Un immenso materiale d’archivio, i tanti servizi giornalistici locali e nazionali, l’incredibile e terribile incidente probatorio nel garage, con il fantoccio della vittima e la sciarpa grunge arma del delitto, che inchiodò alle loro responsabilità le due assassine, il dolore indicibile della madre. E ancora, le ricostruzioni di chi fu protagonista della vicenda dai banchi della difesa e dell’accusa, fino agli uomini e alle donne della polizia giudiziaria.
È tante cose il docufilm di Luciano Toriello, “Migliori Amiche”, prodotto da Nico De Bellis di HGV, con la produzione artistica e la distribuzione di Alessandro Piva, che riporta alla luce uno dei delitti che più sconvolsero la Capitanata: l’omicidio di Nadia Roccia, avvenuto a Castelluccio dei Sauri il 14 marzo 1998.
Ad ucciderla furono Annamaria Botticelli e Mariena Sica, sue compagne di scuola nell’allora V D del Liceo Psicopedagogico Poerio e, almeno all’apparenza, sue inseparabili amiche.
Un’intera generazione di adolescenti foggiani, alla fine degli anni Novanta, fu sconvolta da quell’assassinio feroce e inspiegabile. Un delitto che, ancora oggi, continua a restare avvolto nel mistero di un movente mai davvero chiarito e riconosciuto.
L’anteprima nazionale all’Altrocinema Cicolella, alla presenza del regista, dei due produttori, della sindaca Maria Aida Episcopo – che all’epoca era vicepreside e giovane docente di Psicologia e Filosofia proprio della V D – e di alcuni degli intervistati, è stata un grande successo.
E non è escluso che “Migliori Amiche” possa rappresentare solo una prima tappa di un progetto più ampio, fino a trasformarsi in una serie crime, sulla scia di altri grandi racconti televisivi dedicati alla cronaca italiana, come quello di Avetrana e dell’omicidio di Sarah Scazzi.
Prima della proiezione, Nico De Bellis ha spiegato il senso dell’operazione. HGV Italia, realtà che opera da circa quarant’anni e si occupa principalmente di musei, ha progressivamente investito anche nel settore audiovisivo. “Luciano Toriello ha fatto un lavoro quasi da raccoglitore di video e, quando ho capito la mole di prezioso materiale che aveva recuperato, abbiamo compreso che c’era qualcosa di importante su cui lavorare”. Il docufilm, dunque, rappresenta una tappa di un progetto che potrebbe essere sviluppato “in maniera più corposa e importante”.
Uno dei passaggi più atroci è stato affidato all’avvocato Billa Consiglio, legale dei Roccia, che riprende una frase pronunciata dalla leader nera della coppia omicidiaria, Annamaria Botticelli durante quelle drammatiche ore: “Quella bastarda non vuole morire”.
Come contraltare il parere di Gianluca Ursitti, giovane avvocato di Botticelli, che respinge ancora oggi l’idea di una assassina manipolatrice, capace di plagiare l’amica, una ragazza “bella e dannata”, dal ruolo di Medusa.
Sullo sfondo la vita delle tre ragazze e i possibili moventi. Una modernità abortita dentro un piccolo paese di provincia. Dal viaggio in Canada fallito ai riti satanici.
Il docufilm è, soprattutto, un lungo lavoro di ricostruzione e restituzione. Un tentativo di tornare su una storia che, a distanza di 28 anni, continua a non abbandonare chi l’ha vissuta in prima persona.
“Questo caso non mi abbandonerà mai – racconta la poliziotta Rita Montrone, ricordando quel 14 marzo 1998 – perché è come se fosse Nadia a chiedere di non essere dimenticata”.
Per Billa Consiglio, il dolore provocato da quell’omicidio fu incontenibile. “Ci furono una rabbia e un dolore enormi. Il paese ha sofferto. Quando si parla di Castelluccio, però, si finisce per responsabilizzare un’intera comunità, che negli anni si è anche dovuta difendere”.
E poi c’è il titolo del docufilm, “Migliori Amiche”, che assume oggi un significato quasi amaro. “Non erano migliori amiche. Dobbiamo imparare a conoscere le persone, a fidarci soltanto quando abbiamo assoluta certezza”, riflette il legale. Consiglio aveva conosciuto Nadia Roccia un anno prima dei fatti, accompagnando una sua zia. “Era una ragazza diligente, bravissima, educata. Non riesco ancora a capire perché si possa arrivare a uccidere una persona così perbene. Nadia non aveva assolutamente nulla di particolare contro nessuno ed è morta”.
Ciò che è rimasto, soprattutto, è “l’insoddisfazione per non aver capito il motivo di un gesto così estremo. Il rimpianto è non avere capito perché. Non è una consolazione. In tutti noi alberga il desiderio di capire e questo delitto non riusciamo a metabolizzarlo proprio perché non riusciamo a comprenderlo”.
Anche l’ipotesi di un possibile movente legato all’omosessualità fu presa in considerazione nel corso delle indagini e del processo. “Ma nessuno è mai riuscito a provare”.
Per Alessandro Piva, produttore creativo del docufilm, la distanza temporale consente oggi di guardare alla vicenda con un approccio diverso. “Far sedimentare le storie di cronaca, dopo 28 anni, ci consente di scarnificarle. Ma non ci pare di arrivare mai davvero al punto: il movente”.
Ed è proprio qui uno degli elementi centrali del film. “Il docufilm parla chiaro: il movente è nella sua esilità, quasi nel suo nulla”. Si è spesso utilizzata in questi anni e anche nel corso della proiezione e del docufilm da parte dell’allora gip Diella la nota locuzione di Hannah Arendt “la banalità del male”.
Sul fondo della tragedia resta anche il contrasto tra due mondi: da una parte il paese, Castelluccio, con la sua dimensione più chiusa; dall’altra Foggia, la “grande” città vista con gli occhi di chi arrivava da una piccola comunità. “Due visioni del mondo, forse, e un contrasto che può aver contribuito a generare questa tragedia”.
Le storie di cronaca che restano nella memoria sono spesso quelle capaci di produrre continui colpi di scena. Ma in “Migliori Amiche” restano soprattutto alcune domande inquietanti: il motivo della tragedia, il dolore di una madre che non riesce ancora a capacitarsi e che continua a parlare con la figlia, e anche la deriva di un’informazione che, in alcuni momenti, rischia di cannibalizzare i fatti e di creare continuamente nuove notizie.
Piva, che insieme al montatore Alessandro Cardone ha lavorato alla ricostruzione della vicenda, parla di una vera e propria “discesa agli inferi”. Un ruolo diverso dal solito il suo, dentro e fuori contemporaneamente dal progetto, che gli ha consentito forse di guardare a quella storia con un po’ più di distacco.
“È assurdo tutto quello che è successo. Ma raccontare serve anche a questo: a innescare degli alert, a far scattare dei segnali di attenzione. È stata un’esplosione lampante. Non possiamo pretendere che le famiglie abbiano sempre gli strumenti per comprendere e intercettare determinati segnali”.
A quasi tre decenni da quel 14 marzo 1998, il delitto di Nadia Roccia continua dunque a interrogare una comunità intera. E il docufilm di Luciano Toriello torna dentro quella storia per impedire che Nadia venga dimenticata.
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Antonella Soccio
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