Sotto il sole di Bangkok il Pil dell’Italia ritrova un po’ di colore, mentre a Roma il mercato dei titoli di Stato resta in bianco e nero. Se da un lato il Fondo monetario internazionale porta allo 0,8% la stima di crescita per il 2026, tre decimi sopra luglio, i Btp restano immobili, con il decennale al 4,57% e lo spread fermo intorno ai 110 punti base.
Sui titoli di Stato pesano le incognite sulla politica della Bce e un’offerta di nuova carta particolarmente abbondante in questi giorni. Sui conti pubblici si profila intanto un sorpasso dal forte valore simbolico: quest’anno il debito italiano dovrebbe superare quello della Grecia, nel giorno in cui il governo porta in Consiglio dei ministri il Documento programmatico di bilancio.
In questo articolo:
- Pil Italia, dal Fmi un ritocco all’insù
- La tenuta di un’economia appesa all’AI
- Pil Italia, i Btp restano in silenzio
- Il Tesoro bussa alla porta degli investitori
- Da Atene a Roma, la maglia nera del debito
Pil Italia, dal Fmi un ritocco all’insù
Il verdetto sull’Italia arriva dalla Thailandia, dove Fmi e Banca mondiale hanno aperto le riunioni annuali con la presentazione del World Economic Outlook di ottobre. Il Fondo porta la crescita del Pil dell’Italia per il 2026 allo 0,8%, contro lo 0,5% indicato nell’aggiornamento di luglio. È un rialzo di tre decimi. Per il 2027 la stima sale di un decimale, allo 0,6%.
Con questa revisione il Fondo torna su valori vicini a quelli di inizio anno, quando a gennaio indicava per l’Italia una crescita dello 0,7%. In primavera era stata la Commissione europea a rivedere al ribasso le prospettive, portandole allo 0,5% e indicando come causa principale lo shock energetico legato alla guerra con l’Iran.
La revisione del Fondo avvicina le stime ufficiali a quelle dei gestori più ottimisti. “Dallo scoppio della guerra in Iran, la nostra previsione di crescita del Pil italiano per l’intero 2026 si è sempre attestata allo 0,8% o allo 0,9%”, spiegano da Swiss Life Asset Managers. “Siamo quindi sempre stati più ottimisti rispetto alle previsioni di consenso”. Secondo il ministro Giancarlo Giorgetti, aggiungono gli analisti, una crescita “compresa tra lo 0,8% e l’1,0% appare ora più realistica”.
Il recupero però non riguarda solo Roma. L’intera area euro migliora le proprie prospettive e sale all’1,1% per quest’anno, spinta dagli investimenti in intelligenza artificiale, dal coinvolgimento delle imprese europee nelle filiere tecnologiche e dalla maggiore spesa per la difesa. A beneficiarne più di tutti è la Germania, che vede la propria stima salire all’1,3% anche grazie a un’industria chimica entrata a pieno titolo nella catena del valore dell’Ai. La Spagna si conferma l’economia più dinamica tra le grandi dell’area, con una crescita attesa del 2,5%. Va in direzione opposta la Francia, unica tra i grandi Paesi dell’eurozona a subire un taglio, con un Pil che quest’anno dovrebbe fermarsi allo 0,4%.
La tenuta di un’economia appesa all’AI
Lo scenario in cui si muove l’Italia è quello di un’economia mondiale solida in superficie e più esposta di quanto appaia. La stima mondiale per il 2026 si attesta al 3,1%, un decimo sopra luglio e al di sotto del 3,5% registrato nel 2025. Per il 2027 la previsione resta al 3,4%. A tenere in piedi la crescita sono gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Questo slancio compensa una guerra in Medio Oriente più lunga del previsto, che ha mantenuto il greggio sopra i 100 dollari al barile. Il Fondo ipotizza un prezzo medio di 96 dollari nel 2026 e di 87 nel 2027. Il quadro presuppone la riapertura dello Stretto di Hormuz a marzo 2027 e un ritorno alle normali condizioni di navigazione entro ottobre dello stesso anno. A fare la differenza, secondo Petya Koeva Brooks, vicedirettrice della ricerca del Fmi, è stata la rapidità con cui governi e imprese hanno reagito al caro petrolio. Hanno attinto alle riserve, cercato nuovi fornitori e ridotto i consumi. Senza queste contromisure la crescita mondiale si sarebbe fermata quest’anno al 2,5%.
Le nuove stime disegnano un mondo a più velocità. Gli Stati Uniti crescono del 2,3%, la Cina del 4,5% e l’India del 7%, con i Paesi del Golfo coinvolti nel conflitto che scivolano in recessione. Tuttavia, per la capo economista Silvana Tenreyro la resilienza globale “sta raggiungendo i suoi limiti” e i rischi principali arrivano dal petrolio, che con un’escalation a 130 dollari spingerebbe l’inflazione oltre il 5% nel 2027, e dall’AI. Una delusione sui suoi guadagni di produttività taglierebbe la produzione mondiale di oltre un punto entro il 2028.
