di ANDREA PAONESSA – dalla Redazione Catanzarese del Quotidiano l’Italiano
CATANZARO – Le giostre si possono smontare. Un lavoro, soprattutto quando rappresenta il sostentamento di un’intera famiglia, è molto più difficile da ricostruire.
È questa la questione che emerge dalla vicenda dell’area di via Carlo Pisacane, a Giovino, dove per anni sono state presenti giostre e tappeti elastici e dove il Comune di Catanzaro ha disposto lo sgombero per rendere disponibile lo spazio destinato a un intervento di rigenerazione urbana e sociale.
Sul piano amministrativo un punto è stato già chiarito: il Tar Calabria ha respinto la richiesta di sospensione dell’ordinanza di sgombero, ritenendo legittimo l’esercizio del potere comunale. L’area, acquisita dalla Provincia alla fine del 2023, è destinata a un progetto che prevede riqualificazione ambientale, verde attrezzato e un impianto sportivo polivalente indoor.
Dunque, la questione non può essere raccontata come se il Comune non avesse titolo per intervenire. Ma la legittimità di un atto amministrativo esaurisce davvero la responsabilità di un’amministrazione pubblica? È qui che comincia un’altra storia. Dietro le carte ci sono le persone Secondo quanto riferito dalla famiglia di William Marsico, le conseguenze della vicenda avrebbero investito non semplicemente un’attività commerciale, ma un intero nucleo familiare che da quel lavoro traeva sostentamento (e senza esagerare stiamo parlando di ben dieci persone! Dieci anime che tirano avanti a pane ed acqua a cappuccini e merendine).
Questo aspetto, che necessita di essere ricostruito documentalmente nei suoi dettagli, pone comunque una questione che Palazzo De Nobili dovrebbe chiarire pubblicamente: prima di arrivare allo sgombero definitivo, sono state concretamente esplorate soluzioni alternative capaci di conciliare l’interesse pubblico alla riqualificazione dell’area con la continuità lavorativa delle persone coinvolte?
La domanda non significa rivendicare il diritto di occupare indefinitamente un terreno pubblico. Sono due questioni completamente differenti.
Il Comune deve tutelare il patrimonio pubblico, rispettare i vincoli amministrativi e realizzare le opere programmate. Ma un’amministrazione è anche l’istituzione più vicina ai cittadini e, quando un proprio provvedimento produce conseguenze sociali così pesanti, dovrebbe almeno dimostrare di avere cercato ogni soluzione legalmente percorribile.
Un’altra area. Una concessione regolare. Un percorso amministrativo alternativo. Un tavolo con gli interessati. È stato fatto? E se è stato fatto, con quali risultati? La Costituzione e quel primo articolo che non può restare una formula L’articolo 1 della Costituzione definisce l’Italia «una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Non significa, naturalmente, che quella disposizione possa cancellare regolamenti, titoli concessori o decisioni dei giudici.
Significa però qualcosa sul piano politico e istituzionale: il lavoro non può essere considerato una variabile secondaria quando si prendono decisioni che incidono concretamente sulla vita delle persone.
Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe utile ascoltare il sindaco Nicola Fiorita. Non per chiedergli di disapplicare una sentenza o mantenere un’occupazione priva di titolo. Sarebbe una richiesta impropria.
La domanda è un’altra: che cosa ha fatto l’amministrazione comunale per evitare che la restituzione dell’area alla collettività coincidesse con la perdita del sostentamento di una famiglia? “Legalità” e responsabilità sociale possono convivere Nel maggio scorso il gruppo Cambiavento aveva difeso pubblicamente l’ordinanza parlando di un’occupazione abusiva dell’area e sostenendo la necessità dello sgombero per consentire la realizzazione del Palatennis, finanziato per 4 milioni di euro.
È una posizione politica chiara e legittima. Ma proprio perché si invoca la legalità, sarebbe opportuno non trasformarla in una parola che chiude automaticamente ogni discussione.
Legalità e attenzione sociale non sono termini contrapposti. Si può liberare un bene pubblico e contemporaneamente cercare una soluzione per chi vi lavorava. Si può realizzare un’opera pubblica e tentare di non disperdere un’attività economica. Si può applicare un’ordinanza e aprire, nello stesso momento, un confronto per individuare un’altra collocazione compatibile con le norme.
Una buona amministrazione si misura anche nella capacità di gestire questi conflitti, non soltanto nella correttezza formale degli atti.
E il territorio, peraltro, non sembra privo in assoluto di spazi: nel luglio 2026 la Provincia di Catanzaro ha pubblicato un’asta per la concessione in locazione di due terreni nell’area del Centro Sportivo di Giovino, rispettivamente di 1.924 e 2.376 metri quadrati. Questo non significa che tali aree fossero automaticamente idonee o disponibili per le giostre, ma dimostra quanto meno che il tema delle possibili alternative territoriali meriti un approfondimento concreto.
Le domande al sindaco Fiorita È dunque su questo terreno che la vicenda dovrebbe uscire dalla contrapposizione tra “abusivi” e “Comune” e diventare una questione amministrativa trasparente.
Al sindaco Fiorita e alla sua giunta sarebbe utile chiedere pubblicamente: il Comune ha incontrato la famiglia e i gestori prima dello sgombero? Ha proposto formalmente siti alternativi? Esistono aree comunali sulle quali l’attività potrebbe essere trasferita attraverso una procedura regolare? Sono stati coinvolti gli uffici delle attività produttive e dei servizi sociali? E, soprattutto, esiste ancora oggi una strada amministrativa percorribile che consenta a queste persone di continuare a lavorare nella legalità?
Sono domande alle quali sarebbe auspicabile ricevere risposte documentate. Perché, se da una parte un giudice amministrativo ha riconosciuto la legittimità dell’azione comunale, dall’altra resta aperto il problema delle sue conseguenze. E le due cose possono essere vere contemporaneamente. Una città si rigenera anche senza lasciare indietro chi lavora
La riqualificazione di Giovino rappresenta un interesse pubblico. Nessuno dovrebbe contestare a un Comune il diritto-dovere di recuperare aree pubbliche e realizzare opere destinate alla collettività. Ma la rigenerazione urbana non è soltanto cemento, impianti sportivi, verde attrezzato e finanziamenti. Una città si rigenera anche prendendosi cura delle conseguenze umane delle proprie trasformazioni.
Se sarà confermato che un intero nucleo familiare ha perso la propria fonte di reddito in seguito a questa vicenda, Palazzo De Nobili dovrebbe spiegare non soltanto perché fosse necessario liberare quell’area — circostanza sulla quale esistono già atti amministrativi e una pronuncia del Tar — ma che cosa abbia fatto per tentare di salvaguardare quel lavoro in un altro luogo e nel pieno rispetto delle regole.
Perché questa è la domanda che resta quando vengono rimossi transenne, giostre e carte bollate: era davvero inevitabile liberare il terreno e, nello stesso tempo, lasciare senza una prospettiva lavorativa le persone che vi svolgevano la propria attività?
Su questo punto la sentenza amministrativa non può dare una risposta. Quella risposta spetta alla politica. E, prima di tutto, a chi oggi governa – ancora per pochi mesi si spera – Catanzaro. ANDREA PAONESSA
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
