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di Massimo Mastruzzo

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Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha ragione su un punto: il Fondo nazionale per il sistema integrato 0-6 non viene complessivamente tagliato. Anzi, secondo quanto precisato dallo stesso Ministero, la dotazione passa dai circa 275,7 milioni di euro del 2025 ai 288,8 milioni previsti per il 2026, con ulteriori incrementi annunciati per il 2027 e il 2028.
Ma questa precisazione non risponde alla questione sollevata dal Movimento per l’Equità Territoriale.
Perché il problema non è soltanto quanto denaro viene messo nel Fondo. È soprattutto come quel denaro viene distribuito.
Ed è proprio qui che il nuovo Piano nazionale 0-6 per il periodo 2026-2030 solleva interrogativi ai quali il Governo dovrebbe rispondere prima che il provvedimento venga definito in Conferenza Unificata.

Il punto non è quanto, ma come

Nel nuovo schema di riparto viene modificato il peso dei diversi criteri di assegnazione delle risorse. Secondo lo schema del Piano 2026-2030 alla base delle contestazioni di questi giorni, la quota destinata alla perequazione territoriale scende dal 20% al 10%, mentre quella collegata agli utenti dei servizi già attivati aumenta dal 40% al 50%. Nella sua replica il Ministero contesta il presunto taglio complessivo del Fondo, ma non smentisce esplicitamente queste percentuali. Lo stesso MIM riconosce invece che la maggiore valorizzazione del criterio legato agli utenti dei servizi educativi già attivati determina una variazione nella distribuzione delle risorse di circa 29 milioni di euro. E qui sta il nodo. Aumentare il Fondo e cambiare il modo di distribuirlo sono due cose diverse. Un Fondo può crescere complessivamente e, nello stesso tempo, modificare profondamente la distribuzione delle risorse tra territori. È dunque necessario guardare non soltanto alla dimensione della torta, ma a come viene divisa.

La perequazione serve a chi parte indietro

La logica della perequazione è semplice. Se un territorio dispone già di una rete capillare di servizi, può contare su un numero maggiore di strutture e, inevitabilmente, di utenti. Un territorio nel quale, invece, i servizi sono insufficienti parte da una condizione completamente diversa. È proprio per questo che il precedente sistema prevedeva una componente perequativa: per compensare le differenze territoriali e consentire ai territori più svantaggiati di avvicinarsi alla media nazionale. Nel riparto 2025, il 20% delle risorse veniva assegnato attraverso un criterio collegato proprio alla distanza dalla media nazionale nell’offerta di servizi per la prima infanzia. E i numeri fotografavano una situazione ancora profondamente diseguale. Nel calcolo utilizzato per il riparto 2025, la copertura risultava pari all’11% in Campania, all’11,9% in Calabria e al 12,5% in Sicilia, contro una media nazionale utilizzata per il calcolo del 27,2%. Non sono percentuali elaborate dal MET. Sono i dati sulla base dei quali lo Stato ha riconosciuto la necessità di un intervento perequativo.

E allora la domanda diventa inevitabile: se il divario territoriale esiste ancora, perché ridurre proprio la componente destinata a compensarlo?

Il paradosso: premiare chi ha già i servizi?

Il nuovo criterio attribuisce maggiore peso agli utenti dei servizi già attivati. È comprensibile che chi sostiene una spesa maggiore per garantire il funzionamento dei servizi chieda di essere adeguatamente finanziato. Ma spesa sostenuta e bisogno di servizi non sono la stessa cosa. Un Comune che gestisce mille posti nido sostiene una spesa maggiore di un Comune che ne gestisce duecento. Ma questo non significa necessariamente che il secondo abbia meno bisogno di risorse. Potrebbe significare esattamente il contrario: che non ha ancora avuto la capacità finanziaria necessaria per costruire e mantenere un’offerta adeguata. Ed è qui che emerge il rischio denunciato dal MET.

Se per ottenere una quota maggiore delle risorse si attribuisce più peso al numero degli utenti già serviti, il territorio che parte avanti rischia di consolidare il proprio vantaggio. Quello che parte indietro, invece, rischia di essere penalizzato proprio perché dispone di pochi servizi, pochi posti e, conseguentemente, pochi utenti da conteggiare. Prima è svantaggiato perché ha meno servizi. Poi rischia di esserlo nuovamente perché, avendo meno servizi, ha meno utenti da utilizzare come parametro di riparto. È questo il cortocircuito che il Governo deve spiegare.

