Il caro-gasolio sta mettendo a dura prova le imprese della pesca italiana, già alle prese con una grave crisi di liquidità e con costi di gestione sempre più difficili da sostenere. Le misure messe in campo dal Governo, dalla cambiale azzurra agli interventi sul prezzo del carburante, rappresentano un primo sostegno, ma il settore chiede tempi più rapidi nell’erogazione delle risorse e nuovi interventi per scongiurare il rischio di un blocco delle attività.
A fare il punto sulla situazione è Francesca Biondo, direttrice generale di Federpesca, la Federazione nazionale delle imprese di pesca, che illustra le difficoltà delle imprese, le aspettative del comparto e le richieste rivolte al Governo.
Cambiale azzurra, una boccata d’ossigeno per le imprese
La cambiale azzurra arriva in un momento di forte difficoltà per le imprese della pesca. È sufficiente per risolvere il problema della liquidità o è soltanto una boccata d’ossigeno?
È sicuramente una boccata d’ossigeno. Stiamo parlando di imprese che da ormai sette-otto mesi, se non da più tempo, stanno affrontando una crisi di liquidità molto importante. Il Governo ha messo in campo anche misure straordinarie che hanno un peso, come i 70 milioni di euro sulle misure FEAMP e il credito d’imposta. Il problema è che queste risorse, effettivamente, non sono ancora arrivate alle imprese.
La crisi di liquidità è quindi molto seria. Tante imprese si sono indebitate e alcune, anche per questo motivo, stanno decidendo di non proseguire la propria attività.
In questo senso, la cambiale azzurra rappresenta sicuramente un segnale interessante perché, oltre al finanziamento in sé, prevede modalità di accesso molto più semplici rispetto a quelle necessarie per rivolgersi a una banca.
I 10 milioni di Ismea e il nodo delle risorse
I 10 milioni di euro stanziati saranno sufficienti rispetto alle richieste che prevedete? E cosa succederà alle imprese una volta terminati i due anni di preammortamento?
Non sappiamo se i 10 milioni saranno sufficienti. La nostra preoccupazione è che non lo siano. Abbiamo però apprezzato il fatto che, per dare immediatezza alla misura, si sia deciso di partire subito.
ISMEA aveva infatti già nella propria disponibilità questi 10 milioni di euro. Se il Governo avesse dovuto stanziare immediatamente ulteriori risorse, sarebbe stato necessario attendere l’approvazione di un provvedimento normativo, con tempi inevitabilmente più lunghi.
Il nostro auspicio, che abbiamo già rappresentato al Governo, è quindi molto semplice: bene aver avviato immediatamente lo strumento, anche con 10 milioni di euro, ma se dovessero arrivare più domande e il numero dei potenziali beneficiari dovesse superare la dotazione disponibile, chiediamo al Governo di stanziare ulteriori risorse per poter esaurire l’eventuale graduatoria.
Del resto, è previsto anche un tavolo di crisi sul tema del gasolio al Ministero e auspichiamo che da questo confronto possano arrivare ulteriori risposte per il settore.
La cambiale azzurra può servire anche per investire nel rinnovo della flotta e nell’innovazione oppure serve principalmente a coprire i costi di gestione?
La cambiale serve soprattutto a sostenere i costi di gestione. Parliamo infatti di un massimo di 20 mila euro per barca: non sono quindi risorse tali da poter finanziare interventi strutturali, come il rinnovo della flotta o investimenti di questa portata. Per questo tipo di esigenze servono misure specifiche dedicate agli investimenti.
Gasolio, lo sconto Eni non arriva in tutti i porti
Il prezzo del gasolio per i pescherecci non beneficia del tetto applicato sulla rete stradale. È una situazione che ritenete sostenibile?
No, assolutamente. Purtroppo il prezzo alla pompa in mare non beneficia del cosiddetto price cap applicato sulla rete stradale.
