Intesa Ue-Meloni sul dl bollette. Von der Leyen, «ma non faremo miracoli»
Oltre trenta ore chiusi nell’Europa Building. A Bruxelles, era dal marzo del 2022 che non ricordavano un summit così lungo. Allora l’Ue si riscopriva con un conflitto alle porte e con un’emergenza energetica in arrivo. Oggi quel conflitto è ancora lì, la crisi energetica è più profonda e articolata. Ed è da questa constatazione che è partita l’offensiva di Giorgia Meloni per avere più flessibilità e scardinare il sistema Ets.
La premier, il punto vero e proprio, lo ha incassato invero a margine del summit. Con l’intesa siglata con la Commissione sul decreto bollette: il governo potrà intervenire nella formazione del prezzo dell’elettricità senza intaccare le norme europee sull’Ets. «È stata una trattativa lunga ma costruttiva, l’intesa ci consentirà di abbassare i costi», ha sottolineato Meloni. La misura, ha chiarito la Commissione, deve essere «temporanea». Palazzo Berlaymont si aspetta al più presto di ricevere dal governo il piano di intervento, di modo da poterlo valutare.
L’intesa rimarca la cosiddetta «eccezione iberica» che la Commissione concesse a Spagna e Portogallo proprio nel 2022, permettendo loro, di fatto, di mettere un price cap. Il tema è annoso: in Italia del prezzo dell’elettricità sul mercato e all’ingrosso lo fa, soprattutto il gas. Mettendo un tetto esclusivamente al costo del gas utilizzato per produrre elettricità si arriva alla formazione di un prezzo finale minore. Tutto ciò – questa l’intesa con l’Ue – lasciando intatte le penalizzazioni sulla Co2 determinate dall’Ets, a carico delle imprese, che secondo il governo costituiscono un altro fattore di aumento del prezzo finale dell’elettricità. Sarò poi lo Stato a coprire la differenza tra il costo reale del gas e quello determinato dal tetto che sarà poi negoziato da governo e produttori di energia.
«Il nostro lavoro ha dato i primi risultati», ha esultato il viceministro all’Ambiente Vannia Gava, che ha seguito il negoziato. Meloni, però, non si è soffermata a sottolineare solo l’intesa sul decreto dello scorso aprile. Le conclusioni su competitività e energia, nella prima giornata del Vertice ostaggio di una lunga prova di forza tra i leader, «hanno recepito le priorità dell’Italia», ha annotato il capo del governo facendo riferimento, in particolare, alla valutazione d’impatto per l’Est2 e alla presa d’atto della necessità di misure urgenti contro il caro energia. «Anche sulla richiesta di ulteriore flessibilità dopo aver parlato con Ursula von der Leyen sono ottimista», ha spiegato.
La partita – nella quale Italia, Grecia e i paesi Visegrad hanno fatto squadra – resta però in salita. «Non possiamo fare miracoli», è stata la frenata di von der Leyen, spalleggiata dai frugali del Nord e dalla Germania. La proroga del regime temporaneo degli aiuti di Stato – vedi l’intesa sul dl bollette – resta l’unica misura concessa nel brevissimo periodo. Roma, ovviamente non demorderà, e potrebbe giocare su un doppio tavolo: quello della flessibilità e quello, altrettanto delicato, del bilancio Ue.
Da qui a fine anno i 27 leader si vedranno due volte a novembre – a Dublino e Bruxelles – e a dicembre per il summit sul quale Antonio Costa ha ancora una volta chiesto un accordo finale sul bilancio. Il 4 febbraio, infine, avrà luogo un nuovo Consiglio europeo sulla competitività, nel castello di Aiden Biesen proprio come l’anno scorso. La partita per l’Italia e sì difficile, ma anche tutta da giocare.