Il problema riguarda soprattutto il Mezzogiorno

Nel precedente riparto la componente perequativa interessava Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Non è quindi una costruzione politica del MET. Sono territori che lo stesso meccanismo nazionale aveva individuato come bisognosi di un intervento correttivo rispetto alla media. E tra questi, alcune grandi Regioni meridionali presentavano livelli di copertura particolarmente bassi. La domanda diventa quindi concreta: che cosa succederà a Campania, Calabria, Sicilia e Puglia con il nuovo sistema? Quanto perderanno sulla componente perequativa? E soprattutto: il maggiore peso attribuito al criterio degli utenti compenserà quella riduzione oppure determinerà, anche sul saldo complessivo, una perdita di risorse? Sono proprio queste le cifre che devono essere rese pubbliche.

Le contestazioni non arrivano soltanto dal Sud

C’è un elemento che dimostra quanto sarebbe sbagliato ridurre tutta la questione a una semplice contrapposizione geografica. Anche la Regione Veneto ha contestato i criteri del nuovo Piano, sebbene per una ragione differente da quella perequativa sollevata dal MET. La Regione ha denunciato il modo in cui vengono conteggiati gli utenti dei servizi 0-3 e, sulla base di un dossier FISM, ha quantificato in circa 28,5 milioni di euro nel quinquennio 2026-2030 il minore trasferimento che deriverebbe dal criterio contestato. È una questione diversa, ma dimostra una cosa importante: la nuova formula produce effetti territoriali che devono essere conosciuti prima della sua approvazione. Non si tratta dunque di costruire una guerra tra Nord e Sud. Si tratta di stabilire se i criteri utilizzati per distribuire risorse pubbliche siano realmente capaci di garantire equità.

Dov’è la tabella?

Ed eccoci alla domanda centrale che il Movimento per l’Equità Territoriale rivolge al Ministero. Il Governo sostiene che il nuovo meccanismo sia più efficace e sottolinea, correttamente, che il Fondo dispone complessivamente di maggiori risorse. Bene. Allora pubblichi la simulazione completa del nuovo riparto. Regione per Regione. Euro per euro. Confrontando il vecchio sistema con quello nuovo. Vogliamo sapere quanto riceveva ciascuna Regione con il precedente criterio e quanto riceverebbe con quello nuovo; quanto vale concretamente la riduzione della componente perequativa; quanto pesa l’aumento del criterio degli utenti; quali Regioni guadagnano e quali perdono. E soprattutto vogliamo conoscere l’effetto sulle Regioni che presentano ancora i maggiori divari nell’offerta dei servizi per la prima infanzia. Non è una richiesta propagandistica. È una richiesta di trasparenza sull’utilizzo di risorse pubbliche. E al Ministero poniamo anche due domande ancora più semplici. Il MIM smentisce che nello schema attualmente in discussione la quota perequativa passi dal 20% al 10%? Se la risposta è sì, indichi pubblicamente quale percentuale è prevista.

E ancora: se i circa 29 milioni di maggiore valorizzazione del criterio degli utenti indicati dallo stesso Ministero non derivano dalla riduzione della componente perequativa, da quale altra componente del Fondo vengono ricavati? Sono domande alle quali è possibile rispondere con numeri, non con dichiarazioni politiche.

Se il nuovo sistema è più equo, mostrateci i numeri

C’è una ragione molto semplice per cui questa richiesta dovrebbe essere accolta. Se la nuova formula è realmente più equa, i suoi effetti dovrebbero dimostrarlo. Il Governo pubblichi quindi la simulazione e dimostri che il nuovo sistema riduce i divari. In quel caso il MET ne prenderà atto. Ma se i numeri dovessero dimostrare che un territorio riceve meno risorse proprio perché dispone di meno servizi e quindi di meno utenti già serviti, allora sarebbe confermato il problema denunciato dal Movimento. La discussione può essere risolta dai numeri. Per questo è fondamentale che quei numeri siano disponibili prima, e non dopo, l’approvazione del Piano.