C’è stata però una misura non analoga, ma simile, annunciata la scorsa settimana: un accordo con ENI per garantire uno sconto alla pompa anche sul gasolio destinato alla pesca, pari al 20%, dal 2 ottobre al 31 ottobre.
È sicuramente un segnale molto importante perché, rispetto per esempio a un credito d’imposta che richiede tempi più lunghi, consente di avere direttamente uno sconto alla pompa.
In questo momento siamo nella fase di monitoraggio della misura. L’accordo, infatti, è stato raggiunto dal Governo esclusivamente con i distributori ENI. L’auspicio è che anche altri distributori seguano questa riduzione del prezzo e in alcune marinerie questo sta già cominciando ad accadere.
Dobbiamo però considerare che non in tutti i porti sono presenti distributori ENI. Di conseguenza, la misura riguarderà soltanto alcune marinerie. Stiamo quindi monitorando, anche insieme alle nostre imprese associate, quale sarà concretamente l’impatto del provvedimento.
Le richieste al Governo: pagamenti più rapidi e meno vincoli
Qual è, secondo lei, la misura che il Governo dovrebbe approvare subito, e non tra qualche mese, per evitare che i pescherecci siano costretti a fermarsi e quindi per scongiurare un intero blocco in mare?
È una questione complessa, perché siamo consapevoli che il costo dell’energia è legato anche a una dinamica internazionale e che il Governo non può avere un controllo assoluto su questo fenomeno.
Quello che chiediamo sicuramente è di velocizzare tutti i tempi di pagamento delle misure attualmente in corso. Parliamo non soltanto dei fermi biologici e dei bandi per l’arresto definitivo, ma anche di tutti i bandi regionali. In questo caso non si tratta direttamente di una responsabilità del Ministero o del Governo, ma delle Regioni, che devono erogare rapidamente le risorse previste dai bandi FEAMP.
Chiediamo inoltre, soprattutto per questo tipo di contributi, di derogare da una serie di vincoli che oggi impediscono alle imprese di accedere effettivamente ai finanziamenti.
Un esempio è il requisito che prevede di non aver commesso infrazioni gravi nei 12 mesi precedenti. Noi riteniamo che, quando una misura interviene per affrontare una crisi congiunturale come quella determinata dal costo del gasolio, non dovrebbe essere necessario verificare anche questo tipo di requisiti.
C’è poi un’altra questione importante che abbiamo sottoposto al Ministero, in qualità di autorità di gestione: la possibilità di attivare, per questi bandi, lo strumento dell’intervento sostitutivo.
Che cos’è l’intervento sostitutivo proposto da Federpesca
In cosa consiste l’intervento sostitutivo?
Se un’impresa oggi ha un DURC irregolare o un debito con Equitalia [oggi Agenzia delle Entrate-Riscossione, ndr], magari anche soltanto di 2 mila euro, non può accedere a un contributo che può essere di 10, 20 o 50 mila euro. Si crea quindi una sproporzione tra l’irregolarità e il danno arrecato all’impresa.
La nostra proposta è che, se un’impresa ha, per esempio, 10 mila euro di debiti e deve ricevere un contributo di 50 mila euro, possa comunque accedere alla misura: 40 mila euro andrebbero all’impresa e i restanti 10 mila verrebbero direttamente versati all’INPS o all’Agenzia delle Entrate per coprire il debito.
Questo sarebbe fondamentale per due motivi. Da una parte consentirebbe a molte più imprese di accedere ai contributi. Dobbiamo infatti considerare che, nella maggior parte dei casi, le irregolarità contributive sono proprio una conseguenza della crisi di liquidità che le imprese stanno vivendo.
Dall’altra parte, permetterebbe allo Stato di recuperare una serie di crediti che, diversamente, potrebbe non riuscire a incassare prima di molti anni, o addirittura mai.
Quante imprese e quanti addetti sono oggi a rischio e quanti sono già fermi?
In Italia abbiamo circa 11.500 imprese e 24 mila lavoratori nel settore della pesca, considerando le imbarcazioni sia della piccola sia della grande pesca.