Con una postilla: più passa il tempo più le posizioni degli altri Paesi membri si irrigidiranno, complice il 2027 elettorale che investirà i Big del continente. Il summit che si è chiuso dopo una riunione fiume lunga due giorni, del resto, ha mostrato come il vento, a Bruxelles, sia già un po’ cambiato. Pedro Sanchez, Emmanuel Macron, Donald Tusk si avviano in tempi diversi a delle elezioni destinate a segnare il futuro politico dell’Ue. Lo stesso accadrà per l’Italia. «Sul tema dell’energia siamo molto determinati», ha assicurato Meloni. Con lo sguardo idealmente rivolto alle proteste che dagli studenti agli autotrasportatori, hanno segnato l’intera Penisola. Lanciando, forse, un campanello d’allarme in vista della campagna elettorale.
Torna l’asse Macron-Merz, intesa su automotive e “Made in Europe”
La locomotiva d’Europa torna in azione. Per una volta Francia e Germania mettono da parte le divergenze e stringono un accordo sul futuro dell’automotive e sui criteri del nuovo “made in Europe”. Al centro del patto uno scambio tra i due big europei che sblocca due dossier in cima all’agenda della competitività europea. La Germania ottiene più flessibilità sugli obblighi di riduzione delle emissioni di Co2 delle auto mentre la Francia riceve il via libera ai criteri della preferenza europea per dare una corsia preferenziale alle imprese europee rispetto alla concorrenza globale.
Nel dettaglio viene confermato il taglio del 90% delle emissioni di Co2 del 90% entro il 2035 (rispetto al 2021) ma senza compensazioni con crediti di emissioni da parte dei produttori per tener conto del «crescente uso di carburanti rinnovabili». In sostanza, l’intesa mira a garantire «giuridicamente» che anche dopo il 2035 possano continuare ad essere immatricolati veicoli con motore a combustione interna, a condizione che siano alimentati con carburanti a emissioni zero di Co2. È l’apertura ai biocarburanti che l’Italia chiede da tempo e una vittoria per la tesi della neutralità tecnologica.
Infine viene anche premiato l’uso di acciaio “verde” e alluminio a basse emissioni di Co2 nella produzione automobilistica. «Anche i nostri amici italiani sono sostanzialmente d’accordo», ha dichiarato il cancelliere tedesco Friedrich Merz. I due dossier si intrecciano con l’azione di rilancio della competitività Ue, in applicazione del Rapporto Draghi, e di difesa dalla concorrenza cinese, che vede come strumenti non solo il recente accordo Ue-Pechino sul limite dalle esportazioni di auto ibride e plug-in verso l’Europa, ma anche la stessa preferenza europea, utile a indirizzare gli investimenti e gli appalti pubblici.
Nel patto viene concordato anche l’ambito di applicazione del “made in Europe”, al centro di un acceso dibattito tra i colegislatori Ue alle prese con i negoziati sull’Industrial Accelerator Act, e lo estende ai membri del See (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) e alla Gran Bretagna. L’accordo di oggi è un colpo di scena che di fatto riaccorcia le distanze tra Berlino e Parigi, di recente contrapposte su diversi temi, dagli accordi commerciali, ai rapporti con la Cina, al protezionismo, al bilancio. E che fa il bis all’iniziativa congiunta dei primi del mese per chiedere uno «scudo commerciale”» contro la concorrenza sleale della Cina.
Una richiesta che è stata subito accolta dalla Commissione europea: verrà sviluppato «un nuovo strumento per un’azione decisiva, limitando l’accesso al mercato unico, laddove ciò sia nell’interesse dell’Unione, in modo rapido e immediato», ha annunciato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al termine del vertice Ue. A dimostrazione che quando l’asse franco-tedesco si muove, è capace di dettare la linea. Germania e Francia non dovrebbero incontrare grandi ostacoli nemmeno quando l’intesa dovrà essere portata al tavolo dei negoziati europei. Per Macron l’obiettivo è chiaro: «realizzare con successo la trasformazione della nostra industria automobilistica, mantenendo allo stesso tempo i nostri impegni climatici e la produzione in Europa».
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