Bologna, 28 agosto 2026 – Un brogliaccio che salva dall’oblio storie di un tempo lontano, il grido di una ragazza che passa in bicicletta, una caldissima giornata estiva. Bastano questi ingredienti perché dalla penna di Francesco Guccini sgorghi un racconto luminoso e sognante come certi ricordi di giovinezza. Si intiola ’Calde le pere. Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla’ ed è il romanzo postumo di Francesco Guccini pubblicato da Giunti Editore.

Un po’ salace, boccaccesca, nella più pura tradizione della novellistica italiana, un po’, al contrario, quasi lieve, seppiata dalla patina di tenerezza e nostalgia appóstavi dal tempo passato, questa storia è ricca di echi, perché, risalendo dentro un passato ancora più remoto, evoca addirittura i miti pagani della tradizione classica. Sembra quasi scritta da un Virgilio più audace o da un Ovidio più pudico. Il lettore si divertirà a leggere questo malizioso quadretto pieno di sensualità d’antan almeno quanto si sarà divertito Guccini a recuperare dalle acque del Reno italico questa piccola gemma. “Ma perché calde? Uno le può immaginare soffici, morbide, carezzevoli, al limite tiepide, ma non calde. Dobbiamo allora tentare un’altra spiegazione”.

L’ultima dichiarazione di Francesco Guccini 

“’Calde le pere’ è nato da un brogliaccio di cui mi ha parlato un mio amico, che ne ricavò anche uno spettacolo di cabaret. Le due storie che mi ha raccontato, quella della ragazza in bicicletta e quella della fanciulla illibata che rimane incinta facendo il bagno nel Reno, mi hanno molto affascinato. Casalecchio sul Reno era allora il Lido di Bologna, con oltre diecimila presenze al giorno d’estate, tanto che dagli anni Trenta ai Cinquanta venivano stampate delle cartoline dove si vede che la chiusa sul Reno che aveva creato un ampio bacino balneabile. Il libro parte come partiva Vola Golondrina, l’ultimo giallo che ho scritto con Loriano Macchiavelli: lì c’era il passaggio di un motociclista misterioso che distribuiva dei volantini; qui invece c’è una ragazza in bicicletta, evidentemente una prostituta – figura speculare a quella della maîtresse che alla fine di questo libro veste i panni di una ginecologa ante litteram. Ho sempre amato lo scaturire della narrazione da un evento scatenante, o dall’irruzione di un deus ex machina, quasi un colpo di teatro. Come in diversi altri miei romanzi ho poi suddiviso il libro in quadri, dando loro un titolo e una didascalia ironica come avrebbero fatto alcuni dei miei autori più amati, da Sterne a Jerome”.

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“Nel racconto c’è anche un omaggio a Pavana, quando mi abbandono all’immaginazione poetica della brezza che dalla sorgente del Reno sull’Appennino pistoiese spira attraverso boschi e prati: lì ho voluto nominare erbe, fiori e frutti con gli stessi termini pavanesi che si ritrovano nelle Cronache epafàniche e in Tralummescuro, perché le parole sono importanti e il loro suono è quello con cui abbiamo imparato ad amare le cose. È importante per me conservare le parole del dialetto, salvare tutti quei nomi. Il Reno, poi, è il fiume della mia vita, che ho fatto protagonista di tante mie canzoni, ma che in realtà come il Danubio di Claudio Magris nasce dallo sgocciolare di un rubinetto sull’Appennino. In queste pagine ho voluto ricordare anche le sue vicende epiche, domandarmi se sia mai esistita una ’marineria’ del Reno… Se ci penso, è l’altro asse che incrocia quello della Via Emilia: forse, disteso in quel fiume, con la testa tra i prati di Pavana, i piedi verso Modena e Bologna, le braccia ad abbracciare i boschi, ci sono anche io”.