Pil Italia, i Btp restano in silenzio
Sul mercato dei Btp il miglioramento delle prospettive sembra essere passato quasi inosservato. Il rendimento del Btp decennale si attesta intorno al 4,57%, con oscillazioni minime nelle ultime sedute. Il Bund tedesco di pari scadenza viaggia attorno al 3,47%, e il differenziale si è assestato tra 109 e 111 punti base.
Sui titoli di Stato italiani la buona notizia sul Pil ha dovuto fare i conti con altre variabili, a partire dalla politica monetaria. La traiettoria dei tassi della Bce resta legata all’inflazione, che il Fmi stima per l’Italia al 3,3% nel 2026 e a livello globale al 4,7%, spinta anche dagli investimenti nell’AI. In questo contesto i rendimenti dei governativi europei restano elevati, Btp compresi.
Pesa poi il tema del debito pubblico, che il Fondo ha voluto mettere al centro degli incontri di Bangkok. Il Fmi avverte che livelli di indebitamento elevati, soprattutto nelle economie avanzate, rendono i Paesi più esposti a un rialzo improvviso dei costi di finanziamento, con effetti diretti sulle prospettive di crescita. Tra i rischi indicati da Tenreyro figura proprio l’aumento dei rendimenti obbligazionari, capace di far lievitare la spesa per interessi dei governi. Da qui l’invito a presentare senza ulteriori rinvii piani credibili di rientro, un richiamo che pesa per un’Italia avviata a diventare il Paese più indebitato dell’eurozona.
C’è infine un elemento legato ai tempi del mercato. Il miglioramento dell’economia italiana non è arrivato come una sorpresa. Le recenti stime di Confindustria e quelle del governo nel Documento di finanza pubblica avevano già segnalato una tenuta superiore alle attese, e le quotazioni dei Btp avevano in parte incorporato questa tendenza prima che il Fondo la mettesse nero su bianco.
Il Tesoro bussa alla porta degli investitori
Ad appesantire il quadro contribuisce un’offerta di titoli particolarmente abbondante. Quando molti emittenti si presentano sul mercato nello stesso momento, gli investitori hanno più carta tra cui scegliere, e per assicurarsi la domanda gli Stati devono offrire rendimenti più alti, con un aumento del costo del debito. Stamani il Tesoro colloca 7 miliardi complessivi in riapertura di tre Btp a 3, 7 e 15 anni, con rendimenti attesi ai massimi da circa tre anni. Nella stessa mattinata vanno in asta anche Germania e Spagna, la prima sul tratto medio-lungo, la seconda sul breve.
Sul fronte delle emissioni sindacate, l’Unione europea ha conferito ieri mandato alle banche per un’operazione in due tranche, con la riapertura del titolo in scadenza a ottobre 2033 e un nuovo quindicennale a dicembre 2041. Secondo i calcoli di Bbva, che ipotizza un sindacato Ue da 10 miliardi, l’offerta complessiva in euro della settimana si aggira sui 45 miliardi. È concentrata sul tratto 5-7 anni, il segmento che la banca spagnola ritiene più esposto a pressioni. Con l’allocazione massima, le emissioni italiane da inizio anno salirebbero a 296,5 miliardi, buyback inclusi, pari a circa l’83,5% del fabbisogno di finanziamento previsto per il 2026.
Da Atene a Roma, la maglia nera del debito
Ogni nuova asta va ad aggiungersi a una montagna di debito che quest’anno potrebbe portare l’Italia dove per oltre un decennio è stata la Grecia. Secondo il Fiscal Monitor di aprile del Fmi, quest’anno il debito italiano salirà al 138,4% del Pil dal 137,1% del 2025, e quello greco scenderà al 136,9% dal 145,7%. Fino a un paio di anni fa il sorpasso era atteso per il 2028.
Le stime nazionali confermano la tendenza. Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre indica per l’Italia un debito al 138,1% del Pil a fine 2026, in ulteriore salita al 138,5% nel 2027 prima di avviare la discesa, e Atene prevede di scendere al 136,8%. Più prudente Bruxelles, che nelle previsioni di primavera collocava il sorpasso nel 2027. Le due traiettorie raccontano storie opposte. La Grecia, con un debito che nel 2020 superava il 210% del Pil, lo ha ridotto grazie a un forte avanzo primario e a una crescita media del 7,7% negli anni post Covid. Sul debito italiano pesano invece i 51 miliardi legati ai vecchi crediti d’imposta, a partire dal Superbonus.
Il dossier arriva oggi in Consiglio dei ministri con il Documento programmatico di bilancio. La manovra vera e propria slitta, in attesa che il governo chiuda il negoziato con Bruxelles sulla Nec, la clausola nazionale di salvaguardia. Resta aperta anche la partita della procedura per disavanzo eccessivo, dalla quale l’Italia non è uscita quest’anno a causa di un deficit 2025 al 3,1%, e che il ministro Giancarlo Giorgetti punta a chiudere nel 2027. Ieri, in audizione in Parlamento, Bankitalia ha avvertito che un deficit sopra il 3% sia nel 2027 sia nel 2028 potrebbe compromettere questa uscita.
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