#Finsubito news – la mappa della crisi in 32 Comuni casertani


Trentadue Comuni in situazione di crisi finanziaria. È la fotografia della provincia di Caserta che emerge dalla relazione della Corte dei conti presentata al parlamento sui Comuni in difficoltà finanziaria aggiornata al 31 dicembre 2025. Un quadro nel quale si intrecciano dissesti, procedure di riequilibrio e crisi che, in alcuni casi, si ripresentano dopo la chiusura di una precedente procedura. Al centro c’è il capoluogo, ma la mappa della difficoltà finanziaria coinvolge una parte consistente del territorio.

Il caso Cancello ed Arnone unico in Italia

Il caso più estremo è quello di Cancello e Arnone, poco più di 5 mila abitanti, indicato dalla relazione come l’unico Comune in Italia ad avere contemporaneamente due procedure di dissesto aperte. La prima è stata dichiarata nel 2015, la seconda nel 2018. Per il primo dissesto la massa passiva complessivamente considerata arriva a circa 41,2 milioni di euro, comprendendo anche istanze accolte fuori termine e contenziosi. La procedura si è così trasformata in un caso emblematico delle difficoltà che possono emergere quando un ente non riesce a stabilizzare i propri conti tra una crisi e l’altra.

Ma Cancello e Arnone non è un’eccezione isolata. Nel 2025 hanno dichiarato il dissesto Roccaromana, Mondragone e Prata Sannita, mentre nello stesso anno sono state chiuse le procedure di Portico di Caserta, Calvi Risorta e Villa Literno mentre San Felice a Cancello lo ha chiuso nel 2026. Il caso di Calvi Risorta è ritenuto particolarmente significativo. Dopo la chiusura del dissesto ha attivato una procedura di riequilibrio e nel 2026 è nuovamente finita in dissesto. Una sequenza che la Corte riconduce a un quadro di crisi finanziarie ricorrenti.

Il capoluogo

Dentro questa geografia della crisi, Caserta rappresenta uno dei casi più complessi. Il Comune è in dissesto dal 2018, ma la storia finanziaria del capoluogo è ancora più lunga: il primo dissesto era stato dichiarato nel 2011 e chiuso nel 2018. Nello stesso anno, però, è arrivata una seconda dichiarazione di dissesto, tuttora aperta. Nel mezzo c’era stata anche una procedura di riequilibrio, avviata nel 2016 e bocciata dalla Sezione regionale della Corte dei conti nel 2017.

La Corte regionale, nella deliberazione n. 17 del 25 settembre 2025, ha messo in evidenza una serie di criticità strutturali. Il primo capitolo riguarda il Fondo crediti di dubbia esigibilità e, più in generale, la capacità di riscossione del Comune. Il fondo sarebbe risultato per anni incongruo e sottostimato rispetto alla massa dei residui attivi, soprattutto tra il 2018 e il 2020. Le percentuali di riscossione, sia in conto competenza sia in conto residui, sono rimaste inferiori ai risultati attesi, contribuendo all’accumulo dei residui.

Un secondo fronte riguarda la gestione dei residui e la competenza finanziaria. Fino al 2022, secondo la relazione, impegni e accertamenti non sarebbero stati registrati secondo l’effettiva esigibilità delle obbligazioni. La conseguenza indicata dalla Corte è l’inattendibilità dei saldi di bilancio e del risultato di amministrazione. A questo si aggiungono problemi nella riconciliazione della cassa, modifiche ai saldi del rendiconto 2021, mancati provvedimenti di ripiano del disavanzo e sottostime dei fondi per contenzioso e debiti commerciali.

Non meno delicato il capitolo della cassa vincolata: la Corte segnala l’utilizzo di incassi vincolati per spese correnti senza i dovuti e tempestivi reintegri, oltre a disallineamenti tra Comune e tesoriere. Vengono inoltre evidenziate anomalie nella gestione delle anticipazioni di tesoreria e del Fondo anticipazioni di liquidità.

L’effetto della gestione commissariale

A rendere ancora più complessa la situazione è lo scioglimento del Comune nell’aprile 2025 e l’insediamento della Commissione straordinaria. Secondo la relazione, il cambio di gestione ha prodotto una maggiore attenzione alla pulizia dei conti e all’applicazione della competenza finanziaria potenziata, con un controllo più rigoroso sui cronoprogrammi di esigibilità, anche per lavori pubblici e fondi PNRR.

“L’impatto dello scioglimento si è manifestato su quattro fronti principali – si legge nella relazione – ha azzerato la “resistenza politica” e avviato la pulizia dei conti (prima dello scioglimento, la gestione politica tendeva a rimandare o edulcorare i rilievi contabili; per anni l’ente non aveva fornito risposte esaurienti o non aveva approvato le formali delibere di ripiano dei disavanzi, ad esempio omettendo la ricognizione dei contenziosi nel 2020, mentre l’insediamento della Commissione Straordinaria ha rimosso questi ostacoli, costringendo gli uffici finanziari a fornire i dati e a collaborare pienamente)”. 

La gestione commissariale ha inoltre adottato una linea di forte rigore finanziario: nel Documento unico di programmazione e nell’ultimo bilancio di previsione sono stati accantonati e vincolati oltre 143 milioni di euro complessivi, con l’obiettivo di evitare un ulteriore aggravamento della situazione finanziaria.

La gestione dei conti casertani è oggi quindi caratterizzata dalla contemporanea presenza di più soggetti: l’Organismo straordinario di liquidazione, chiamato a occuparsi dei debiti del dissesto del 2018; la Commissione straordinaria, responsabile della gestione corrente dopo lo scioglimento; e la struttura dirigenziale interna. Una situazione che la relazione descrive come una gestione “a tre punte”.

Non solo Caserta

La crisi finanziaria riguarda anche altri Comuni di maggiori dimensioni. Aversa, con una popolazione di circa 50 mila abitanti, è in procedura di riequilibrio dal 2022. Nella provincia sono inoltre sette i Comuni con più di 15mila abitanti interessati dal quadro di crisi delineato dalla relazione. Tra questi figura San Felice a Cancello, che nel gennaio 2026 ha chiuso, dopo nove anni, il dissesto dichiarato nel dicembre 2016.

Anche nei centri più piccoli i numeri possono essere rilevanti. A Villa Briano, in dissesto dal 2016 e arrivato alla fase del piano di estinzione, la ricognizione ha portato allo stralcio di 9,27 milioni di euro di residui attivi. La massa passiva censita superava invece i 15,8 milioni di euro, mentre quella complessivamente rilevata dall’OSL arrivava a 18,7 milioni. Di particolare interesse anche la situazione di Castel Morrone, finita in dissesto dopo una procedura di riequilibrio. Stando alle stime della Corte dei Conti la massa passiva procapite è di 5749 euro, il dato più alto della provincia.


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