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L’incipit completo del libro del Maestrone

“Qualche tempo fa un nostro amico, abile giornalista, attore, animatore televisivo e arguto cabarettista ricevette, forse proprio per i motivi suddetti, un fascicolo che chiameremo d’ora in poi Brogliaccio: un insieme raffazzonato, e parzialmente rilegato alla bell’e meglio, di fogli dattiloscritti, ciclostilati, fotocopiati e corredati da interviste varie, che aveva come principale argomento salaci storie accadute nelle case di tolleranza e dintorni della Bologna che fu. L’ autore di questo curioso Brogliaccio, che anonimo non è, perché l’uomo si sarebbe presentato con nome e cognome, volendo forse ricavare dal suo paziente lavoro di ricerca o un regolare libro o un qualche tipo di spettacolo, è misteriosamente scomparso: di lui non si sa più niente, per quante ricerche, anche se non circonstanziate, siano state fatte. Di lui, di questo semisconosciuto e appassionato compilatore, ci restano il Brogliaccio, preziosa per quanto disordinata antologia bordellesca e un folgorante titolo: Calde le pere! “Calde le pere!?” Il sibillino titolo, secondo una carta del Brogliaccio, sarebbe dovuto a un curioso episodio. Ignoriamo con esattezza quando, ma sembra che una prostituta, che immaginiamo di non più giovane età, circolasse, forse preda di svariate bevande alcoliche, pedalando in bicicletta fra “l’obliqua furia dei carri” (come dice il poeta), sciamannata e semidiscinta, mostrando da una corta sottanella che non indossava mutande di sorta e (i piedi sul manubrio) cosce non più con la rotondità piena del fiore degli anni, urlando a gran voce la suddetta oscura frase: “Calde le pere!”.

Il testamento del ‘Maestrone’. Esce oggi l’ultimo libro di Francesco Guccini: ‘Calde le pere’. “Il Reno è il fiume della mia vita”

L’ esclamazione, lo abbiamo anticipato, è di difficile interpretazione. Se ci concentriamo sul sostantivo, pere, la prima immagine che viene alla mente è quella di una voce popolare che si riferisce al seno femminile […]. Ma perché calde? Uno le può immaginare soffici, morbide, carezzevoli, tiepide, ma non calde. Dobbiamo allora tentare un’altra spiegazione. In tempi ancora analogici nei quali abbiamo trascorso la nostra giovinezza, e non maledettamente digitali come quelli che viviamo, ci aspettavano, all’uscita delle scuole, industriosi piccoli casalinghi artigiani che offrivano a noi studenti, vessati da ore di tortura degli allora ringhiosi docenti, il conforto di modesti ma saporosi prodotti di ingegnosa manifattura autarchica, quali stecchini in cui erano infilzate fettine di mela sobriamente (molto sobriamente) ricoperte di zucchero caramellato oppure, a Bologna, le mistocchine, vale a dire dei dolcetti, preparati con farina di castagne pressata in apposite formine, che venivano cotti nel forno della stufa economica. È che allora la farina di castagne costava poco, e le castagne erano purtroppo il cibo principale delle genti di montagna. Oggi la faticosa trafila della castagnicultura è quasi abbandonata, e questo fa sì che la farina di castagne sia quasi introvabile, più rara e costosa dell’oro. Meno avidi dei venditori di caldarroste erano quei modesti predecessori dello street food che stazionavano, anch’essi, davanti alle nostre scuole e non solo. Alcuni di loro, di grande ingegno e di notevole achievement, si presentavano reggendo piccoli vassoi sui quali torreggiavano alcuni esemplari di pere, cotte a volte nel vino, a volte nel burro e zucchero. L’ invitante grido di costoro era, se non ci sbagliamo: “Calde, le pere!”. Resta il mistero del perché questa non più giovane peripatetica, compiendo pericolosi virtuosismi ciclistici, sentisse il bisogno di fare suo il grido dei peracottari. Forse l’urlo della donna conteneva un sottile doppiosenso erotico, una profferta oscena e autopropagandistica. L’ amico che ha ricevuto il raffazzonato Brogliaccio ci ha poi segnalato, fra le tante casualmente assortite vicende della, diciamo così, raccolta, una storia che con le case di tolleranza non ha quasi niente a che fare se non di striscio, se non nella singola, volatile e quasi irrilevante, apparizione del finale. È una vicenda inverosimile, assurda, irreale più che surreale. Non ne conosciamo quasi i protagonisti. Si tratta di una modesta famigliola di cui non sappiamo nemmeno i nomi dei componenti, solo quello della figlia: Lisa o Lisetta, una ragazza eterea, quantomai pura, l’emblema della castità e della verginità”. (Copyright di Giunti Editore S.p.A).


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