Il Governo dice che il Fondo non serve ad aprire nidi. Ma allora…

Nella sua replica il Ministero sostiene inoltre che il Fondo 0-6 non nasce con l’obiettivo specifico di «aprire nidi dove mancano», distinguendolo correttamente dal Fondo speciale per l’equità del livello dei servizi, ma finanzia, tra le altre finalità, la gestione dei servizi e la qualità dell’offerta educativa. È una precisazione che non risolve il problema. Perché allora il precedente sistema prevedeva una componente perequativa legata proprio alla distanza dalla media nazionale dell’offerta? E soprattutto: se i divari territoriali continuano a essere così profondi, come può essere giustificato l’indebolimento dello strumento specificamente destinato a compensarli? Il fatto che il PNRR abbia consentito di aumentare l’offerta nazionale non significa automaticamente che il divario territoriale sia stato cancellato.
Una media nazionale più alta non può nascondere differenze territoriali ancora enormi.

Il rischio di riprodurre la logica della spesa storica

Questa vicenda tocca una questione più generale che il Movimento per l’Equità Territoriale denuncia da anni. Quando si distribuiscono risorse pubbliche attribuendo un peso crescente ai servizi già esistenti e alle spese già sostenute, si rischia di riprodurre una dinamica analoga a quella della spesa storica: fotografare le disuguaglianze invece di correggerle. Chi ha avuto più servizi può dimostrare una maggiore spesa. Chi ha avuto meno servizi può dimostrare una minore spesa. Ma se il secondo territorio finisce per ricevere meno proprio perché in passato ha avuto meno servizi, la disuguaglianza rischia di diventare strutturale. È esattamente il meccanismo contro il quale dovrebbe agire una vera perequazione.

ANCI e Regioni: chi ha chiesto cosa?

C’è poi un ulteriore punto sul quale serve trasparenza. Il Ministero afferma che la revisione dei criteri nasce anche da una richiesta di ANCI e del Coordinamento delle Regioni, finalizzata a rapportare maggiormente le risorse alle spese effettivamente sostenute per l’offerta dei servizi. Bene. Quali proposte sono state formalmente presentate? E quale posizione hanno assunto Campania, Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Abruzzo, cioè le Regioni interessate dalla componente perequativa nel precedente riparto? Anche questi documenti devono essere resi pubblici. Perché la responsabilità di una scelta che incide sull’equilibrio territoriale non può essere diluita dietro una generica formula come «lo hanno chiesto Regioni e Comuni». I cittadini hanno diritto di sapere chi ha proposto cosa e quali effetti siano stati valutati.

La partita non è ancora chiusa

C’è infine un elemento decisivo. Lo stesso Ministero ha precisato che il Piano è ancora in fase istruttoria, elaborato da un gruppo tecnico composto da rappresentanti del MIM, del Coordinamento delle Regioni e di ANCI, e che i suoi contenuti potranno essere definiti soltanto in sede di Conferenza Unificata. Dunque la partita non è conclusa. Ed è proprio questo il momento nel quale Regioni, Comuni e ANCI devono assumersi le proprie responsabilità. Il MET rivolge quindi un appello ai presidenti delle Regioni e ai sindaci, in particolare a quelli dei territori meridionali: non accettate un nuovo criterio di riparto senza conoscere prima i suoi effetti concreti sui vostri territori.

Gli asili nido non possono essere un premio per chi li ha già

Per il Movimento per l’Equità Territoriale il principio è semplice. Un territorio non può essere penalizzato perché è povero di servizi e poi essere chiamato a dimostrare di avere molti utenti per ottenere le risorse necessarie a svilupparli. Gli asili nido non sono un premio da assegnare ai territori che hanno già avuto la possibilità di costruire una rete di servizi. Sono un diritto dei bambini, un sostegno alle famiglie, uno strumento fondamentale per l’occupazione femminile e una delle infrastrutture sociali più importanti per contrastare la denatalità. Un bambino che vive in una Regione dove il nido c’è non può valere di più, ai fini della distribuzione delle risorse pubbliche, di un bambino che vive in un territorio dove il nido ancora non c’è. Anzi: proprio perché quel servizio manca, quel territorio deve avere la possibilità di recuperare il divario. Il Governo dice che il Fondo aumenta. Il MET gli chiede di dimostrare che aumenta anche l’equità. La strada è semplice: pubblicare la simulazione Regione per Regione e rendere trasparenti gli effetti del nuovo riparto prima dell’intesa in Conferenza Unificata.

Perché sui servizi essenziali non basta dire che ci sono più soldi. Bisogna spiegare dove vanno.

 

*Direttivo nazionale MET – Movimento Equità Territoriale

 

 

(28 agosto 2026)

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