gli aiuti dei “volenterosi” tardano a tradursi in impegni concreti, Zelensky deve affrontare la carenza di difese aeree, le accuse di corruzione e le tensioni politiche interne.
Questo lunedì 24 agosto, mentre scriviamo, sono scoccati i quattro anni e mezzo (54 mesi!…) dal presuntuoso avvio della inqualificabile e intollerabile “operazione speciale” dell’orso russo che doveva sottomettere in un batter d’occhio la consorella e matrice Rus’ di Kiev per dare corso all’illusorio ritorno alla Grande Russia. Nella stessa data l’Ucraina, sotto gli innumerevoli colpi quotidiani di missili e droni nemici distruttivi e omicidi, celebra il 35° anniversario della propria indipendenza, pagata già allora a caro prezzo con la rinuncia a quell’arsenale nucleare che avrebbe con ogni probabilità dissuaso il fedifrago (e ladro di bambini) Putin dall’invaderla e lo tratterrebbe tuttora dall’infierire ulteriormente. E sempre nel primo giorno della settimana si tiene a Kiev, con la presenza del presidente del Consiglio europeo Antònio Costa e di alcuni capi di stato, con decine di altri (compresa la nostra presidente Meloni) collegati da remoto, l’ennesima riunione dei “volenterosi” per discutere (anzitempo) delle garanzie di sicurezza e del dispositivo multinazionale per sostenere l’Ucraina dopo l’ipotetico “cessate il fuoco”, che tuttavia appare ancora di là da venire. E’ questa infatti la più desolante circostanza che sembra rendere inutile ogni previsione e ogni prospettiva. In realtà, in quell’incontro emergono anche promesse concrete (ma, per ora, promesse) ed è stato sbandierato un ipotetico piano di pace messo a punto con Usa e Ue che prevede una tregua, una zona franca e il ritiro delle truppe, ma è già stato rifiutato da Putin che torna a proclamare senza deflettere: “Il Donbas è russo”.
I vari e vaghi tentativi di instaurare una qualche forma di negoziato tra i due contendenti (o meglio tra l’invasore e l’aggredito) si sono sempre arenati di fronte alla pretesa dello zar, assurda, inflessibile, irrazionale e contro ogni norma, di ottenere perfino di più di quanto occupato fino ad ora con le armi. Se gli sviluppi degli ultimi mesi hanno fatto emergere una qualche superiorità tattica e strategica di Kiev, che sta infierendo a sua volta in forma mirata ed efficace sulle infrastrutture energetiche e logistiche della Russia, tanto da far ammettere allo stesso capo del Cremlino che, sì, la sua grande e potente nazione sta subendo attacchi che provocano difficoltà economiche (difficile mascherare persino le code ai distributori!…), resta chiaro comunque che la pressoché inesauribile potenza di fuoco del regime moscovita, in tutte le sue articolazioni, convenzionali e non, potrebbe in ogni momento piegare – per quanto anche a proprio rischio – il modesto “ribelle” vicino che non ha accettato i suoi diktat. Era da questa consapevolezza condivisa che partivano (e si moltiplicano) da più parti – Trump (che poi ci ha ripensato) e i nostri russofili compresi (che invece sembrano insistere) – i moniti a Zelensky di cedere al prepotente avversario. Ma il desiderio di libertà che anima la resistenza ucraina, a quanto pare e a quanto si è visto ribadire nel giorno dell’indipendenza, è più potente di questa consapevolezza; e la prova dei fatti – almeno finché si resta a livelli “convenzionali” –, nonostante tutto, sembra darle ragione, continuando a umiliare lo strapotente nemico, anche solo impedendogli di avanzare sensibilmente sul terreno e pungendolo rovinosamente sul vivo nel suo territorio.
Di fronte allo zar redivivo, che ammette i danni all’economia, ma continua a scaricare le colpe sulla “cricca nazista” ucraina e sulle testarde nazioni europee e ora giura vendetta (come se non ne meritasse una ben più atroce per le sue malefatte) al governo di Kiev perché avrebbe aperto il vaso di Pandora – mentre si prepara a far votare anche le regioni annesse illegalmente alle elezioni di settembre per il rinnovo della Duma, dalle quali ha prudentemente escluso Yabloko l’unico partito contrario alla guerra -, Zelensky ha però ora due problemi in più, anzi tre. Prima di tutto l’aggravamento nella carenza di difese aeree, per cui continua a implorare centinaia di Patriot dai volenterosi e dagli Usa (da notare, per i nostri iperpacifisti, che chiede armi difensive, perché quelle “offensive”, droni e missili a lunga gittata compresi – con cui risponde ad attacchi russi, mirando alle raffinerie -, ormai ha imparato a costruirsele da sé, insegnando anche agli altri…). Poi, da qualche tempo ormai, ma sempre più incalzante, le accuse di corruzione contro persone a lui troppo vicine (e questo potrebbe rivelarsi, invece – per restare nei simboli -, una letale matrioska…).
Infine la richiesta di elezioni da parte del “licenziato” ministro della difesa Mykhailo Fedorov che, pur consapevole che la Costituzione ucraina le vieta sotto la legge marziale, ha gettato benzina sul fuoco delle proteste popolari per la sua defenestrazione. Non diminuisce, almeno da parte nostra, la stima e l’ammirazione per come il capo del governo ucraino sta portando avanti questa titanica impresa; ma certamente, se non gli vengono in aiuto in maniera più determinante e non solo “verbale” i benevoli “volenterosi”, sarà ben difficile, in questa situazione – mentre il Cremlino sta già organizzandosi per una mobilitazione soft che porti circa 300.000 uomini al fronte (addirittura – si teme – aprendone uno nuovo a Kaliningrad per accaparrarsi il corridoio di Suwalki), passare un altro inverno, che, ahimè, potrebbe essere l’ultimo di un’Ucraina libera, sovrane e, almeno intenzionalmente, integra. Ma chi potrebbe dare torto al capo di Kiev che proclama da sempre, ancor più nel giorno dell’indipendenza: «L’Ucraina vuole assolutamente la pace, ma non è pronta semplicemente ad arrendersi»?
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