Questo è però un momento particolare per fare una fotografia precisa della situazione. Attualmente, infatti, abbiamo tutto il Tirreno, da Trapani fino alla Liguria, Sardegna compresa, interessato dal fermo pesca dal 1° al 31 ottobre.
In questo momento, quindi, circa la metà delle barche italiane è ferma, ma è importante sottolineare che si tratta di un fermo dovuto al fermo biologico e non al costo del gasolio.
Bisognerà capire cosa accadrà dopo il 31 ottobre, quando le imbarcazioni dovrebbero tornare in mare. A quel punto sarà possibile valutare meglio l’impatto della situazione, anche perché le oscillazioni del prezzo del gasolio sono costanti e quotidiane ed è quindi difficile fare previsioni da qui alla fine del mese.
Abbiamo sicuramente problemi in alcune marinerie. Un esempio è Mazara del Vallo, in Sicilia, dove si aggiunge anche una situazione particolare legata alle quote di pesca. Quest’anno è stata quasi esaurita la quota di gamberi di profondità e ci sono difficoltà a raggiungere alcune delle zone in cui le flotte erano solite pescare, anche per motivi di sicurezza, come nel caso delle aree vicine a Cipro.
Per questo alcune barche stanno valutando la possibilità di fermarsi. Saranno però soprattutto le prossime ore e il tavolo di confronto con il Ministero a chiarire quali ulteriori misure potranno essere messe in campo.
L’Italia importa il 75% del pesce che consuma
Quanta parte del pesce consumato in Italia arriva dall’estero? E cosa cambierebbe per il consumatore se la flotta italiana fosse costretta a fermarsi?
L’Italia è già oggi un importatore netto di prodotti ittici, nonostante abbia circa 8 mila chilometri di costa. Importiamo circa il 75% del prodotto consumato nel nostro Paese, in un contesto in cui, fortunatamente, il consumo pro capite di prodotti ittici continua ad aumentare di anno in anno.
Se le nostre flotte fossero costrette a fermarsi perché i ricavi sono inferiori ai costi, aumenterebbe ulteriormente la nostra dipendenza dalle importazioni.
Quello che chiediamo ai consumatori è quindi di tenere conto anche degli aspetti culturali e sociali legati a questo settore. Siamo consapevoli che anche le famiglie italiane stanno attraversando un momento di grande difficoltà a causa dell’inflazione e che il costo del carrello della spesa è aumentato.
Però, quando è possibile, chiediamo di scegliere un prodotto italiano, pescato nel rispetto delle regole ambientali, dei contratti collettivi nazionali e di tutte le normative sanitarie.
Anche questa scelta può contribuire a evitare che un settore importante della nostra economia e della nostra tradizione scompaia.
Verso il 22 ottobre, la protesta delle marinerie
Se dovessero verificarsi proteste delle marinerie fino ad arrivare al blocco dello Stretto di Messina, cosa potrebbe succedere?
È stata annunciata una giornata di dimostrazione, convocata da alcune marinerie, per il 22 ottobre.
La nostra posizione è che rispettiamo il grido di dolore che arriva dalle marinerie, che stanno vivendo un momento di grandissima difficoltà. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che, nell’ultimo periodo, sono state messe in campo alcune misure che, pur non essendo risolutive, rappresentano comunque un po’ di ossigeno per le imprese: lo sconto alla pompa, la cambiale azzurra e, auspichiamo, la possibilità di velocizzare nei prossimi giorni alcuni pagamenti.
La nostra speranza è quindi che da qui al 22 ottobre la situazione possa tranquillizzarsi. Non perché ci spaventino eventuali iniziative di protesta, ma perché il nostro obiettivo è che il settore possa tornare a fare quello per cui è tra i più importanti nel Mediterraneo: andare a pescare.
Se questo non dovesse accadere, valuteremo naturalmente quale sarà la situazione in quelle giornate e quali saranno le conseguenze delle eventuali iniziative delle marinerie.
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