“La comunità cristiana è chiamata a essere una madre che genera ma vive anche una responsabilità perché non si genera per una sorta di automatismo, si genera se si vive”: lo dice al Sir il presidente del Cal e della Commissione episcopale per la liturgia, tracciando un bilancio

(Foto Cal)

“Una Chiesa che genera. Liturgia e Iniziazione cristiana”: è il tema sul quale si è riflettuto, dal 24 al 27 agosto, in occasione della 76ª Settimana liturgica nazionale, promossa dal Centro di azione liturgica (Cal). L’iniziativa, ospitata dall’arcidiocesi di Catania, si è inserita nel percorso di riflessione avviato dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia sul rinnovamento dei percorsi di iniziazione cristiana. A conclusione della Settimana è stato annunciato che la 77ª edizione si terrà nella diocesi di Albano, dal 23 al 26 agosto 2027. Mons. Claudio Maniago, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, presidente del Cal e della Commissione episcopale per la Liturgia della Cei, offre al Sir un bilancio della Settimana 2026.

(Foto Ucs diocesi di Catania)

C’è un legame forte tra liturgia e iniziazione cristiana?
Sì, il legame nasce dal fatto che l’iniziazione cristiana, cioè l’iniziazione alla vita cristiana, così come ci è consegnata dalla tradizione apostolica, quindi dalla fonte potremmo dire, è legata evidentemente a dei riti che traggono dai gesti e dalle parole di Gesù la loro forma e anche la loro forza, parliamo dei sacramenti. Dunque, è evidente che non si può parlare di iniziazione cristiana senza parlare di liturgia, anche se, naturalmente, la liturgia non è il tutto dell’iniziazione cristiana, perché essa prevede dei cammini di preparazione e di formazione che nascono da quel suscitare la fede nel cuore di una persona – quello lo fa sicuramente il Signore attraverso mille strumenti – e dall’iniziare questo percorso in cui con gradualità si entra nel popolo di Dio e se ne diventa pietra viva.

Eccellenza, cosa significa essere una Chiesa capace di generare alla fede oggi in una società secolarizzata?
Significa essere una comunità che vive la vita cristiana, perché in fondo il grembo, da cui si generano nuove vite cristiane, è proprio una comunità che crede, una comunità che ascolta la Parola di Dio, una comunità che vive la Parola di Dio, una comunità che celebra la Parola di Dio, una comunità che vive la carità secondo gli Atti degli apostoli, che sa vivere questa fraternità, questo spezzare il pane insieme. Oggi è giusto interrogarsi perché diventa anche una sorta di cartina di tornasole il modo di vivere di una comunità: se una comunità cristiana non sa essere capace di trasmettere le cose belle che vive e che la fanno essere una comunità cristiana – è il Signore che la plasma come comunità cristiana -, è chiaro che deve in qualche modo restaurare o rivitalizzare quelle che sono le dinamiche più profonde della sua vita.

La comunità cristiana è chiamata a essere una madre che genera ma vive anche una responsabilità perché non si genera per una sorta di automatismo, si genera se si vive.

È necessario un cambiamento di mentalità pastorale per percorsi di iniziazione cristiana adatti al tempo di oggi?
Intanto, credo che sia importante avere un sereno ma chiaro giudizio anche critico verso i percorsi che sono stati offerti finora, che non sono sbagliati in sé ma sono certamente legati a contesti ormai cambiati, per cui, per esempio, proporre cammini di formazione che abbiano come struttura e ispirazione qualcosa di scolastico oggi risulta essere veramente stonato e insufficiente. Oggi è molto più necessario offrire dei cammini che siano un’autentica esperienza di cammino di carattere apostolico, cammini in cui si faccia esperienza di vita fraterna, dove si possa imparare a esercitare insieme la carità, dove si impari a pregare, dove si impari anche a celebrare.

Servono percorsi che siano molto meno intellettuali e molto più esperienziali.

Cosa rischiamo di perdere nell’educazione alla fede se vengono vissute separatamente l’iniziazione cristiana e la liturgia, la catechesi e la liturgia?
Il rischio è che la persona che ha fatto un percorso di iniziazione cristiana non veda una delle caratteristiche della sua vita, il celebrare come popolo di Dio con il Signore e tra fratelli, come un punto di riferimento importante, per cui magari c’è il rischio di iniziare persone che poi perdono subito il desiderio e l’impegno per la messa domenicale, oppure di pensare che la vita cristiana sia semplicemente salvaguardare la propria vita, invece di metterla a frutto e di rispondere a una vocazione che vede la persona coinvolta, esattamente come si fa nella messa con altri fratelli e sorelle, nello spezzare il pane e nel diventare pane spezzato.

Tante volte, oggi per i bambini la prima comunione è anche l’ultima, perché non partecipano più alla messa domenicale…
Il contesto è diverso: sono cambiate anche le famiglie, è cambiata la società. Dietro ai ragazzi che si trovano a vivere i percorsi di iniziazione cristiana non ci sono più delle famiglie che li sostengono. In fondo, il percorso di formazione una volta incominciava in famiglia, dove se ne viveva una bella parte, ed era lì che si custodiva anche il percorso di fede di un fanciullo. Adesso le famiglie spesso portano i figli a fare la prima comunione, però i genitori stessi non hanno una consapevolezza di quella che è una vera, autentica vita cristiana che ha quindi nell’appuntamento domenicale, nel giorno del Signore che va celebrato in fraternità, un punto di riferimento. Questo vuol dire, allora, che tutto è fallimentare? Assolutamente no: ecco perché la Settimana liturgica è preziosa, perché aiuta a riflettere i partecipanti – sacerdoti, seminaristi, catechisti, persone che vivono e animano le comunità – a rendersi conto che non si può dare nulla per scontato, ma bisogna cercare di rendere sempre più la vita delle nostre comunità una vita vera, una vita veramente cristiana e quindi celebrazioni che siano veramente cristiane, cioè veramente e autenticamente celebrazioni secondo lo Spirito, che è quello che il Santo Padre tra l’altro ci ha ricordato proprio nelle catechesi in questi ultimi mercoledì.

Nei lavori di gruppo, parlando di una Chiesa che genera, avete affrontato gli aspetti riguardanti la famiglia, la catechesi, la carità e i giovani: cosa è emerso?

Restando il focus sempre l’iniziazione cristiana, abbiamo condiviso quanto oggi le famiglie per certi aspetti siano un punto dolente nel cammino dell’iniziazione cristiana,

proprio perché non si può più contare forse come in altri tempi in questo cammino che già famiglia si compie, in una trasmissione della fede in qualche modo già offerta in famiglia, come dicevamo prima. In positivo abbiamo visto come i cammini di iniziazione cristiana si possano fare adesso, anzi debbano essere offerti non solo ai ragazzi, ai bambini, ai figli, ma anche alle famiglie stesse, in modo da coinvolgerle in una presa di coscienza e in una crescita, una maturazione delle famiglie stesse. Lo stesso vale per i giovani: non ci siamo concentrati sul ritornello un po’ stanco: “Ma come si fa a far diventare la liturgia più attraente per i giovani?”, che è un cortocircuito in cui non bisogna cadere perché contiene delle premesse un po’ fasulle. Invece in un momento in cui aumentano, anche nelle nostre Chiese in Italia, giovani che non sono battezzati e che chiedono quindi l’iniziazione cristiana, bisogna proporre a questi giovani cose autentiche, quindi anche una liturgia che ha un suo linguaggio ma che mostri pure quello che è il suo splendore, quindi liturgie curate, attente, celebrate in modo che possano essere davvero strumenti importanti perché chi si avvicina alla Chiesa possa comprendere anche qual è il luogo privilegiato di incontro con il Signore.

Qual è il bilancio di questa Settimana liturgica 2026?
Direi un bilancio positivo, avendo sentito anche la testimonianza di chi ha partecipato, che si è sentito coinvolto, non è stato un convegno in cui si è ascoltato e per fare poi le proprie considerazioni, ma attraverso i lavori di gruppo e nella struttura stessa della Settimana, nei momenti celebrativi, tutti ci siamo un po’ messi in gioco, dai relatori ai partecipanti, quindi è stato anche un bel momento di Chiesa, questo mi sembra di poter dire, per chi l’ha vissuto e spero, come testimonianza al ritorno a casa dei partecipanti, anche per le diocesi che in qualche modo li hanno inviati. Sul tema specifico affrontato nella Settimana gli interventi sono stati di assoluto valore, perché ci hanno aiutato ad analizzare la questione dell’iniziazione cristiana di cui tutti sapevamo la fragilità, soprattutto già nel Cammino sinodale se ne avvertiva anche la stanchezza sotto certi aspetti, quindi i relatori sono stati molto bravi nel saperci sollecitare, anche provocare nella riflessione, che non si chiude ma prosegue. Come Cal il materiale che abbiamo prodotto in questa Settimana verrà messo a disposizione della Cei, degli Uffici che peraltro sono stati coinvolti quest’anno in maniera più significativa, in modo tale che tutta questa riflessione non vada perduta, vada ad alimentare anzi proprio quel Cammino sinodale che, se si è chiuso come celebrazione di un periodo particolare della Chiesa italiana, continua come stile e anche nell’affrontare quelle tematiche che sono state sollevate dal Sinodo.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link