#Finsubito news – Fabio e la «Squadra 02»: ecco gli operai dell’ultima colata nell’ex Ilva di Taranto


Per sessant’anni il fuoco ha scandito il tempo della fabbrica. Non conosceva domeniche, feste comandate, cambi di stagione. Si alimentava, si controllava, si governava. L’altra notte, nell’acciaieria di Taranto, quel tempo si è fermato. L’ultima ghisa dell’altoforno 2 ha segnato la fine della produzione primaria nello stabilimento ex Ilva. Un passaggio che, per chi non ha mai messo piede in un’acciaieria, può sembrare soltanto una procedura industriale. Per gli uomini che lavorano davanti ai convertitori e alle colate continue, invece, significa interrompere una sequenza di gesti imparati negli anni, ripetuti migliaia di volte. La ghisa arriva dall’altoforno ancora incandescente. Nel convertitore incontra l’ossigeno e perde parte del carbonio. Diventa acciaio. Poi passa alla colata continua, dove si raffredda e prende la forma delle bramme destinate ai laminatoi. È il cuore di una fabbrica costruita per non fermarsi. Fino all’altro ieri.

Fabio Cocco, 53 anni, ventitré trascorsi all’Ilva, quel cuore lo conosce bene. Giovedì era di secondo turno, dalle 15 alle 23, insieme agli altri sette operai della Squadra 02. Otto uomini sulla cinquantina, arrivati da Taranto, Talsano, Paolo VI, Mottola e Fasano. Otto «tute blu» davanti ai convertitori, nell’ultimo pomeriggio di lavoro dell’acciaieria. L’ultima colata è andata via alle 20.45. «C’era il silicio molto alto, la ghisa era sporca. Si stava raschiando il fondo del barile», racconta Fabio. Il metallo continuava ad arrivare, ma le sue condizioni dicevano che qualcosa stava cambiando.

Fabio vive ai Tamburi, il quartiere che più di ogni altro porta addosso le conseguenze della convivenza con il siderurgico. Prima di entrare all’Ilva faceva il pizzaiolo. Lavorava quando gli altri uscivano, tornava a casa tardi, aveva poco tempo per la famiglia. La fabbrica gli offrì quello che allora sembrava un approdo sicuro: uno stipendio regolare, i turni, la possibilità di crescere tre figli senza l’incertezza del lavoro precedente. «Quando entri pensi di aver trovato il lavoro che ti porterà fino alla pensione. Non immagini tutto quello che può succedere».

Sono passati ventitré anni. È successo di tutto in questo tempo. Ha visto i Riva, il sequestro degli impianti, i commissariamenti, ArcelorMittal, le proteste, le promesse di risanamento, le trattative senza fine. Ma la fermata della produzione l’aveva sempre considerata possibile solo in teoria. «Rimani senza parole. Perché non ti aspetti mai che arrivi davvero un momento del genere. Però, dall’altra parte, ce lo aspettavamo. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, sapevamo che stavamo arrivando lì».

Dopo lo stupore è arrivata la rabbia, ma non una rabbia che cerca scorciatoie. «Abbiamo tirato talmente tanto la corda che alla fine siamo arrivati al punto di rottura. In quattordici anni non si è voluta muovere una virgola. Ci siamo sentiti presi in giro. Da tutti i governi che si sono succeduti». Non capisce come si sia potuta trascinare la crisi così a lungo, fino a consegnare di nuovo alla magistratura una decisione che cambia la vita di migliaia di persone.

Ma c’è qualcosa che rende la sua amarezza diversa da quella di un operaio che perde il lavoro in una fabbrica qualsiasi. Fabio abita ai Tamburi. Conosce la sofferenza di chi vive a pochi passi dalle ciminiere. La fabbrica è il luogo dove ha costruito il futuro della famiglia, ma è anche una presenza ingombrante nella vita del quartiere. «Da una parte pensi che adesso ci toccano il portafoglio. Però poi guardo la sofferenza che c’è stata intorno a me e dico che non si doveva arrivare a questo punto». Non è una contraddizione da risolvere con uno slogan. È la condizione nella quale Taranto vive da decenni. Il lavoro che serve per vivere e la salute che non può essere sacrificata per conservarlo. Fabio non chiede di scegliere tra le due cose. Chiede perché, dopo quattordici anni, quella scelta sia ancora davanti agli operai e alla città.

«Non riesco neanche ad arrabbiarmi più di tanto. Penso a tutto quello che è successo e mi dico che non dovevamo arrivare fin qui». Poi torna a parlare del lavoro, della sua squadra, dei colleghi che hanno più o meno la sua età. Otto uomini abituati a ritrovarsi davanti agli stessi impianti, a muoversi tra un’operazione e l’altra, a conoscere il ritmo della produzione senza bisogno di guardare continuamente l’orologio. In acciaieria una colata finisce e il convertitore viene preparato per quella successiva. A volte bastano quindici o venti minuti. Ieri, invece, dopo l’ultima, non ce n’è stata un’altra.

Adesso bisogna capire che cosa accadrà ai lavoratori. Fabio racconta che per il momento si parla di cassa integrazione, di attese, di un possibile ritorno al lavoro se cambierà qualcosa dopo la Cassazione. Nessuna certezza. E a cinquantatré anni la prospettiva di cercare un altro impiego pesa più di quanto peserebbe a trenta. «Non è che mi spaventi fare un altro lavoro. Però a questa età è diverso. Lo senti». Soprattutto in una città dove le alternative non abbondano. È un altro dei pensieri che lo accompagnano da anni. «In sessant’anni di Ilva non potevano nascere altre piccole industrie? Quelle che producono i guanti, i materiali che compravamo fuori e facevamo arrivare qui?».

Parla del porto, dei container, di uno sviluppo industriale che avrebbe potuto creare occupazione anche fuori dal siderurgico. Di una Taranto rimasta troppo dipendente da un solo grande stabilimento. Adesso il problema è molto più immediato. Ci sono le spese di casa, gli impegni, la famiglia. «Quelle non vanno in cassa integrazione», dice.

Lunedì i sindacati hanno proclamato ventiquattro ore di sciopero. Fabio pensa che sia necessario restare uniti, operai e organizzazioni sindacali, perché questa volta non si tratta soltanto di difendere uno stipendio. Si tratta di capire che cosa resterà della fabbrica e quale futuro potrà avere Taranto. Per oltre sessant’anni l’acciaio ha viaggiato dagli altoforni ai convertitori, dalle colate continue ai laminatoi, da Taranto al resto d’Italia. Ha dato lavoro a generazioni di famiglie e ha segnato il destino di una città. Fabio e gli altri sette uomini della Squadra 02 sono stati tra gli ultimi a tenere in movimento quel ciclo. La loro settimana di lavoro era già scritta. Lunedì il primo turno, martedì il secondo, poi gli altri fino alla notte. Un calendario che per ventitré anni ha regolato la vita delle famiglie, le ore di sonno, i pasti, gli appuntamenti. Adesso quel calendario non vale più. Lunedì mattina Fabio accompagnerà i nipotini a scuola. Alle otto, puntuale. Poi porterà fuori il cane. E avrà tempo per pensare a quello che succederà.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม