Gli Stati Uniti impongono sanzioni alla Corte penale internazionale (Cpi), con l’obiettivo di colpirne le risorse e paralizzarne l’attività. La stretta dell’amministrazione Trump arriva poco dopo l’assegnazione del Nobel per la pace a Navi Pillay, ex giudice della Corte, che aveva guidato indagini su possibili imputazioni a carico di militari americani per le operazioni in Iraq e Afghanistan.
Washington, in particolare, accusa la Cpi di agire per ragioni politiche e di aver tentato di perseguire ingiustamente cittadini statunitensi e israeliani per presunti crimini di guerra.
Rubio: «La Cpi non ha giurisdizione sugli americani»
A spiegare la linea americana è stato il segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui gli Stati Uniti non riconoscono la giurisdizione della Cpi sui propri cittadini. Washington non ha aderito allo Statuto di Roma, il trattato internazionale che ha istituito la Corte nel 2002, e contesta la possibilità che il tribunale possa perseguire militari, funzionari e leader politici americani.
«Vieteremo le transazioni con questa Corte fuorilegge, privandola delle sue risorse e paralizzando la sua capacità di agire contro di noi», ha dichiarato Rubio, ribadendo l’opposizione dell’amministrazione Trump a qualsiasi iniziativa giudiziaria che coinvolga cittadini statunitensi.
Il segretario di Stato ha sostenuto che Washington aveva già chiesto alla Corte di affrontare le proprie preoccupazioni, senza ottenere risposte ritenute sufficienti. L’amministrazione afferma di voler lasciare spazio a una soluzione diplomatica, ma avverte che adotterà ulteriori misure se il confronto non produrrà risultati.
Ad apprezzare l’iniziativa statunitense c’è Benjamin Netanyahu: «Mi congratulo con Trump e Rubio», ha detto il primo ministro israeliano aggiungendo che la Cpi «non è un tribunale ma un organismo politico che rappresenta una minaccia mortale per le democrazie che rispettano la legge in tutto il mondo e per l’idea stessa di sovranità nazionale».
Banche, software e stipendi: cosa rischia la Cpi
Le sanzioni potrebbero avere ripercussioni ben oltre i rapporti diplomatici. A rischio ci sono l’accesso ai servizi bancari, l’utilizzo delle carte di credito, le coperture assicurative e i rapporti con i fornitori di tecnologie statunitensi. Una stretta su questi strumenti potrebbe ostacolare pagamenti, attività investigative e gestione dei procedimenti giudiziari.
Uno dei punti più delicati riguarda la dipendenza della Corte dai software americani. Il procuratore capo ad interim Mame Mandiaye Niang ha spiegato che l’istituzione ha fatto ampio ricorso a soluzioni tecnologiche statunitensi, comprese quelle di Microsoft e dei sistemi collegati alla società.
La Cpi sta già valutando alternative per ridurre questa esposizione e preservare la propria autonomia operativa. La sostituzione delle infrastrutture esistenti, tuttavia, potrebbe richiedere tempo e risorse, con il rischio di rallentare alcune attività.
Le conseguenze potrebbero coinvolgere anche il pagamento degli stipendi, la protezione dei testimoni e il sostegno alle vittime. Le restrizioni, infatti, colpiscono l’intera istituzione e non soltanto singoli funzionari: una differenza sostanziale rispetto alle precedenti misure adottate da Washington contro esponenti della Corte.
La Cpi impiega circa 900 persone di un centinaio di nazionalità. La sua capacità di operare dipende da una rete internazionale di servizi finanziari, tecnologici e logistici che le nuove sanzioni rischiano di mettere sotto pressione.
La Corte: «Un attacco allo Stato di diritto»
La reazione dell’Aia è stata netta. In una dichiarazione, la Corte ha definito le sanzioni un attacco allo Stato di diritto e ai fondamenti dell’ordine giuridico internazionale, denunciando un duro colpo al principio secondo cui nessuno è al di sopra della legge.
«La storia giudicherà questo momento», ha affermato l’istituzione, contestando la scelta di utilizzare misure economiche per ostacolare il lavoro di un organismo giudiziario internazionale.
Fondata nel 2002, la Cpi conta 125 Stati parte dello Statuto di Roma. Tra i Paesi che non hanno aderito figurano, oltre agli Stati Uniti, Russia, Cina, India e Israele.
La Corte giudica individui accusati di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e, in determinate condizioni, aggressione. Opera secondo il principio di complementarità: interviene quando le autorità nazionali competenti non vogliono o non sono in grado di perseguire i responsabili dei crimini che rientrano nella sua giurisdizione.
Il tribunale non va confuso con la Corte internazionale di giustizia, anch’essa con sede all’Aia, che si occupa invece delle controversie giuridiche tra Stati.
Italia e altri sette Paesi si schierano con la Cpi
Le sanzioni americane hanno provocato una reazione anche in Europa. La Commissione Ue ha espresso rammarico per l’annuncio di Washington e ha assicurato che collaborerà con la Corte per garantirne l’effettivo funzionamento.
Bruxelles ha ribadito il proprio impegno a lavorare con i 125 Stati parte dello Statuto di Roma per tutelare l’indipendenza dell’istituzione e consentirle di proseguire le indagini e i procedimenti sui crimini internazionali. Secondo la Commissione, il periodo previsto prima dell’entrata in vigore delle misure lascia ancora spazio al dialogo.
Anche l’Italia ha confermato il proprio sostegno alla Corte. Roma figura tra gli otto Paesi occidentali che hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta contro le sanzioni annunciate dagli Stati Uniti, insieme a Canada, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito.
I ministri degli Esteri hanno ribadito il sostegno all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della Cpi, esprimendo «rammarico e ferma opposizione» alle misure americane. I governi firmatari hanno inoltre avvertito che, se applicate, le restrizioni potrebbero avere un impatto significativo sull’attività della Corte, sul personale e sulle rispettive famiglie.
La dichiarazione conferma anche la disponibilità a mantenere un dialogo costruttivo con gli Stati che non aderiscono allo Statuto di Roma, nel tentativo di evitare un ulteriore irrigidimento dei rapporti con Washington.
Il nodo diplomatico in vista di dicembre
Il confronto è destinato a proseguire nei prossimi mesi, anche in vista dell’Assemblea degli Stati parte prevista per dicembre 2026. Per i governi europei e gli altri firmatari, la priorità è garantire che la Cpi possa continuare a svolgere il proprio mandato senza compromettere il sistema internazionale di giustizia penale.
Resta da capire se il dialogo sarà sufficiente a evitare un’escalation tra gli Stati Uniti e i Paesi che sostengono la Corte. (riproduzione riservata)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




